20 aprile 2020

Il capitalismo politico e la pandemia: intervista ad Alessandro Aresu

  • Di Niccolò Serri

Alessandro Aresu è consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e capo della Segreteria Tecnica del Ministro del Sud e della Coesione Territoriale. Si è laureato in filosofia del diritto all’'Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. È stato consulente e consigliere di diverse Istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Agenzia Spaziale Italiana.

Alessandro Aresu

Alessandro Aresu

Partiamo dall’inizio: capitalismo politico. Secondo Marx, ogni forma del capitale è politica, nella costante influenza tra struttura economica e sovrastruttura. Nel tuo libro Le Potenze del Capitalismo Politico. Stati Uniti e Cina (Nave di Teseo, 2020) utilizzi l’espressione in maniera diversa. Quale?

Seguendo principalmente la lezione di Max Weber, con "capitalismo politico” io intendo l’accoppiamento tra capitalismo e burocrazia che avviene in alcune potenze dello scacchiere internazionale. Le sue caratteristiche sono numerose: l’uso politico del commercio, della finanza e della tecnologia, l’utilizzo di sanzioni e barriere agli investimenti esteri, la partecipazione statale nelle imprese, in generale, l’esistenza di un forte nesso tra la regolazione degli Stati e alcune aziende, soprattutto nei settori chiave. Nella mia definizione, il concetto il capitalismo politico contemporaneo si applica in diverse forme agli Stati Uniti e alla Cina. Come anche in Marx, il rapporto tra capitalismo e politica mette sempre in primo piano la questione del potere e dei rapporti di potere. Il mio concetto di capitalismo politico, riprendendo Weber, cerca di attualizzare il connubio tra capitalismo e burocrazia, nell’ottica della sicurezza nazionale.

La pandemia ha scardinato l’asse della globalizzazione, frantumando le catene del valore e portando ad un rapido collasso del sistema del commercio internazionale. Ha anche modificato la mappa degli assetstrategici, basti pensare alla corsa internazionale ad accaparrarsi le mascherine. In che modo il virus ha cambiato il rapporto tra economia e sicurezza?

La sicurezza, anche a livello filosofico, è sempre un’ombra all’interno della storia dei mercati: con la nascita dell’economia politica, da Adam Smith fino ad oggi, si pone la questione della sicurezza e della difesa. Esiste un confine in cui il flusso dei mercati deve arrestarsi e fare un passo indietro di fronte alle necessità strategiche della sicurezza. Ci sono dei periodi storici dove queste necessità diventano preponderanti e risultano più evidenti. Sicuramente quello che stiamo vivendo è uno di questi: il virus ha modificato profondamente il ruolo del commercio e delle catene del valore internazionali. Nella sua magistrale storia della Grande Recessione, Adam Tooze afferma che ciò che guida il sistema commerciale globale non sono le economie nazionali, ma società multinazionali che coordinano estese catene del valore. Si tratta di un’affermazione ingenua. Anche prima della crisi, alcune filiere industriali non erano scevre da interessi geopolitici, come l’auto elettrica. Ci sono sempre delle ragioni strategiche. Il virus ha allargato ulteriormente il perimetro della sicurezza nazionale, che diviene in un certo modo pandemico, e le catene del valore vengono intese in modo più politico.

Nel tuo libro fai riferimento a due modelli di capitalismo politico, quello statunitense, basato sulla burocrazia degli apparati della sicurezza nazionale, e quello cinese, costruito sul potere tentacolare del Partito Comunista. Nel descrivere questo nuovo bipolarismo geopolitico si fa spesso riferimento al paradigma della Guerra Fredda. Credi sia utile a descrivere lo scenario internazionale?

Secondo me ha senso parlare di guerra, non userei il termine “guerra fredda” perché rappresenta il portato di una storia diversa di uno scontro tra due modelli ideologici molto ben definiti. Il modello ideologico statunitense, per esempio, era meglio definito in passato, all’interno degli equilibri che venivano dal mondo della seconda guerra mondiale. Sicuramente oggi ci sono elementi conflittuali molto forti, in particolare per quanto riguarda la tecnologia, l’utilizzo degli strumenti giuridici per attacchi geopolitici e il controllo delle organizzazioni internazionali. Vedremo in futuro quanto questo conflitto saprà assumere una dimensione ideologica, narrativa e propagandistica. La capacità delle moderne ideologie di attrarre i popoli in una lotta per blocchi contrapposti mi sembra meno forte rispetto alla dinamica della guerra fredda. Certo, ci sono alcune caratteristiche salienti del sistema cinese e di quello statunitense. Ma inviterei a non utilizzare gli occhiali del passato.

Di fronte alla pandemia, gli Stati Uniti si sono mostrati potenza “gelosa”, sulla scia del motto America First. la Cina, dopo alcune difficoltà iniziali, ha saputo rilanciare la propria immagine internazionale. Questa crisi cambierà lo scenario dei rapporti di forza globali?

Io ritengo che gli Stati Uniti e la Cina siano le potenze del capitalismo politico. Non mi aspetto che questo cambi: il loro conflitto rimarrà la questione fondamentale del mondo d’oggi. Naturalmente esistono altri capitalismi politici, altri modelli e altre storie nazionali. Ma non fanno parte dello stesso campionato. Ora stiamo vivendo una fase appiattita sulla cronaca di breve periodo, in cui però è possibile cominciare a cogliere alcuni elementi.

Dopo i problemi iniziali, in Cina c’è stata l’elaborazione di un piano cosciente di adattamento alla crisi e al mondo della pandemia. La produzione di ventilatori meccanici e mascherine è stata incrementata notevolmente perché il Partito Comunista ha deciso che le scorte sanitarie non dovevano servire solo alla domanda interna, ma anche a tutta una serie di paesi con cui Pechino voleva acquistare influenza e stringere contratti commerciali.

L’ondata del virus in Europa e negli Stati Uniti ha evidenziato degli elementi di impreparazione del sistema americano in un quadro di crescente fastidio dell’establishment di Washington verso le organizzazioni internazionali, ad esempio verso quelle che si occupano della messa a punto di standard e protocolli in settori delicati come quelli della comunicazione. Si tratta di settori dove i cinesi avevano conquistato solide posizioni negli anni scorsi grazie alla loro capacità di coalizione nei confronti di altri Stati, in primis quelli del continente africano.

C’è però un elemento di cui tenere conto: la forza perdurante del sistema americano, che risiede nella sua politica monetaria. Il ruolo del dollaro e della Federal Reserve sono ancora essenziali per il sistema economico internazionale e abbiamo visto tutta la loro influenza anche in questo momento di crisi. Il ruolo globale degli Stati Uniti è ancora fondamentale.

Nel tuo libro non sei tenero con l’Unione Europea. Il progetto istituzionale di Bruxelles sta mancando i propri obiettivi, caratterizzato com’è da una struttura “neo-medievale”, fatta di sdoppiamenti e sovrapposizione, incapace di strutturare un legame solido tra istituzioni e interessi economici. Quali prospettive per il Vecchio Mondo dopo la pandemia?

L’ideale dell’integrazione europea ha mostrato poca capacità di adattarsi ai cambiamenti internazionali. Su questo sono d’accordo con Adam Tooze: l’Unione Europea è lo sconfitto principale della Grande Recessione del 2008, a seguito della quale il progetto di integrazione e i singoli stati si sono fortemente indeboliti. Nel momento in cui il resto del mondo gioca maggiormente la carta del capitalismo politico, della sinergia tra istituzioni e economia, l’Europa rivela di non esserne all’altezza. Manca del tutto una coesione ideologica rispetto ai modelli di capitalismo. Da un lato abbiamo paesi come la Francia, dove l’interesse dello Stato prevale sulle esigenze del mercato. Dall’altro ci sono gruppi di paesi e aggregazioni regionali, come la cosiddetta nuova Lega anseatica, che difendono una visione opposta, vale a dire la subordinazione delle istituzioni alle esigenze dell’economia.

Queste differenze ideologiche esistono anche in altri sistemi statali: gli Stati Uniti, ad esempio sono caratterizzati da forti tensioni interne. Quello che manca all’Europa è anche la capacità di prendere decisioni in maniera tempestiva e veloce. In questo contesto, vedo un destino di galleggiamento, per i paesi europei sempre più sballottati da una parte e dall’altra dai due grandi contendenti. Gli Stati Uniti e la Cina vedono il grande mercato europeo come un terreno di contesa per la propria influenza. Mi aspetto che questo processo venga accelerato dalla dinamica della pandemia.

Incapacità di legare burocrazia e impresa; Il capitalismo occidentale, almeno in salsa europea, manca della capacità di creare sinergie efficaci tra mercato e interesse statale. In questo, l’Italia è forse anche più indietro di altri partner europei di più lunga tradizione amministrativa. In una tua recente intervista a Formiche.netparli della necessità di istituire un Consiglio di sicurezza nazionale economica. Quali dovrebbero essere gli obiettivi di questo organismo?

In generale, abbiamo bisogno di strumenti di lettura del mondo dell’industria e dell’economia che non siano affidati solamente ai servizi di informazione e di sicurezza, che già hanno un compito gravoso. Serve un monitoraggio permanente dei fenomeni economici che possono ledere l’interesse nazionale. Un aspetto centrale è proprio quello dell’articolazione e disarticolazione delle catene del valore: bisogna non soltanto studiare come sono costituiti i settori industriali nazionali, ma anche capire la dinamica della loro fornitura e la loro filiera internazionale, analizzare come sostenibilità ambientale, trasformazione digitale e geopolitica ne influenzino lo sviluppo. In questo modo possiamo valutare come il paese sia posizionato di fronte alle sfide che la pandemia ci pone: Il cambiamento dei sistemi sanitari, la biosicurezza, la necessità dell’approvvigionamento della filiera alimentare.

Lo Stato deve avere la capacità di anticipare e prevedere queste trasformazioni. Proprio per la sua importanza, l’analisi degli scenari economici e delle potenziali minacce non può essere affidata solamente al Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica. Avere una burocrazia stabile che si occupi di questo nel concreto - una quindicina di persone che lavorino a supporto delle istituzioni - è una cosa utile. Abbiamo bisogno di una fotografia del nostro sistema industriale economico, con le sue diramazioni di sicurezza, che ci aiuti a navigare maggiormente le trasformazioni geopolitiche in questo mare in tempesta. La costruzione di nuove istituzioni e presidi pubblici non è mai semplice; ma di fronte all’oggettivo depauperamento della nostra amministrazione è quanto mai necessaria.

Alessandro Aresu, Le Potenze del Capitalismo Politico. Stati Uniti e Cina (Nave di Teseo, 2020)

Alessandro Aresu, Le Potenze del Capitalismo Politico. Stati Uniti e Cina (Nave di Teseo, 2020)

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