02 aprile 2021

I silenzi e le parole di Mattarella e Draghi

  • Di Paolo Armaroli

Giuseppe Conte non è più presidente del Consiglio. Non per questo è immobile come un paracarro. Da quando è in procinto di capitanare i Cinque stelle, si dà un gran da fare. Nessuno più di lui crede nella magia delle parole. Ma le parole sono un po’ come la moneta. Più se ne fa uso e meno valgono. Fatto sta che l’ex premier è fermamente intenzionato a promuovere per i suoi pentastellati una scuola di dizione. Con la speranza che sul territorio e in Parlamento siano più persuasivi di quanto non lo siano stati fino a questo momento. Come sta a dimostrare la decrescita infelice di tutti i sondaggi. Come usa dire, auguri e figli maschi.

Sergio Mattarella e Giuseppe Conte avevano in comune la grammatica giuridica: l’uno docente di diritto parlamentare e l’altro di diritto privato. Mentre l’attuale inquilino del Quirinale e Mario Draghi sono accomunati, se del caso, dai silenzi. Si tratta, tuttavia, di silenzi che non hanno la medesima valenza. I silenzi della massima carica dello Stato sono eloquenti, parlano da soli. Per dirla con il lessico napoletano, sono cantatori. Si pensi al suo silenzio il 2 giugno 2019, in occasione della festa della Repubblica, davanti al sacrario del milite ignoto. In quei minuti di raccoglimento in solitudine il rappresentante dell’unità nazionale avrà avuto modo di ripercorrere le tante vicende, fulgide e dolorose, della storia patria. In un silenzio che si contrappone alle stentoree parole pronunciate da Benito Mussolini il 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia, lì accanto, che segnarono per il dittatore l’inizio della fine.

Si pensi al suo silenzio davanti alla foiba di Basovizza, fianco a fianco del presidente sloveno Borut Pahor, ripudio di tutti i totalitarismi che hanno insanguinato il Nordest. A riprova che si può fare della pedagogia nazionale non solo con le parole ma anche con i silenzi. Si pensi al suo silenzio in una sala dell’ospedale Spallanzani di Roma, in attesa di essere vaccinato con altri coetani. Cittadino tra cittadini. Un messaggio dal doppio significato. Nessun privilegio per chi ha responsabilità istituzionali. E poi occorre vaccinarsi quando è il proprio turno a tutela della propria e dell’altrui salute. E impagabile la vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera: un medico o un infermiere domanda chi risponda al cognome e nome di Mattarella Sergio, visto e considerato che in sala il capo dello Stato era circondato da vegliardi.

I silenzi di Draghi ricordano quelli dei quali parla l’abate Dinouart nel libro su L’arte di tacere. Quanto meno i silenzi dei quali è stato capace l’attuale inquilino di Palazzo Chigi nei giorni del suo incarico. Scrive l’Abate: “Il silenzio politico è quello dell’uomo prudente che sa bene amministrarsi, si comporta con circospezione, non si apre mai del tutto, non dice quello che pensa, né dà spiegazioni della sua condotta e delle sue intenzioni; è quello di chi, senza tradire i diritti della verità, non risponde sempre con chiarezza per non lasciarsi scoprire. Le parole di Isaia Secretude meum mihisono il suo motto”.

In effetti, nel corso delle consultazioni Draghi ha tenuto sulla corda un po’ tutti i partiti. Ha preso buona nota dei loro desiderata ma non ha dato assicurazioni a nessuno. Con due sole eccezioni. Durante il colloquio con Beppe Grillo non ha mosso un muscolo facciale. Ma poi ha fatto sapere che avrebbe nominato un ministro della Transizione ecologica, che però, per la legge del contrappasso, non sarebbe stato un pentastellato ma un indipendente come Roberto Cingolani. E durante il colloquio con Giorgia Meloni le ha accordato il doppio del tempo previsto, nonostante il presidente di Fratelli d’Italia avesse detto fin da subito che il suo partito sarebbe stato all’opposizione. A prescindere, come diceva Totò. Perché, alla scuola di Giulio Andreotti, le opposizioni vanno vezzeggiate più della maggioranza. Con la remota aspettativa di redimerle.

Tuttavia Draghi usa il silenzio anche a tutt’altro fine. Ha detto e ridetto ai ministri che si comunica solo quello che si fa. Senza i preannunci cari a Conte. Ma, uomo del fare, a volte comunica con estrema parsimonia anche quello che fa. C’è stato un doppio cambio della guardia, come si diceva una volta. Il 26 febbraio Fabrizio Curcio sostituisce Angelo Borrelli alla Protezione civile. E il 1° marzo il generale Francesco Paolo Figliuolo subentra a Domenico Arcuri come commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. Ma niente conferenze stampa del presidente del Consiglio: solo due stringati comunicati. Le persone silenziose sono il sale della terra, diceva Thomas Carlyle.

Quando poi parlano, Sergio Mattarella e Draghi misurano le parole. Come Alcide De Gasperi, quando hanno detto la loro non hanno nient’altro da aggiungere.

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