06 maggio 2020

Il mondo dopo la pandemia? Più digitalizzato e connesso. Parla Luciano Floridi

  • Di Edoardo Dallari

Le app per il contenimento del virus funzionano se la usano in tanti, ma attenzione a non creare disuguaglianze sociali

“E’ meglio un povero vivo che un ricco morto”. Per Luciano Floridi, filosofo italiano che vive ad Oxford, sulla scelta tra salute ed economia “non c’è dibattito”, ma occorre intervenire sulle fasce più deboli della popolazione e investire per il futuro. “Sarebbe sconcertante – dice – tornare allo Stato imprenditore come negli anni ’70”. Consulente del governo britannico per la app di screening della popolazione per il contenimento del coronavirus, teme che per i governi europei “diventi un’operazione politica di propaganda per incrementare il consenso facendo vedere che si è fatto uno sforzo, senza che poi nulla si concretizzi”.

In quella da lei definita “infosfera” l’informazione è interconnessa a livello globale. Eppure la politica ha sottovaluto per molto tempo il pericolo del Covid-19 nonostante tutti sapessero. Come mai?

Non credo sia un caso che il ritardo maggiore sia avvenuto in Paesi ad alto tasso di populismo come Gran Bretagna e Usa. In alcuni Paesi vige una retorica vuota sganciata dalla fattualità, basti pensare al dibattito su Brexit in Gran Bretagna, o sull’immigrazione in Italia. Si dicono sciocchezze, si pensi a Trump, e quando le sciocchezze non hanno effetto immediato, si pensa che si possano dire impunemente. Quando, per inerzia, la gravità del coronavirus si è presentata in tutta la sua dirompenza il politico di turno si è trovato spiazzato. La realtà non poteva più essere ripiegata alla propaganda. Ogni settimana che è passata senza intervenire si è contata in vittime.

Il mondo dopo la pandemia sarà un mondo sempre più digitalizzato e con una presenza maggiore dell’intelligenza artificiale?

Sicuramente sarà più digitalizzato e connesso. Il coronavirus accelera un processo in corso da tempo. Sull’intelligenza artificiale invece bisogna intendersi: se la pensiamo come il robottino che sta a casa e fa le cose al posto tuo, non ci siamo. La maggior parte dell’IA è di servizio, come quella che rende possibile molti servizi online, da Netflix a Skype. Riguarda la modalità dell’infrastruttura: bisogna incrementare i supporti di gestione automatica dei dati che hanno un’importanza sempre più decisiva. Ci sono tre elementi da tenere presenti. Il primo è il punto di non ritorno: si pensi ai pagamenti digitali. Poi la profondità della trasformazione: il processo digitale è irreversibile, ma avrà profondità diverse a seconda dei settori. Aumenterà lo smart working, l’ e-commerce, o l’utilizzo delle piattaforme tipo Netflix, ma, per esempio, c’è un elemento fisico dell’intrattenimento che non è eliminabile, come la pizzeria dove adesso vorrei tanto tornare. Last, but not least: la direzione, che è politica. Gestiremo passivamente questa trasformazione? Ci coordineremo con l’Europa? Saremo succubi delle Sette Sorelle digitali? Sarà a macchia di leopardo? Mi pare che manchi un piano di progettazione nazionale ed europeo per sviluppare un “agenda digitale” e affrontare il problema del “digital divide”.

“Il reale è razionale e il razionale è reale” diceva Hegel. Oggi dovremmo dire il virtuale è reale e il reale è virtuale?

Si va verso una commistione dei due. Digitale e analogico, online e offline, si mescolano nell’“onlife”, che mi piace presentare con l’immagine dell’acqua salmastra. Questa non è né l’acqua dolce del fiume né quella salata del mare, ma quella che si forma nel delta dove le due si incrociano dando vita alle mangrovie. Dobbiamo cercare di trarre vantaggio da questa situazione, ad esempio nella riorganizzazione del mondo del lavoro, sviluppando un sistema basato sullo smart working dove conti non la quantità delle ore di lavoro, ma il risultato finale ottenuto gestendo il proprio tempo in autonomia, in modo responsabilizzato.

Lei parla di “quarta rivoluzione” digitale. Le macchine potranno sostituire l’uomo?

Che le macchine possano veramente pensare anche solo come un cane è fantascienza. Ma che si vada sempre più verso un mondo in cui le macchine fanno quasi tutto meglio di noi è probabile. L’IA viene presentata come un matrimonio, ma invece è un divorzio tra l’intelligenza biologica e l’artefatto ingegnerizzato, tra il dover essere intelligenti per fare qualcosa e la capacità di agire per fare la stessa cosa con successo. Pensiamo al computer che gioca a scacchi, spesso meglio di noi: in questo caso abbiamo separato la capacità di vincere a scacchi dalla necessità di essere intelligenti. Non abbiamo reso il computer intelligente, ma gli scacchi stupidi.

In molti Paesi la tecnologia ha aiutato nel contenimento della diffusione dell’epidemia. In Italia si parla da tempo di questa app “Immuni” per tracciare i movimenti: sono a rischio la nostra libertà e la nostra privacy?

Purtroppo il dibattito sulle app in Europa si è incagliato sulla questione della protezione dei dati personali. Io credo che la modalità di gestione sia centralizzata sia decentralizzata possano proteggere a sufficienza la privacy dei cittadini, anche se quella decentralizzata è preferibile perché si corrono meno rischi. Il tema principale però è quello etico. L’app funziona se la usano in tanti: circa la metà della popolazione nazionale. Sotto il 20% è completamente inutile, oltre il 60% è utilissima. Come aumentarne quindi l’efficacia limitando le ingiustizie sociali? In centro a Milano, dove tutti hanno l’IPhone ultimo modello e magari sanno come scaricare e gestire un’app, sarà utile, ma altrove? Gli incentivi ci vogliono ma non devono creare disuguaglianze sociali. Ho suggerito ad esempio di agganciare lo scaricamento e l’uso dell’app a una lotteria, oppure a un riconoscimento formale. Ma l’app non può discriminare e dividere tra cittadini di serie A e di serie B perché alcuni non la possono scaricare non avendo il modello di cellulare adatto o non sapendo da che parte iniziare. Bisogna usare incentivi non “interni”, cioè non basati sull’uso dell’app per avere maggiori opportunità o servizi migliori. Inoltre, si possono sviluppare anche sistemi alternativi come un portachiavi o un braccialetto Bluetooth.

La digitalizzazione è un pericolo per la democrazia? O è la nascita di una nuova forma di partecipazione diretta alla vita pubblica?

Se pensiamo al rapporto tecnologia-democrazia in Italia ci viene subito in mente il modello “piattaforma Rousseau”, come se non ce ne potessero essere altri. Quella è la strada sbagliata perché è populista: a seconda delle occasioni rischia di diventare la dittatura della maggioranza o peggio ancora della minoranza. Dovremmo utilizzare il digitale per rendere la cittadinanza più informata e l’apparato statale più trasparente favorendo la cosiddetta accountability delle Istituzioni. La rottura della parcellizzazione del potere, quello che fa Trump con Twitter, a me spaventa molto. Sono le proposte a dover essere democratizzate, per poter migliorare le decisioni.

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