28 aprile 2021

Il Principe: manuale aggiornatissimo per essere un cittadino libero

  • Di Dario Artale

E se Il Principe non facesse appello all’intelligenza di chi governa la Repubblica, ma a quella di noi privati cittadini? In entrambi i casi la Riedizione dell’opera di Niccolò Machiavelli, curata da Daniele Reglipizzo ed edita da Nuova Argos, è un’operazione che ci chiama in causa. Non a caso l’illuminismo, da Baruch Spinoza a Jean-Jacques Rousseau, da Vittorio Alfieri a Ugo Foscolo, mette in luce “l’obliquità” del Principe, in ragione della quale il Segretario fiorentino non è – come appare – “fautore della più bieca tirannide”, quanto invece “esaltatore della democrazia repubblicana”. Come osserva – nell’Introduzione – Antonio Grimaldi, “nel trattare del modus operandi dei principi, Niccolò Machiavelli avrebbe svelato ai fiorentini l’immagine mostruosa di un despota affinché, coralmente, ripudiassero la tirannide medicea in nome della libertà”. Che Machiavelli non avesse granché stima del Magnifico Lorenzo di Piero de’ Medici, cui pur è dedicato il De principatibus, non lo si evince tanto dalla lettera a Francesco Vettori, in cui il Segretario dichiara i propositi con i quali ha composto l’opuscolo, quanto dalla condizione nella quale Niccolò Machiavelli è relegato per mano dei Medici, proprio mentre scrive la missiva, all’Albergaccio di Sant’Andrea in Percussina, dove – come non manca di puntualizzare Alessandra Necci, che al Segretario fiorentino ha dedicato “Niccolò Machiavelli. Il potere e la ragione” – egli sta scontando il suo confino da Firenze, con l’accusa di aver partecipato alla congiura anti-medicea ordita da Pietro Paolo Boscoli. Tinte sono le fosche con le quali Luciano Bozzo – nella Presentazione che apre e accoglie la Riedizione – ritrae il Machiavelli all’Albergaccio, intento a discorrere con i taglialegna, a leggere poesie nell’uccellare dove impania tordi, a chieder notizie del mondo ai viandanti “sulla strada che corre da Firenze a Roma e taglia in due le poche case di Sant’Andrea”. Ma è sopraggiunta la sera che si compie – com’è usuale – il miracolo della scrittura, quando indossati “panni reali e curiali” Machiavelli legge i classici greci e romani, e leggendoli entra “nelle antique corti degli antiqui uomini”, ingaggia dialoghi muti con “gli antiqui uomini delle antique corti”, e quelli – come per miracolo – gli rispondono.

Negli exempla virtutis dei grandi del passato – su tutti Mosè, Ciro e Teseo – il segretario distilla il suo Principe, lo offre, con una Dedica e ventisei Capitoli, al giovane Lorenzo di Piero d’ Medici, affinché possa trarne vantaggio. Fatto sta che dal muto dialogo notturno – ora con Alessandro Magno ora con l’adorato Valentino – il Machiavelli trae un vademecumadatto ai governanti di ogni tempo: non a caso – come osserva ancora Grimaldi nella sua vibrante Introduzione – tanto Benito Mussolini, quanto Bettino Craxi, quanto, da ultimo, Silvio Berlusconi, non hanno potuto esimersi dal commentare o finanche dal redigere in prima persona una prefazione al Principe. Capace di essere “golpe” (per astuzia) e “lione” (per forza), un Principe dev’essere “mezzo bestia e mezzo uomo”, proprio come il centauro Chirone, precettore di Achille e di molti altri principi antichi, ammaestrati – non a caso – a usare “l’indole umana e quella ferina”, in tanto che “l’una senza l’altra non è durevole”. Titanico ed eroico, il Principe deve stagliarsi nell’ardire della Storia, consapevole – come può esserlo un privato cittadino qual è chi scrive e, spesse volte, anche chi legge – che la Storia è fatta dagli uomini e dalle loro libertà, e che la Fortuna controlla solo per metà il corso degli eventi, mentre l’altra metà – di buon o mal grado che sia – è inevitabilmente nelle nostre mani. “Post res perditas” scriverà – mai sconfitto, mai domo – Niccolò Machiavelli nei suoi scritti dal confino: che solo quando tutto è perduto – il lavoro, il denaro, la libertà, lo Stato – proprio quello è il momento per farsi libero. In un crescendo di lacrime, d’amore, di sete di vendetta, di pietà e d’ostinata fede, Niccolò Machiavelli compone il suo Capitolo finale, la sua “Esortazione a prendere l’Italia...”, a farsi liberi. Provate a leggerla tutta d’un fiato – come riformulata in italiano moderno nella Riedizione curata da Daniele Reglipizzo – portategli pure l’orecchio al cuore, “...che il mare si è aperto, una nuvola vi ha mostrato il cammino, la roccia ha fatto scorrere acqua, qui è piovuta la manna...”.
Che dovremo essere liberi, rispondere all’appello dei cittadini liberi, dal giorno che l’Italia chiamò.

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