27 ottobre 2020

Il gesuita che sedusse la Cina

  • Di Gianluca Veneziani

Combinava spirito missionario e legame viscerale con la terra di origine; slancio universale dei gesuiti e amore tradizionale dell’uomo fedele a patria e famiglia, oltreché a Dio. Fu perciò cittadino del mondo e “ambasciatore d’Europa” in Cina ma, al contempo, “gloria d’Italia” e “splendore di Macerata”.

In questa feconda conciliazione di opposti sta il destino glocal e la grandezza di padre Matteo Ricci, gesuita, matematico, primo cattolico a diffondere il Verbo cristiano nell’impero cinese alla fine del Cinquecento, nonché precursore dello scambio linguistico e culturale tra l’Estremo Oriente e l’Europa. La sua biografia personale e familiare, raccontata con straordinaria dovizia di fonti documentarie nel prezioso libello “Matteo Ricci. La famiglia, la casa, la città” (Quodlibet, 2020) di Filippo Mignini, è la migliore conferma che solo chi non tradisce e recide le radici può elevarsi in alto e ampliare gli orizzonti, dando buon frutto.

La vocazione globale di Ricci affiora già nel 1577, all’interno del collegio della Compagnia di Gesù, da lui frequentato a Roma, dove matura la decisione di dedicare la propria vita alla conversione dei non cristiani. Da lì iniziano i suoi viaggi, prima in India, dove farà conoscere il latino ai giovani indiani, quindi in Cina dove rimarrà per 28 anni, fino alla sua morte nel 1610, venendo riconosciuto come “maestro occidentale” presso la classe dirigente dell’impero. Il segreto della fama cinese di Ricci è nella sua strategia di comunicazione e nel suo approccio culturale: andrà a Macao, Shaozhou e Pechino a evangelizzare e a mostrare le grandezze scientifiche, letterarie e tecnologiche della civiltà europea; ma al contempo, con curiosità e intelligenza, imparerà il mandarino, presenterà la prima carta universale della Terra in lingua cinese e si adatterà, in senso letterale, ai costumi del luogo, vestendo gli abiti del bonzo buddista e quelli del saggio confuciano, pur restando sempre cristiano. Quando si dice che l’abito non fa il monaco. Il suo metodo efficace di contaminazione lo porterà anche a introdurre nelle liturgie cattoliche i cosiddetti “riti cinesi”, ossia cerimonie confuciane dedicate al culto degli antenati, che verranno prima condannate dalla Chiesa e solo più tardi riconosciute nel loro valore civile.

L’attenzione agli antenati dice molto di quanto Ricci, nella sua esperienza spirituale, non perda mai il contatto materiale, umano, affettivo con la città natale e le persone a lui più vicine. Cresciuto a Macerata in una famiglia molto numerosa (alcune fonti parlano di 12 fratelli), Ricci coltiva a distanza, da remoto, l’amore per i cari, conservando un cordone invisibile con loro. Dalla Cina piange la nonna Laria appena scomparsa, ricordandosi «della carità che mi fece mentre fui putto, e quanto gli dovevo per havermi allevato come seconda madre»; dalla Cina invia continue lettere ai familiari, lamentandosi di non ricevere risposta da anni, e supplica di avere notizie non solo dei fratelli ma anche dei concittadini rimasti in paese; e dalla Cina rampogna ed esorta alla conversione suo padre Giovanni Battista, uomo alla ricerca costante di denaro, finito due volte in carcere, non esattamente modello esemplare per un servo di Dio come Matteo. «Questo mi par tempo hormai d’avvicinarsi a Dio», gli dirà il figlio. «Bisogna apparecchiarsi bene per render conto della vita passata».

Ma, nonostante questo rimprovero, il sogno ultimo del cosmopolita Matteo, il gesuita che sedusse la Cina, il missionario coltissimo sepolto a Pechino, è di ricongiungersi infine ai propri cari, colmando così post mortem la sua nostalgia fisica e metafisica di casa. «Giacché in vita viviamo tanto lontani», scriverà in una missiva commovente destinata alla famiglia, «dopo morte (…) Dio si degni metterci insieme negli eterni tabernacoli».

Grazie a questo auspicio anche la lontanissima Cina gli dovette sembrare più vicina.

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