12 gennaio 2021

Il lavoro 4.0 è tra noi. Flessibili, adattabili, connessi e immateriali

  • Di Marco Proietti

L’attualità sia economica che del mondo del lavoro è attraversata dall’intreccio tra digitalizzazione e automazione ovvero tra l’introduzione di processi per la elaborazione dei dati a disposizione (big data) e l’utilizzo della robotica per la completa sostituzione dell’uomo in interi rami della produzione e dei servizi. Se i nostri nonni conoscevano le stagioni per la semina o per le disinfestazioni nei campi, oggi in molti Paesi ciò avviene in moto automatizzato tramite droni governati da IA e programmati secondo le condizioni atmosferiche.

Vi è comunque la ricerca di nuovi modelli, almeno per quello che attiene il mondo del lavoro e dei rapporti tra lavoratori.

Il processo, per così dire, di “digitalizzazione del lavoratore” porta con sé delle conseguenze sul piano giuridico, oltre che su quello sociale e relazionale, tenuto conto che Industria 4.0 cerca prestatori di lavoro che siano molto flessibili, adattabili ad esigenze diverse, iper connessi, sempre raggiungibili e non necessariamente presenti in un ufficio.

Il lavoratore flessibile e adattabile

Lo si sta vedendo con lo smart working, punta di un iceberg molto più grande, ma che consente la riflessione sulla progressiva destrutturazione del concetto classico di lavoro subordinato.

Nel tradizionale contratto di lavoro deve essere previsto il luogo della prestazione, l’orario e la retribuzione secondo i criteri della contrattazione collettiva: per il futuro la questione potrebbe notevolmente mutare in tutti e tre i settori. Il luogo di lavoro sarà considerato “ovunque”, e anche in questo contesto non mancherà il perenne controllo del datore celato dietro al gelido sorriso algoritmico dei software che verifica le attività svolte; l’orario sarà asincrono, con tutte le conseguenze che derivano in termini di uso e abuso di mezzi informatici (dalla mail, allo smartphone).

Il lavoratore iper connesso

Trovare un lavoro, almeno fino a poco tempo fa, poteva avvenire tramite inserzioni su giornali specializzati oppure sulle bacheche della propria università. Ora passa tutto per gli intermediari, ai quali deleghiamo la ricerca e anche la scelta del lavoro migliore, del luogo e della retribuzione, e ciò è funzionale anche per le aziende che devono assumere: è ancora una volta l’algoritmo il migliore recruiter in circolazione, che utilizza una quantità infinita di dati e informazioni immessi nella rete, per effettuare una propria selezione e indirizzare i candidati verso un ipotetico colloquio di lavoro.

La IA filtra i dati secondo vari criteri (territorio, richiesta di lavoro, mansioni, retribuzione, età, sesso) e svolge un’indagine molto penetrante nell’intimità di ogni individuo prima di segnalarlo per un posto di lavoro; tale valutazione, evidentemente, passa anche per le informazioni reperibili sui social network o comunque le varie “tracce” che vengono lasciate nella rete, dagli articoli ai commenti. E’ il meccanismo del web 2.0. Si tratta, per altro, di qualcosa che si scontra con l’ordinamento italiano che vieta espressamente le c.d. “indagini pre-assuntive” ovvero la valutazione di tendenze politiche, religiose, culturali, sessuali, e quanto altro, quale vero e proprio schermo all’assunzione. Ma, almeno per ora, l’algoritmo non prova alcun rimorso.

Il lavoratore è iper connesso prima ancora di essere assunto, ed ogni dato immesso nella rete può essere utilizzato proprio ai fini del reclutamento.

Il lavoratore immateriale

Dunque da dimenticare il classico lavoro subordinato, l’idea del posto fisso e del proprio ufficio con orari prestabiliti. Il lavoro digitale è molto più orientato a forme di tipo collaborativo di quanto non siano state altre attività sino ad oggi e ciò perché, lo si vede con i ciclo fattorini, il rapporto con le tecnologie tende a evidenziare maggiormente l’importanza del rendimento lavorativo, ed a potenziare la massima flessibilità di orario, luogo di lavoro e retribuzione.

Richiamato correttamente anche da S. Quintarelli nel suo libro “Il Capitalismo immateriale”, il nuovo contesto lavorativo tende ad offuscare l’aspetto fisico del luogo di lavoro, con netto superamento del semplice concetto della messa a disposizione delle energie lavorative in favore, come detto, del risultato da raggiungere. Si parla, non a caso, di crowdsourcing che ha molteplici forme ma che rappresenta la nuova faccia del lavoro digitale.

Il lavoro virtuale, in sintesi, è privo delle tradizionali riconduzioni temporali o spaziali, ponendo il lavoratore nella posizione di dover essere sempre in condizione di rispondere, operare, intervenire su una piattaforma: lavoro immateriale, ma iper connesso.

Chiaramente non si deve dimenticare l’apporto della robotica e della IA. Il ruolo dell’algoritmo quale datore di lavoro 4.0, infatti, disegna un futuro assimilabile al lavoro con cronometro ove solo alcune attività squisitamente intellettive resteranno saldamente in mano all’uomo, e tutto il resto sarà immediatamente misurabile e quantificabile.

Solo uno Statuto Etico della società digitale può umanizzare il lavoro e rendere sostenibile i progressi tecnologici da affiancare alla analogica vita dell’uomo.

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