28 maggio 2020

Il problema non è il divario tra Nord e Sud del Paese, ma la disparità tra loro e il mondo

  • Di Amelia Cartia

Intervista al giornalista Dario Di Vico. “Fiducia all’impresa, fiducia allo Stato: l’una non esclude l’altra”.

Se una cosa dobbiamo imparare è che dopo l’emergenza, per ripartire serve uno schema nuovo. Di un modello misto ha scritto Dario di Vico, giornalista e sociologo, nel suo editoriale uscito sul Corriere della Sera martedì 26, in cui prende in analisi “le carte del Nord, per ripartire dai territori e da Internet”. In una lunga conversazione che ha concesso a CdM, spiega gli spunti delle sue idee.

Dario Di Vico

Dario Di Vico

La pandemia ha messo a nudo le contraddizioni: alle urne siamo abituati a vedere una demarcazione tra ztl (centro storico) e periferie, è una faglia sanabile?
Lo sviluppo della cultura di Internet si era posto in contrapposizione ai territori, nel senso che i territori erano i luoghi della conservazione là dove la rete era disruptive, dotata di una valenza innovativa con pochi precedenti. I territori erano musei del localismo e di una cultura attardata. Nei territori, specie nel Nord, convivono diverse identità: localistica, tradizionale, un culto del dialetto. Ma i territori hanno generato un grande export. Se nel 2008 ci avessero detto: ‘Ci sarà una crisi di 7 anni, come ne uscirà l’export?’, avremmo risposto ‘Massacrato’. Invece tra 2008 e 2015 le esportazioni sono cresciute. La contrapposizione forse era sbagliata, tanto che ora sottolineiamo le differenze territoriali nella sanità, dalla verticalizzazione del sistema Lombardia alla rete veneta. Oggi, la rete dei lavori di relazione si è accomodata sul digitale. Si tratta ora di far dialogare territori e internet. Banda larga, infrastrutture immateriali.

Le infrastrutture - digitali e logistiche - segnano una cesura. Se a fermarsi fosse stato il Sud, il Nord l’avrebbe aspettato? E si ripartirà a due velocità?
Ma il Sud ha spremuto tutte le potenzialità del digitale? Certo, la fibra segue la domanda, a Milano ci sarà maggiore copertura. Però la metto in positivo: perché il Sud, forse, non ha provato pienamente a risolvere il problema di ritardo infrastrutturale con le tecnologie. La velocità del digitale potrebbe far avanzare una serie di cose che sono rimaste ferme. Il dualismo esiste, e non si può pensare di pareggiarlo. Quando parliamo di due velocità si pensa che la più alta debba scendere per farsi raggiungere dalla parte in difficoltà, e questo non ha senso. Piuttosto: vadano tutte e due al livello più alto! Non è che Milano sia alta. È relativamente alta. Ne parlavo con il ministro per il Sud, Provenzano: il problema non è il divario tra il Nord e il Sud del Paese, ma tra entrambi e gli altri Paesi.

Il Nord Europa, che si rialza già mentre noi ci lecchiamo le ferite.

È una sensazione. Non abbiamo tutti gli elementi per dirlo, ma ci sono le previsioni del Pil. È un’opinione radicata prima di tutto in noi.

Che siano le economie trainanti.

Ma noi non possiamo essere un’economia trainata, siamo il secondo manifatturiero! Il problema non è chiudere la forbice in Italia, ma insieme salire rispetto agli standard europei. Come la Germania è la locomotiva d’Europa, così diciamo che Milano lo è per l’Italia. Qualcuno ha gongolato: 'si è fermata Milano, meno male’. Non ha senso. Ora, per il peso che avranno i finanziamenti statali, è prevedibile che una correzione Roma-Milano ci sarà, aumenterà il peso del pubblico, e si avrà una rivisitazione degli equilibri su Roma. Ci sono flussi di finanziamenti che vengono da Roma, dal governo centrale e i suoi Arcuri, mi si faccia passare la battuta: una centralizzazione dei flussi. L’emergere del Nord era stato determinato anche da scelte di spesa pubblica.

Si apre il tema del rischio d’impresa, della fiducia.

Fiducia all’impresa, e fiducia allo Stato: una cosa non esclude l’altra. È molto probabile invece che si apra una discussione sulle regioni. La città che ha subito più danni in Emilia è Piacenza. Perché ci lavorano quelli di Codogno: i flussi gravitano su Piacenza, ma è un’epidemia lombarda. Le regioni non sono una fotografia dei flussi reali. Brescia e Verona, sparate dal lago, hanno visto i pazienti trattati in modo diverso. Quindi: equilibrio delle canalizzazioni di denaro, e poi discussione sulle regioni.

Per non dire dei ricongiungimenti.

Dalla Lombardia posso andare in Molise, ma non a casa mia a Frosinone. Però per arrivare in Molise non devo forse superare il Lazio?

Sugli spostamenti sorge un nodo: chi era un frequent flyer è ormai un uomo Zoom. Anche gli affari sono spezzati da una mobilità che ridisegna la geografia.

Le élites italiane, per una fetta consistente, sono cosmopolite, i frequent flyer appunto, e hanno un sentimento ambivalente verso l’Italia. Devono riallacciare invece il rapporto con il Paese, i ‘cosmos’ hanno spesso totale ammirazione verso ciò che succede all’estero, e meno per l’Italia. Ci sono due pesi e due misure: si vede anche nella comunicazione che si è interrotta con l’istanza più popolare, e non solo da noi. Il collega Imarisio ai tempi della Brexit chiese, in una fabbrica di Sunderland, agli operai Nissan perché volessero uscire dall’Europa. “Macché Europa - risposero - abbiamo votato contro i Londoners”. Questo conflitto che i sociologi chiamano città/campagna c’è anche in Italia: nel voto emiliano i risultati differivano sensibilmente tra la zona interna e quella vicina all’alta velocità. In Gran Bretagna sono stati comparati gli elettori di Johnson e quelli dei Laburisti anche individuando i negozi che frequentano. In Italia la comparazione tra stili di vita è televisiva. Rai e Mediaset, Netflix e Sky.

Lei richiama la competizione tra i due capitalismi, USA e Cina. Che scenario si apre?

È complicato, lo spiega bene l’ultimo libro di Alessandro Aresu. Certo è che da come verrà riformata la globalizzazione dipendono i nostri destini. Le ricadute sono materiali. Lo abbiamo visto in mote cose: non avevamo le mascherine perché erano un bene a basso valore aggiunto, non venivano prodotte. Questa produzione apre il tema dei differenziali salariali tra Nord e Sud, ma è molto difficile in Italia. La globalizzazione certo forgia le scelte nazionali.

Come ne esce l’industria del lavoro?

Cambiano molte cose: il rischio di spaccatura tra smart workers e lavoratori essenziali, per esempio. I lavoratori dei servizi essenziali hanno continuato a lavorare anche nelle zone rosse, e non solo vengono pagati poco, ma hanno poche prospettive di carriera.

Per ora sono eroi: ma l’Italia ha memoria corta.

Cercare di migliorare le condizioni dei lavoratori essenziali è un impegno che si può onorare. Se dovessi pensare a un giusto riconoscimento per la cassiera del supermercato che ha lavorato ogni giorno, direi “un percorso di formazione”.

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