28 aprile 2021

Il Covid-19 come catalizzatore per l’innovazione: lo smart working e le startup come fattori digitalizzanti

  • Di Gabriele Maruccia

L’esplosione della pandemia da Covid-19 è uno degli eventi che segnerà maggiormente la storia dell’umanità. Ma non è detto che ogni impronta lasciata da questo evento si connoti necessariamente di un’aura negativa.

Infatti, pur a fronte del dramma sociale ed economico scatenato dal Sars-Cov2, deve sottolinearsi come lo stesso virus abbia dato una sferzata ai processi di digitalizzazione del Paese, connotandosi quale catalizzatore di eventi che ha portato oggi a ridiscutere dalle fondamenta l’approccio alla vita, in generale, ed al mondo del lavoro, specialmente quello dei c.d. white-collar, che ha sperimentato, effettivamente e per la prima volta, lo smart working. Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, il numero degli smart workersè più che decuplicato durante la pandemia, passando da 570 mila a quasi 6,6 milioni nel corso del 2020.

Da diversi sondaggi svolti e pubblicati in questo periodo, emerge con evidenza che lo smart working è destinato a diventare anche all’esito della pandemia uno strumento strutturale delle organizzazioni di lavoro (sensazioni confermate dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando, che ha preannunciato una regolamentazione di tale modalità).

È di palmare evidenza, tuttavia, che la diffusione ed istituzionalizzazione di una tale modalità di prestazione dell’attività lavorativa anche in fase post pandemica, non può prescindere dalla predisposizione da parte delle imprese di un ambiente lavorativo digitale, sui cui binari dovranno svolgersi processi e procedimenti aziendali, che necessitano di un adeguamento a questa nuova realtà digitale.

A fronte di ciò, sebbene l’attuale situazione ha certamente accelerato il processo di digitalizzazione del sistema, va rilevato che le radici di questo fenomeno affondano lontane nel tempo. Fin dai primi anni 2000, invero, si è assistito ad una vera e propria digital disruption, un fenomeno che, secondo Richard Turrin (un esperto a livello globale nel settore fintech), “ha lanciato la proverbiale chiave inglese nei meccanismi di tante industrie tradizionali”. È innegabile, infatti, che la digitalizzazione ha cambiato radicalmente non soltanto i cicli produttivi, ma ha altresì alterato i business model di tante imprese, sottoponendole ad una concorrenza molto serrata, capace di tagliare fuori dal mercato dei veri e propri giganti (si pensi ad esempio al business case di Blockbuster e Netflix).

Ciò premesso, è evidente che l’innovazione e la digitalizzazione non possano riguardare esclusivamente il front office, ma debbano anche inserirsi nei processi che riguardano le interazioni tra dipendenti e in quelli di governanceaziendale. Tuttavia, affinchè sia possibile per l’impresa gestire i propri processi in modo innovativo, rendendola snella nelle decisioni e, quindi, competitiva sul mercato, non basta copiare l’innovazione altrui o avere un managementilluminato pronto a cogliere le novità dall’interno: l’innovazione, infatti, il più delle volte proviene da soggetti esterni alle dinamiche aziendali, lontani dalle logiche del “si è sempre fatto così” e, soprattutto, che hanno avuto il coraggio di un’idea e vi hanno infuso tutte le loro energie.

Se, quindi, la situazione determinata dal Covid-19 ha senz’altro posto le condizioni di ripensare il mondo e di riammodernare i processi in un’ottica digitale, va sottolineato con forza che tutto ciò non sarebbe possibile senza coloro che creano innovazione tramite le loro idee e si adoperano per metterle in atto.

Nel 2020, in base alla Relazione Annuale su startup e PMI innovative redatta dal Ministero dello Sviluppo Economico, sono nate in Italia circa 1300 startup e PMI innovative, ossia il 10,4% in più rispetto al 2019: un dato che dà fiducia nel tessuto produttivo del Paese e sulla sua capacità di innovarsi nelle difficoltà.

Queste imprese hanno nella stragrande maggioranza dei casi tre elementi in comune: sono spesso fondate da nativi digitali, i loro dipendenti posseggono digital skill sviluppate e, soprattutto, sono quasi ontologicamente orientate verso soluzioni digitali nei cicli produttivi o nella gestione dei processi. Naturale conseguenza è che il 75% di esse si propone di offrire servizi digitali ad altre imprese.

Per fare un esempio vincente, la startup TimeFlow che si rivolge al mondo della consulenza tecnica e manageriale offre al mercato un marketplace B2B, ossia un punto di incontro tra fornitori (PMI/subcontractor) e clienti (Big Consulting Company/System Integrator). Operante in cloud e senza nessuna installazione necessaria (c.d. Software as a Service, SaaS), l’applicativo effettua un’analisi dei dati inerenti le esigenze dei clienti, le loro preferenze e le disponibilità dei fornitori, procedendo poi, grazie ad una tecnologia proprietaria di AI, al calcolo dell’indice di compatibilità tra i profili offerti dai fornitori e le esigenze di reclutamento pubblicate dai clienti sul portale.

La soluzione offerta da TimeFlow è l’esempio lampante di come le soluzioni digitali inerenti i cicli produttivi e la gestione dei processi possano portare ad un aumento immediato dei profitti, una riduzione dei tempi e dei costi a vantaggio della marginalità sulle commesse e perfino allo sviluppo di relazioni di valore a costo zero.

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