05 maggio 2020

Il cammino dell'etica pubblica nell'età della pandemia. Conversazione con Sebastiano Maffettone

  • Di Marco Casu

Sapevamo di vivere in una società del controllo e della sorveglianza. Ma ora si tratta di un controllo etico e politico, con ogni probabilità anche ben accetto all’opinione pubblica.

Si apre con una dedica alle vittime del coronavirus l’ultimo lavoro di Sebastiano Maffettone – Il quarto shock: come un virus ha cambiato il mondo (Luiss Univerity Press) – e in chiusura riporta la foto, recentissima ma già storica, dei camion militari in uscita da Bergamo.

Sebastiano Maffettone, professore di Filosofia Politica presso l’Università LUISS di Roma dove dirige il Center for Ethics and Global Politics

Sebastiano Maffettone, professore di Filosofia Politica presso l’Università LUISS di Roma dove dirige il Center for Ethics and Global Politics

La pandemia pare restituire alla morte un valore universale, pubblico, da sempre inscritto nelle comunità umane, ma ormai da tempo per lo più relegato alla dimensione individuale e familiare. È solo il pathos del momento?

Nel libro dico che la morte c’entra con la vita, come sappiamo. E c’entra col valore, sarebbe a dire con una relazione organica profonda con gli altri. Tesi che, a mio parere, ha senso anche se – come nel mio caso – non si crede che esista una vita specifica individuale dopo la morte biologica. Questo vuol dire che, da vivi biologicamente parlando, noi non siamo affatto indifferenti a ciò che accadrà dopo la nostra morte. Desidero ogni bene per mio figlio e la sua famiglia dopo la mia morte. Ma i miei desideri nel dopo-vita non si fermano qui, né si estendono solo agli altri parenti o agli amici. Piuttosto includono l’intera umanità, e il suo futuro, dalla pace nel mondo alla cura per il cancro. In sostanza, ci sono desideri tipicamente impersonali anche nel dopo-vita. Ciò spiegherebbe la fine dei martiri o la morte di Socrate. Ma soprattutto mostrerebbe che è l’unità organica con gli altri a dare significato alla nostra esistenza. Che senso avrebbe studiare, battersi per la propria causa magari anche da vecchi, avere dei principi e credere nella giustizia se tutto ciò non avesse una continuità nel dopo-di-noi? Il nostro interesse per quanto accade dopo la morte trascende l’ambito delle relazioni speciali che abbiamo. La pandemia rende particolarmente vivido e trasparente, quasi esplicito, il passaggio dal mio personale trapasso a quello della collettività. È come se all’improvviso uno scenario da giorno del giudizio ci fosse squadernato davanti agli occhi. Perché, anche se sappiamo che questa volta non moriremo tutti, percepiamo che in astratto qualcosa del genere potrebbe farci morire tutti. E, in un caso simile, la nostra vita non avrebbe più quel significato e quel valore che siamo soliti dargli.

Qual è il cammino dell’etica pubblica?

Il contagio durante la pandemia mette paura, e misure di controllo sono necessarie. Lo stato o le big tech del tipo di Google e Apple violeranno sistematicamente la nostra privacy. Non si tratta di una novità. Sapevamo di vivere in una società del controllo e della sorveglianza. Ma ora si tratta di un controllo etico e politico, con ogni probabilità anche ben accetto all’opinione pubblica. Se mettiamo le persone di fronte alla scelta secca tra sicurezza e libertà – come ci insegna Thomas Hobbes – sceglieranno sempre la sicurezza. E lo stesso vale per salute o privacy. La riposta di Harari in un suo articolo sul “Financial Times” punta sull’empowerment dei cittadini: diamo loro più conoscenza e informazione e saranno capaci di evitare ogni autoritarismo. Senza volere negare che un popolo di competenti e meglio informati sarebbe più autonomo, io penso che non si possa trascurare il ruolo dell’etica pubblica: i cittadini accettano il lockdown e le misure di tracciamento anti-contagio solo quando ritengono che i governanti siano in grado di affrontare la situazione, e cioè siano degni di fiducia. Dove c’è fiducia non c’è autoritarismo. È dunque in questa direzione che occorre lavorare.

Di fronte a una crisi sanitaria la reazione immediata è comprensibilmente il soccorso, sul lungo periodo, però, uno stop prolungato degli scambi commerciali potrebbe innescare, in paesi dipendenti dalle esportazioni, crisi umanitarie devastanti. Ma la povertà è ovviamente un problema anche italiano. Trovare una mediazione è il compito della politica e il suo testo lascia l’ultima parola a Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. La domanda è d’obbligo: cosa non vogliamo?

Per l’etica, soprattutto se prendiamo in considerazione la sua origine kantiana, la vita ha una “dignità” che non ha prezzo. Non così per l’economia. Per l’economia, anche le vite umane hanno un prezzo. Io posso volere un’auto sicura, ma non sono disposto a spendere una cifra infinita per averla. Lo stesso vale per un imprenditore che vuole la sicurezza dei propri operai, oppure per chi gestisce le Ferrovie e deve evitare incidenti. Problemi del genere si ripropongono normalmente – anche se può sembrare strano a prima vista – anche nell’ambito della sanità e del sistema sanitario. La pandemia fa entrare in gioco un altro modo di ragionare, che non si basa più sulla Cost-Benefit Analysis: il modello del soccorso (“rescue model”). Non si fanno tanti calcoli, si interviene e basta. Ma, politicamente, non è lo stesso. La politica deve essere in grado di decidere valutando tutte le opzioni in gioco, non solo quella strettamente morale. Se c’è stato qualcosa di manchevole nella politica in Italia durante questa pandemia è stato proprio l’incapacità di mediare tra i due modelli in questione. Quanto al verso di Montale, “Ciò che non vogliamo” è un futuro distopico, che purtroppo è già parzialmente in atto. La pandemia sta rivelando con maggiore chiarezza che la ricchezza e il potere sono nelle mani di pochi anche in quelle che chiamiamo democrazie, che il populismo di destra è la reazione più evidente ma è anche un rimedio peggiore del male, che lo sfruttamento dell’ambiente sta portando il pianeta al collasso. L’etica pubblica è la speranza di un’alternativa e la consapevolezza che dobbiamo organizzare, contro tutto questo, la nostra resistenza intellettuale.

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