06 aprile 2021

Il Ministero della Solitudine in Giappone

  • Di Maria Pia D'Orazi

Per assaporare il gusto della vita fino in fondo, secondo i giapponesi bisogna “avere lo stomaco”. Vuol dire aver imparato a non essere mai impazienti, né autoindulgenti, a considerare il sacrificio come una normale pratica di reciprocità sociale e familiare e, in definitiva, esser capaci di autocontrollo. Anche senza praticare tecniche specifiche – come la meditazione, le arti marziali, la calligrafia o la cerimonia del tè – l’autodisciplina è sempre stata una pratica sociale generalizzata e un punto di riferimento per giudicare se stessi e gli altri. Può servire ad acquisire competenze specifiche in una qualsiasi attività, oppure soltanto a comportarsi meglio nella vita di tutti i giorni, a “diventare più saggi”. Sulla via della saggezza la solitudine è una virtù. Un modo per mettere a tacere il frastuono del mondo e allenare la mente all’ascolto. E se diventa sensazione di isolamento è comunque una responsabilità personale: al pari delle emozioni, deve essere subordinata al senso del dovere verso la famiglia e la comunità, per mantenere l’armonia collettiva.

L’altro lato della medaglia è una società profondamente ferita che deve gestire fenomeni come i karōshi – persone che muoiono a causa di estenuanti orari di lavoro; gli hikikomori, "reclusi volontari", adolescenti e adulti, che mantengono col mondo un contatto virtuale senza più uscire di casa; i kodokushi, persone che "muoiono in solitudine" senza che nessuno reclami la loro scomparsa per mesi; gli jōhatsu, individui che cancellano ogni traccia di sé, “evaporano” letteralmente, per non affrontare il giudizio sociale dopo aver perso il lavoro. E poi ci sono i suicidi. Il Giappone è il paese industrializzato con il più alto tasso di suicidi. Lo scorso anno si sono tolte la vita 20.919 persone – in maggioranza donne e giovani – 750 in più rispetto all’anno precedente, quasi il triplo dei morti accertati per Covid-19. È il primo significativo aumento in 11 anni, dopo la crisi finanziaria del 2009 che portò al record di circa 33 mila suicidi in un anno.

Di fronte a questi numeri il primo ministro giapponese Yoshihide Suga, il 12 febbraio ha deciso di istituire il Ministero della Solitudine e di affidarlo a Tetsushi Sakamoto – già ministro per lo sviluppo regionale e incaricato delle misure contro il declino demografico – per “promuovere attività che prevengano l’isolamento sociale e proteggano i legami tra le persone”.

Tetsushi Sakamoto

Tetsushi Sakamoto

Non è la prima volta che un governo decide di trasformare un tema come la solitudine, apparentemente privato, in una questione pubblica con un ministero ad hoc. Nel 2018 l’ha fatto il Regno Unito di Theresa May. All’epoca May rispondeva ai risultati di un’inchiesta secondo la quale 9 milioni di persone nel paese avevano dichiarato di sentirsi sole per la maggior parte del loro tempo. Parlò di “una delle più grandi sfide per la salute pubblica”, e considerò la solitudine dannosa quanto l’obesità o il fumo, causa di malattie cardiache, ictus e morbo di Alzheimer. La sua strategia è stata coinvolgere datori di lavoro, moltiplicare spazi comunitari e occasioni d’incontro.

Anche il nuovo Ministero giapponese dovrà occuparsi prima di tutto di lavoro, per fare in modo che i cittadini possano riappropriarsi del loro tempo. L’ex premier Shinzō Abe è già intervenuto per limitare gli straordinari e chiedere alle aziende di obbligare i dipendenti ad andare in ferie. Un giapponese medio lavora fino a 80 ore settimanali, senza mai un giorno di vacanza o malattia.

Affidare a un Ministero il problema della solitudine non riguarda tanto il rapporto fra pubblico e privato, o gli effetti collaterali della pandemia. Piuttosto è l’ammissione tacita del fallimento di un intero sistema culturale e del modello economico che lo ha prodotto, basato su competizione e profitto. La solitudine, come manifestazione dell’ “essenza del liberalismo”, chiede alla politica di riappropriarsi dell’etica della cura. E la pandemia ha contribuito a rendere visibile il problema in un modo ormai ineludibile. Come scrive bene Luigina Mortari (“La politica della cura”, Raffaello Cortina, 2021) la cura è essenziale per la vita umana. Siamo quello che facciamo e quello di cui abbiamo cura. E una politica che faccia sua l’etica della cura, si vota a costruire “un mondo dove tutti i cittadini possano vivere una vita buona, dove poter fare esperienza del piacere di vivere con gli altri nel mondo”.

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