11 novembre 2019

Il cimitero delle macchine agricole

  • Di Bruno Giurato

Appena sotto la curva dell'argine maestro sembrano lego buttati lì a caso dal fanciullo cosmico: Tra i giorni dei Santi, dei morti e San Martino bisogna arrivare qui, nella bassa lodigiana, lato sinistro del Po.

Al cimitero delle macchine agricole, appena prima di Caselle Landi: trattori, imballatrici a balle quadre, imballatrici a balle tonde, fresatrici, gru, tubi, rotoloni, bocchette. Di tutti i colori. Rosso, ruggine, blu, verde, viola. Niente di luttuoso: sono scarti divertenti di una tendenza antica, abitare il mondo attraverso una tecnica che aumenti la potenza del corpo e della mente umana: empowerment. Da un po' si parla di (e si agisce nella) realtà virtuale. Ora Elon Musk vuole fare in modo che il cervello interagisca (meta)fisicamente con la memoria digitale: cloud e neuroni. Ma la tendenza all'empowerment, a agire come se il nostro essere al mondo fosse esternalizzato è già-sempre presente, è già nell'aspetto cinetico della nostra immaginazione, in come sentiamo -e viviamo- il tempo.

Ed è un ballo nelle steppe nel periodo dei morti questo. In questo punto morto tra il matto e il sanguigno dell'Emilia Romagna, e la quadratura milanese di tutti i cerchi. Bassa lodigiana, molto odiata dai piacentini che la chiamano Magozia (da “magutt”, contadino), e alla terza birra si domandano se si scriverà Magocjia, o Magoczjia -un est molesto- o forse Magotia, alla latina. Risate.

Bassa Lodigiana che ricorda la valle del Mississippi: l’argine che fa curva, il verde del granoturco giovane o il grigio palude in golena, o il marrone del letame. Allevamenti di maiali. Un famigerato sketch di Claudio Bisio proprio sull’odore di questa zona ha fatto infuriare la stampa locale.

Saturday Night Live Italia - Gaffeman: Lodi

E qui si vede che ogni alterità è innanzitutto olfattiva: da sempre per sempre: il lezzo fa il lazzo. E si risponde con l’identitarismo: da qualche mese, dopo anni di battaglie, i locali sono riusciti a far cambiare nome all’uscita dell’autostrada: non più Piacenza Nord, ma Basso Lodigiano. Forse sarebbe stato meglio Magozia.

E Bunny e il suo accompagnatore in auto fanno un lento slalom in mezzo alle pozzanghere, lei è di Piacenza, ed è già innervosita infatti. Ma è anche una strega nipote di strega, e in questo post Halloween, in questo tempo di sospensione ha inevitabili orecchie dritte, Bunny. Lei è convinta e l’ha anche sognato che solo qualche secolo fa l’avrebbero bruciata, con tutte le orecchie, ma ci sono parecchi dubbi, anche perché le streghe davvero bruciate dubitiamo siano i milioni che qualcuno millanta, in Italia poi, pochissime (a Venezia c’è traccia documentata di un singolo caso, raccontava una setacciatrice di archivi della Serenissima), e le streghe svolgevano una funzione importante in molti paesi: mediche, levatrici, psicologhe, toglitrici di malocchio con acqua con olio e con fuoco a secondo del guaio. Bunny, comunque, non mangia mai col sale.
Sull'argine maestro due conigli passano di fianco, tipo spiriti protettori e appena saliti su -campi da una parte, golena allagata dall’altra- sul bordo è pieno di croci. Qui, racconta Guareschi, al tramonto, su una bicicletta che cigola, passa la morte.

Acquerugiola. Si prosegue verso sud sul lato sinistro-magotto del fiume. Si passa sotto al ponte della statale -bombardato in guerra, ricostruito, poi crollato per la piena, e ricostruito, il rimpiazzo sono sempre stati i ponti di barche, belle, ferme, tinte di fango bianco meglio che di vernice-, poi il ponte della ferrovia normale. Il ponte dell’autostrada Bologna Milano, il ponte dell’alta velocità col profilo di tutto design, ci si vedono i Frecciarossa 1000 nel fuoco del tramonto.

Finalmente si esce fuori da solchi e piloni della civiltà. E ci si trova davanti uno stormo di gazze ladre, decollano a ventaglio davanti al parabrezza. Portiere del regno dell’oltre.

Ci si capitò in piena estate, da queste parti, al bar di Caselle Landi, nei quaranta gradi e 90 per cento di umidità c’era una ragazza stesa sulle panchette verniciate di bianco, canottiera bianca, shorts bianchi, fisico da modella, chiacchierava, voce da sirena di un battello, udibile a chilometri.

A fianco la sua jeep bianca. Le avevamo chiesto notizie su un qualche modello di fuoristrada, e aveva spiegato, tecnica, di coppe dell’olio con protezione e di altezza minima da terra. Questa sì. Quella no. Come fai a sapere tutte queste cose? È il mio lavoro. Che lavoro, meccanico? Trattorista. Costanza (ma al bar la chiamavano Costanzo, come Maurizio) era scomparsa in un tremolio di polvere, il bianco della jeep si era definitivamente confuso col sole.

Ora freddo e acquerugiola. A Mezzano Passone c’è un attracco, una bellissima pizzeria quasi sempre vuota anche d’estate. Ogni tanto qualcuno arriva con un motoscafo, si ferma, si presenta un oste burbero a prezzi minimi. Si beve vino rosso e si suda. Ci si interroga sulle percentuali di cocaina nell’acqua del Po. Su fino a che misura i pesci siluro siano commestibili. Sulla riva di fronte, tra Mortizza e Caorso, si campeggia: grandi tende, grandi canne da pesca, grandi cannoni di pakistano. Il Persico fritto è ottimo, il pesce gatto sa un po’ di fango, sul siluro meglio sospendere il giudizio. Il Po, per secoli autostrada della Padania, ora è poco frequentato. A Piacenza un lungopò praticamente non esiste, nel quartiere dei cordai, intorno a via Borghetto, ora c’è solo un bar, aperto fino a notte fonda. Sempre sul lato destro, quello emiliano, a Roncaròlo di Caorso c’è il più bel tramonto su fiume che si possa immaginare, dal piazzale davanti all’osteria il Magaton. Col proprietario incazzato nero: spesso la domenica qualcuno sversa qualcosa di molto puzzolente nella penisola di fronte. L’odore si sente a chilometri. Mostra il testo della denuncia. Esito, finora, nullo.

Di qua, a sinistra, i morti della Porchera. Una storia del 1751: maiali che girano per le carrarecce con pezzi di arti in bocca, bambini che trovano mani un dito sotto la polvere. Erano i morti di una recente battaglia malamente seppelliti, tedeschi e spagnoli, e tirati fuori dai suini affamati. Zappe. Vanghe. Il prete che si sporca la sottana di terra per scavare, con le pie donne, coi contadini. Puzza di maiale e decomposizione. Nobili e notabili finanziano l’erezione di una piccola cappella. È l’oratorio dei morti della Porchera, e lì per lì non si vede. Bisogna fermare la macchina e andare giù nel fango e nel verde, solo allora si vedono i fiori. Nessuno si dimentica, qui. Qui la cieca Anna Maria Bolzoni ha riacquistato la vista.

Un’estate si stava in quattro sempre sull’argine maestro, al tramonto, come corvi, di fronte al boschetto di pioppi con due irrigatori giganteschi nel campo di granoturco. A fianco una pista per aerei leggeri. Ogni 75 secondi lo spruzzo investiva noi, seduti sul cofano della Jeep o variamente ballanti. Nello stereo andava “Ehi you’re a crazy bitch/ but you fuck so good/ and I’m on top of it”. Noi un urlo ogni 75 secondi, e una fuga di uccelli.

Nell'acquerugiola c'è da fare ancora un pezzo, tenendo la seconda, al minimo anche del rumore, fino appunto a questo cimitero agricolo che più che altro sembra un'installazione d'arte.

Lì, in mezzo a questi scarti divertenti, si capisce la questione del tempo, per esempio. Il “numero del movimento secondo il prima e il poi” che diceva Aristotele è un alibi. Il tempo non è misurabile (tra l’altro) perché già la scansione non è vera spazializzazione: c’è un movimento, un’intenzionalità, una semantica. La cinetica è già significato.
Non c’è astrazione che raggeli il tempo, se non come lettura comoda: sostanzialità ficta, più pedagogia (e quindi potere) che ontologia. E questi lego buttati a caso non sono un simbolo entropico: il tempo è perdita solo per lo stolto, per chi sa è dono.
Non il ferro arrugginito, non i voli degli uccelli (gabbiani, ora), non questi due protetti da un paio di conigli selvatici ne sanno, né ne sapranno, mai nulla di orologi. Non sanno il tempo, sanno il ritmo: ricorrenze, stagioni, il resto è roba da calendari e buste paga. Basta sapere che qui, ora, in questi giorni tra le celebrazioni di morti e santi che tornano, quest’argine è una pista da ballo. Loro, i morti, vagano per barzakh, paradisi e antiparadisi, buoni e cattivi, santi e jinn che sono.

E oggi arriva San Martino, con la sua mezza mantella caritatevole, e la spada di San Michele a cull'arm. Per tagliare una fetta di terra, di letame, di fiume, di anno nuovo che nasce. Tempie antiche, vene nuove

Lì, in mezzo a questi scarti divertenti, si capisce la questione del tempo, per esempio. Il “numero del movimento secondo il prima e il poi” che diceva Aristotele è un alibi. Il tempo non è misurabile (tra l’altro) perché già la scansione non è vera spazializzazione: c’è un movimento, un’intenzionalità, una semantica. La cinetica è già significato.

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Bruno Giurato
di Monasterace (Reggio Calabria), si occupa di attualità, filosofia e rock 'n roll.

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