02 dicembre 2020

Il lavoratore digitale: iperconnesso, iperdistante e controllato

  • Di Marco Proietti

Viviamo immersi nella c.d. “infosfera” ovvero, come richiamato da Luciano Floridi, in quell’insieme sconfinato di mezzi di comunicazione e di informazioni che interagiscono tra di loro: il modo di lavorare, di vendere e comprare, di avere relazioni sociali, di organizzare viaggi e di comunicare, è assorbito quasi del tutto da dispositivi e software, e ciò che poteva apparirci immateriale (il mondo di internet o, meglio ancora, il web in tutte le sue derivazioni) è quanto di più reale possiamo mai aver pensato.

L’immateriale genera spavento poiché ciò che è ignoto rappresenta un confine inesplorato dalla mente, ecco perché cerchiamo di attribuire quella concretezza legata al vissuto e all’esperienza, come ci ricorda sempre Nietsche nel suo “Götzen Dämmerung”.

Ma la società digitale, ancorché immateriale, è quanto di più concreto vi sia.

Forse il termine migliore utilizzato per la nuova Era del digitale è “dataism” e fu richiamato per la prima volta da David Brooks sul New York Times nel febbraio del 2013, in quanto ciò che circonda il nostro quotidiano è un continuo flusso di informazioni che vengono introdotte nella rete in ogni momento, sia quando ci troviamo davanti ad un personal computer, che quando utilizziamo un telefono cellulare, un televisore di ultima generazione, il gps dell’automobile, l’ingresso in una palestra, o quando ordiniamo un oggetto tramite una delle tante piattaforme online; è l’affermazione dell’algoritmo che, combinato con l’insaziabile necessità di dati e di informazioni, inizia la sua storia archiviando gli stessi per poi passare ad una vera e propria rielaborazione, proiettandosi verso l’indipendenza funzionale totale.

L’algoritmo regola molti aspetti della vita quotidiana, e sta entrando in modo stabile anche nella gestione del rapporto di lavoro.

In questo senso è interessante una recente sentenza del Tribunale di Palermo (la n. 7283/2020), che ha rinnovato la riflessione sull’algoritmo quale datore di lavoro 4.0: un superiore gerarchico immateriale, che controlla a distanza la prestazione, misura l’efficienza, ne considera l’impatto economico e fa derivare da ciò le ovvie conseguenze sulla gestione del rapporto di lavoro. In sintesi, la sentenza si inserisce nel dibattito attorno ai ciclo fattorini operanti per le piattaforme digitali di consegna a domicilio (Amazon, Foodora, Deliveroo, ecc.) e per la prima volta riconosce l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato – e non più di tipo autonomo – in quanto il prestatore segue le direttive fornite dalla piattaforma: dove andare, a chi consegnare, in che tempi, ecc. Una vera e propria eterodirezione che – al netto delle conseguenze giuslavoristiche – implica l’affermazione dell’algoritmo quale datore di lavoro

Il Tribunale di Palermo

Il Tribunale di Palermo

Il ciclo fattorino vive a pieno ritmo nell’infosfera, così al pari del lavoratore in smart working che – lontano dal proprio ufficio, forse seduto nel terrazzo della propria casa – fornisce la propria prestazione di lavoro con continuità e senza possibilità di auto-organizzarsi.

Resta aperto un duplice problema: la trasparenza del processo di modellazione (creazione) dell’algoritmo e la gestione dei dati forniti nell’ambito della sorveglianza attiva.

La più recente notizia, infatti, è l’evolversi di un vero e proprio esercito di controllori. Si parla di “sentinelle” per gli smart workers, ovvero di addetti al controllo e verifica di come viene resa la prestazione a distanza attraverso due sistemi già conosciuti: l’assorbimento di dati e informazioni (il percorso fatto dal rider, oppure i siti web visitati dal lavoratore in smart working), e l’attivazione di sistemi di alert automatizzati e gestiti dall’algoritmo. Alcuni esempi sono forniti da un particolare software chiamato “ActiviTrak” che digerisce una quantità impensabile di dati ed elementi relativi al rapporto di lavoro.

Il passaggio successivo potrebbe essere quello di sostituire le “sentinelle” con la totale automazione. Attribuire una sanzione al dipendente che naviga per troppi minuti nel web, oppure che è disconnesso per un periodo non consentito, oppure – ancora – che esegue alcune operazioni in troppo tempo, non è un’ipotesi tanto peregrina; sorgono comunque questioni legate alla compatibilità sia con la disciplina sui controlli a distanza (articolo 4 dello Statuto dei lavoratori) oltre che problemi di privacy e riservatezza, senza voler scomodare direttamente la Costituzione. L’algoritmo potrebbe essere presto un datore di lavoro inflessibile e severo.

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