01 aprile 2020

Il Re taumaturgo è il web. Intervista ad Alberto Piazza

  • Di Francesco Pontorno

La pandemia e le trasformazioni.

Il Covid-19 impone l’epoca prossima ventura del cambiamento: “Difficile prevedere chi e come cambierà, non sono un profeta e mi astengo dal propormi come tale, ma probabilmente sì, ci ritroveremo diversi”.

Così ci dice Alberto Piazza. Professore di Genetica Umana all'Università di Torino, con Luca Cavalli-Sforza, Piazza ha mappato il genere umano. Discutiamo con lui i mutamenti di ciò che è la platform society, ovvero la nostra stessa esistenza nel vissuto presente.

Alberto Piazza

Alberto Piazza

Oggi I re taumaturghi, per far metafora del saggio di Marc Bloch dove i sovrani sono anche guaritori delle scrofole, non impongono le proprie mani agli infetti ma seguono le tendenze dei social media per offrire al popolo ciò che vuole sentirsi dire, trovando così una giustificazione al proprio potere. ‘Il Re ti tocca, Dio ti guarisce’ dicevano i sovrani del Medioevo ma la politica, oggi, cura?

Se volessi applicare la metafora del re taumaturgo direi che oggi il re taumaturgo è il web. Come si legge nel saggio di Calise e Musella Il principe digitale (Laterza 2019), l’unico evento paragonabile è l’invenzione della stampa, il terremoto culturale che ha promosso la riforma protestante e la rivoluzione scientifica. Ma a quel tempo il cambiamento si svolse lentamente, perché ostacolato dalle barriere geografiche e politiche e dalla mancanza di carta. Oggi in un solo decennio ci stiamo appunto trasformando in una platform society, in cui ogni nodo della nostra esistenza è filtrato dai social media. Negli ultimi quattro anni gli abitanti connessi del nostro pianeta sono passati da 2 miliardi e 200 milioni a 4 miliardi. Nel 2019 gli utenti della rete sono aumentati del 7%, l’uso di Facebook di circa il 13%. La quantità di dati trasferiti nell’intera storia della nostra specie è stata superata nell’ultimo quinquennio con una ulteriore trasformazione: dallo “stakeholder” (letteralmente “portatore di interesse”) che implementa la rete si sta passando alle reti che fungono da stakeholder. Tale personalizzazione porta conseguenze in ogni campo della vita associata, ma la più dirompente riguarda proprio la politica, inducendo un individualismo di massa: iperconnesso e autocentrato, ma acefalo, in cui l’io tende a prevalere su ogni forma di responsabilità collettiva. Nella sintesi Democrazia che cosa è, Giovanni Sartori ricorda (cito a memoria) che un popolo sovrano che non ha nulla di suo da dire, è un re di coppe. Per rispondere alla sua domanda, la politica cura se il re taumaturgo – il principe digitale – riesce a crescere e consolidarsi come strumento di emancipazione culturale: per la prima volta nella storia si tratta di emancipazione culturale di massa, aprendo spazi di partecipazione fino a poco tempo fa neppure immaginabili. I re taumaturghi sono a portata di click, accelerando tutti i processi politici. Come questa opportunità possa trasformarsi in cambiamento politico non effimero è una sfida ancora da affrontare con riforme incisive: la confusione al momento ci sovrasta.

Marc Bloch, I re taumaturghi, Einaudi 2005

Marc Bloch, I re taumaturghi, Einaudi 2005

La pandemia ha forse emarginato l'antiscientismo, ma ha messo senz’altro in evidenza una scienza frammentata, che appare lontana da un'interpretazione univoca e oggettiva. La scienza sembra oggi molto più politica di come la si immagini. Quale deve essere il ruolo?

Non direi che la pandemia abbia “emarginato” l’antiscientismo: è possibile che, soprattutto in Italia, dove la cultura scientifica ancora oggi è considerata elitaria ed erroneamente non viene valorizzata sotto il profilo economico, l’atteggiamento sia meno distaccato soprattutto nei confronti delle discipline biologiche e ancor più delle applicazioni cliniche dei cui progressi e risultati si sta tragicamente verificando l’importanza. Tuttavia in Italia scienza e politica non sono mai state buone alleate. Se volessimo offrire un flash degli eventi che, a mio parere, hanno caratterizzato e consolidato il loro divorzio (come tutti i flash, ha il limite della semplificazione estrema) porrei l’origine negli anni ‘60. Da allora la ricerca italiana è vissuta prevalentemente del talento e della perseveranza di singole persone capaci di aggregare scuole eccellenti anche a livello internazionale; ma la nostra classe politica impreparata (e spesso accompagnata da una classe imprenditoriale poco innovativa) non ha saputo valorizzare la ricerca, attuando un modello di sviluppo incapace di competere e produrre ricchezza. È stato un modello di sviluppo di retroguardia, la cui sfida competitiva ha mirato, al contrario, a produrre a basso costo e a basso contenuto tecnologico in un mondo sempre più globalizzato e inter-connesso, perdendo straordinarie opportunità. Mentre nel 1945 ben pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di ripresa della ricerca scientifica italiana, nei primi anni Sessanta, al culmine del miracolo economico, la partita sembrava di nuovo aperta, perché affiancata da grande vitalità culturale in molti settori. Il tentativo di ridare competitività all’Italia della ricerca, assegnando a quest’ultima una importante funzione nella crescita economica e civile del Paese, alla fine del decennio si concluse con una serie di clamorosi fallimenti. Tra il 1962 ed il 1964 si verificano episodi le cui conseguenze si riveleranno drammatiche:

1. Il presidente dell’Istituto Superiore della Sanità Domenico Marotta viene denunciato per irregolarità amministrative che minano la credibilità scientifica dell’Istituto dove lavoravano scienziati eccellenti di varie nazionalità.

23 lug 1954. Il Prof. Domenico Marotta (secondo da destra) illustra una foto all’On. Giuseppe Pella (primo da destra). Credits: Museo dell'Istituto Superiore di Sanità

23 lug 1954. Il Prof. Domenico Marotta (secondo da destra) illustra una foto all’On. Giuseppe Pella (primo da destra). Credits: Museo dell'Istituto Superiore di Sanità

2. Il 27 ottobre del 1962 muore per un incidente aereo (probabilmente provocato) Enrico Mattei presidente dell’Eni e con lui l’obiettivo tenacemente perseguito di una indipendenza energetica dell’Italia e di una attività di ricerca orientata a tal fine. Il 27 novembre si costituisce l’Enel, che rileva gli impianti delle aziende elettriche private in cambio di indennizzo dello Stato con l’effetto immediato di trasformarle in società finanziarie senza più interessi per ricerche nel settore energetico.

Foto Farabola : L’aereo personale del Presidente dell’ENI, Mattei

Foto Farabola : L’aereo personale del Presidente dell’ENI, Mattei

3. Nel 1964 viene eliminato un’altra protagonista della ricerca tecnologica in Italia: la divisione elettronica Olivetti. I contrasti tra gli eredi (Adriano era morto nel 1960), insieme con il crollo della borsa nel 1963, avevano resa necessaria una ricapitalizzazione dell’azienda ma la mancanza di un mercato interessato all’investimento sull’elettronica portò a una operazione che diventerà tipica della gestione dell’economia italiana. Mediobanca, nella persona di Enrico Cuccia, fa entrare nell’Olivetti una cordata di aziende pubbliche e private la cui capofila è la Fiat. Nell’assemblea della Fiat del 30 aprile 1964 l’amministratore delegato Vittorio Valletta dichiara: “La società di Ivrea si è inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. La Divisione Elettronica Olivetti fu ceduta alla General Electric il cui unico interesse era quello di entrare nel mercato italiano e perciò di disfarsi del gruppo di ricerca.

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti

4. Nel 1966, con la regia dello stesso Enrico Cuccia, le difficoltà finanziarie della Montecatini vengono risolte fondendola con l’Edison (che all’atto della nazionalizzazione dell’energia elettrica era divenuta una società finanziaria): nasce così la Montedison, la cui sorte, pari a quella dell’ENI, fu di diventare un centro di potere politico favorendo il crollo delle attività di ricerca e con questo il rapido declino dell’industria chimica nazionale.

Targa con il logo della Montedison

Targa con il logo della Montedison

La sua osservazione che la pandemia abbia messo in evidenza una scienza frammentata, che appare lontana da un'interpretazione univoca e oggettiva, dobbiamo forse precisarla e correggerla. Che la scienza sia “frammentata” è sempre stato vero: oggi, forse, risulta più evidente nel mondo globalizzato in cui molti gruppi di ricerca lavorano sullo stesso tema in uno spirito di collaborazione, ma anche di competizione per ottenere l’obiettivo prima di altri gruppi concorrenti. Si tratta di un percorso non frammentato, ma aperto a diverse interpretazioni degli stessi dati al fine di individuare nuovi approcci per risolvere problemi complessi, soprattutto in ambito clinico: può essere vantaggioso scomporre questi problemi in sotto-problemi da affrontare distribuendo il lavoro sperimentale a gruppi diversi e complementari. Che la scienza sembri oggi molto più politica di come la si immagini deriva spesso dalla comunicazione: è vero che gli scienziati spesso non sanano comunicare al pubblico (e perciò alla politica) i risultati che si aspettano dalla loro ricerca. Ma è anche vero che sono pochi i giornalisti scientifici di valore e sarebbe opportuno favorire buone scuole di giornalismo scientifico.

Lei mi chiede infine quale deve essere il ruolo della scienza. Prioritario secondo me deve essere quello di fare della buona ricerca e saperla insegnare. A questo proposito

solleciterei l’attenzione dei lettori sulla polemica aspra e molto istruttiva tra Federigo Enriques e Benedetto Croce nel primo Novecento. Enriques, tra le sue numerose iniziative di politica scientifica, fondò la “Rivista di Scienza” definita “Organo internazionale di sintesi scientifica” allo scopo di offrire un terreno interdisciplinare di discussione e riflessione su tutte le scienze, ritenendo che la filosofia, in quanto riflessione critica su altre forme di pensiero, non fosse una disciplina specialistica, ma dovesse fornire gli strumenti per superare sia le divisioni disciplinari tra le scienze, sia la divisione tra scienza e filosofia. Nel 1907 lo stesso Enriques crea la Società Filosofica Italiana: divenutone presidente, ottiene fin dagli inizi un successo straordinario con l’adesione entusiastica di scienziati e filosofi italiani e non, con un riconoscimento internazionale che nel 1908 gli fruttò l’organizzazione del Congresso Internazionale di Filosofia a Bologna. Divenne aspro lo scontro con Croce e Gentile, che in Enriques vedevano un ignorante di filosofia il quale, inconsapevole dei suoi limiti, invadeva il loro campo riproponendo concezioni positivistiche ormai in crisi. Scrive Enriques che “Croce è pago di rimuovere il pericolo incalzante di doversi occupare di scienza, questo studio degli ingegni minuti che non riesce agevole alle menti già dalla Metafisica fatte universali. Tra le quali nessuno dubita che si trovi Benedetto Croce, ma probabilmente non sono quegli scienziati, come Cartesio e Leibnitz, che una volta passavano per fondatori della filosofia…”. L’estraneità degli intellettuali di estrazione umanistica alla scienza “degli ingegni minuti” (sono parole di Vico) riflette un grave arretramento del panorama culturale italiano. Non solo gli uomini di scienza non avrebbero avuto mai più in Italia un ruolo culturale confrontabile con quello svolto all’inizio del Novecento, ma il loro ricordo sarebbe stato spesso cancellato anche dalla storia civile.

Il “padre della radio”: Guglielmo Marconi.

Il “padre della radio”: Guglielmo Marconi.

Il generale disconoscimento del potenziale valore economico delle invenzioni di provenienza italiana ha un interessante contro-esempio nel caso della invenzione della radio. Quando il ministero delle Poste e Telegrafi, al quale Marconi aveva offerto la sua invenzione, la rifiutò, sembrò ripetersi il solito copione; ma in questo caso si era manifestata una novità: l’inventore era italiano solo a metà. La madre irlandese, nipote di un importante imprenditore, nel 1896, un anno dopo la nascita della radio, lo accompagnò a Londra: là Marconi brevettò la sua invenzione e, combinando indubbie qualità di sperimentatore con quelle di abile industriale, riuscì, primo tra i suoi connazionali, a cogliere i frutti economici della sua invenzione, superando tutte le battaglie legali e commerciali nei confronti della società – inglese, non italiana - da lui stesso astutamente fondata.

Oggi è più che mai attuale l’idea del matematico Enriques di coltivare un terreno interdisciplinare di discussione e riflessione su tutte le scienze. Il Nuovo Mondo preconizzato da Aldous Huxley incombe percorrendo logiche disegnate dall’evoluzione rapidissima della tecnologia, le quali precedono gli stessi bisogni dei fruitori. E ciò rischia di scavare un fossato ancora più profondo tra quelle che tradizionalmente vengono definite “culture scientifiche” e “culture umanistiche”, compromettendo la pari dignità tra discipline. Questa pari dignità va invece ripristinata, anche per evitare l’emarginazione di ambiti del sapere oggi più che mai necessari. I modi tradizionali di trasmissione del sapere appaiono obsoleti perché la sterminata quantità di informazioni disponibili in forma digitale rende gli strumenti di produzione culturale accessibili a molti utenti-attori, rischiando una grave infezione di incompetenza i cui effetti intorno a noi sono manifesti, ma che viene messa in ombra dalla rapidità dei cambiamenti.

Se non ora, quando?

Che importanza può avere un'emergenza sanitaria di queste dimensioni nella trasmissione del sapere? I cittadini diventano più consapevoli? La conoscenza accelera?

È difficile generalizzare. La trasmissione del sapere dipende da chi lo trasmette, da chi lo riceve e dal contesto famigliare, sociale e politico della comunità a cui si appartiene. Non credo che l’emergenza sanitaria acceleri la conoscenza, perché questa richiede un sistema educativo appropriato, il quale a sua volta dipende da decisioni politiche rapide ma con orizzonti dai tempi lunghi. In Italia è sicuramente necessario valorizzare la cultura scientifica ed aumentare gli investimenti per integrarla in un tessuto politico più flessibile dove attori pubblici e privati possano contribuire con uguale competenza al bene della comunità. Dubito però che i cittadini possano diventare più consapevoli quando la pandemia supererà la fase di emergenza: forse più consapevoli del pericolo superato, ma desiderosi di passar oltre e ricostruire.

La pandemia mette in luce in modo eccezionale le fratture sociali, gli ordinamenti e l'identità profonda delle nazioni. La stessa cosa accade contemporaneamente a livello individuale. Un trauma generazionale è un momento necessario alla maturazione del singolo e della collettività?

Mi è difficile identificare dimensioni ed eccezionalità di un trauma generazionale generato dalla o associato alla pandemia; né sono in grado di esprimermi sulla necessità di tale trauma quale momento di maturazione del singolo e della collettività. Rispondo con due riflessioni. La prima è legata alla mia esperienza di docente di Genetica alla Scuola di Medicina di Torino quando spiegavo il ruolo della epigenetica nella trasmissione dei caratteri ereditari nella nostra specie: dove per epigenetica si intende quella parte della genetica che studia la trasmissione ereditaria che non dipende direttamente dalla sequenza di DNA. Riportavo sempre una osservazione epidemiologica che risale alla carestia verificatasi nell’inverno 1944 nei Paesi Bassi. Nell’inverno del 1944, dopo lo sbarco degli Alleati in Normandia (D-Day), per rappresaglia i Tedeschi bloccarono l’introduzione di cibo nei Paesi Bassi e per 4 milioni e mezzo di persone il consumo medio di calorie scese da 2.000 a 500 al giorno. I bambini nati o allevati in quel periodo erano magri, di bassa statura e spesso affetti da patologie quali edemi, anemie, diabete e depressione. Lo studio dal titolo Dutch Famine Birth Cohort ha dimostrato che le donne a quel tempo bambine, 20-30 anni dopo hanno generato figli con uguali o simili patologie, con maggior frequenza, sebbene concepiti in condizioni normali e sottoposti a regimi dietetici bilanciati. Un esempio spesso citato è quello della stella del cinema Audrey Hepburn, che nel 1944 aveva 15 anni. Sofferente per la malnutrizione, la Hepburn stessa sviluppò diversi problemi di salute senza trasmetterli ai figli: l'impatto di quei tempi difficili condizionò il suo benessere per il resto della sua esistenza [si veda la biografia di Robert Madzen La guerra di Audrey: Storia di una ragazza coraggiosa che sfidava Hitler (Piemme 2019)]. Che il trauma generazionale vi sia stato non vi è testimonianza, che abbia maturato la personalità della Audrey Hepburn è indubbio.

La seconda riflessione si riferisce all’esperienza che molti di noi vivono non tanto con i loro figli, quanto con i loro nipoti. Il mondo in cui essi vivono è molto diverso da quello in cui siamo vissuti noi, ma ciò che contraddistingue il loro rispetto al nostro è la rapidità dei cambiamenti, accelerata ancor più dai contatti virtuali con i media. La complessità di questa interazione è causa di un effetto nuovo: la difficoltà di trasmettere cultura da una generazione all’altra. Che tale effetto costituisca un momento necessario per la maturazione della generazione più giovane è troppo presto per provarlo anche perché il significato di “maturazione” è sfuggente, dipende dalla persona e in ogni caso evolve da una generazione all’altra; ma sicuramente induce una revisione profonda degli strumenti didattici adottati dagli insegnanti.

Audrey Hepburn, è stata un'attrice britannica. Cresciuta tra Belgio, Regno Unito e Paesi Bassi, dove visse sotto il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale studiò danza per poi approdare al teatro e infine al cinema.

Audrey Hepburn, è stata un'attrice britannica. Cresciuta tra Belgio, Regno Unito e Paesi Bassi, dove visse sotto il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale studiò danza per poi approdare al teatro e infine al cinema.

Considerati gli importanti cambiamenti ambientali degli ultimi decenni, dovremo aspettarci altre pandemie nel futuro?

I mutamenti climatici hanno sicuramente avuto una precisa influenza sulle condizioni di vita della popolazione umana.

Grandi mutamenti climatici come l’ultima glaciazione (25000 anni fa) e il successivo ritiro dei ghiacciai (a partire da 10000 anni fa) hanno certamente esercitato un’influenza decisiva sull’evoluzione umana. Lo studio fisico-geologico di fenomeni come le glaciazioni si confronta, però, con scale temporali così ampie da non risultare direttamente rilevanti per le epoche storiche propriamente dette.

Si può invece sostenere che mutamenti climatici di minore portata abbiano interferito con la storia umana più recente?

Lo storico francese Emmanuel Le Roy Ladurie ha inaugurato un nuovo campo d’indagine con il suo libro Histoire du climat depuis l’an mil (1967) poi seguito da un’opera assai più vasta dal titolo Histoire humaine et comparée du climat.

Il problema centrale per gli studi climatici in epoche storiche è quello di trovare metodi di ricerca che conducano a risultati rilevanti allo stesso tempo sia per la storia del clima, sia per la storia umana. Ciò che gli uomini avvertono come segni di un mutamento climatico (periodo di siccità o inverni eccezionalmente rigidi, registrati da cronache o altri documenti narrativi) può risultare un fenomeno del tutto occasionale se riportato sulle più ampie scale temporali di cui ha bisogno la storia del clima. Storici e geografi hanno cercato di ricondurre ai mutamenti climatici la spiegazione più profonda di fenomeni storici come le invasioni barbariche del IV secolo o anche di eventi circoscritti come le sollevazioni contadine nel XVII secolo.

Emmanuel Le Roy Ladurie durante l'inaugurazione dei primi computer che danno accesso al catalogo BN-OPALE nella vecchia sala del catalogo della Biblioteca Nazionale, Rue de Richelieu (febbraio 1988).

Emmanuel Le Roy Ladurie durante l'inaugurazione dei primi computer che danno accesso al catalogo BN-OPALE nella vecchia sala del catalogo della Biblioteca Nazionale, Rue de Richelieu (febbraio 1988).

Le Roy Ladurie osserva in proposito: «Una migrazione, una carestia o una serie di carestie non sono, non possono essere fatti strettamente climatici. Una migrazione risponde a moventi e determinazioni umane estremamente complesse», mentre una singola carestia può dipendere dalla combinazione dell’arretratezza della tecnologia rurale con singoli e accidentali episodi meteorologici, del tutto estranei ai grandi mutamenti climatici.

I dati climatologici offrono un quadro di sicure difficoltà generali per l’agricoltura europea del periodo 1590-1710, con il susseguirsi di carestie.

Dopo i periodi di gelo degli anni intorno al 1700, annate fredde e umide tornarono nel 1750-75 e nel 1810-20, ma i progressi nel frattempo compiuti dall’agricoltura europea ridussero notevolmente gli aspetti catastrofici di quella che venne chiamata “piccola età glaciale”.

Raccolte insufficienti, carestie, gelate invernali, estati torride possono determinare crisi economiche che combinandosi con eventi politici importanti, generano “onde accelerate”

Non è questa la sede per passare in rassegna le influenze climatiche sulle vicende umane: ci si limita a riportare un passo di una intervista a Le Roy Ladurie a cura della Redazione di MeteoWeb del 23 Giugno 2011:

“Il passato è ricco di catastrofi quanto il presente: gli eventi climatici svolgono un ruolo di primo piano nella vicenda sociale fino ad arrivare alla “politicizzazione del clima”, soprattutto in Europa. In America il grande caldo dell’estate 2009 causò 100 morti nella sola Chicago, ma nessuno telefonò a Bush per protestare. In Francia e in Italia vicende analoghe hanno provocato un vasto dibattito politico. Anche questo non è comunque un fenomeno del tutto nuovo. In modo meno implicito, si è sempre verificato. Prendiamo la Rivoluzione francese: la raccolta del grano nel 1788 (e anche nell’89) fu pessima. La crisi che ne seguì fu tra i motivi per cui Luigi XVI convocò gli Stati Generali. Dalla combinazione di una seria congiuntura economica indotta dal clima e di un evento politico importante nacque una sorta di onda accelerata”.

Immagine della Foresta Amazzonica, nel solo mese di maggio 2019 si è registrata una perdita di 739 chilometri quadrati di foresta pluviale

Immagine della Foresta Amazzonica, nel solo mese di maggio 2019 si è registrata una perdita di 739 chilometri quadrati di foresta pluviale

Alla domanda se i cambiamenti ambientali degli ultimi decenni – tra cui quelli climatici – potranno causare altre pandemie è difficile rispondere: l’analisi di questa pandemia, il suo sviluppo in Paesi diversi per la loro storia e la loro geografia, con sistemi sanitari eterogenei, potrà dare indicazioni utili e forse qualche indizio predittivo. Mi stupisce tuttavia che non venga sufficientemente sottolineato l’aumento della popolazione nel mondo (oggi siamo 7,7 miliardi) e della sua convivenza, talvolta problematica a causa, per esempio, delle deforestazioni, con animali non umani al cui confronto le nostre dimensioni sono appena lo 0,01% della loro. Il nostro sistema immunitario rodato da una evoluzione sul nostro pianeta di 150000 anni ha imparato a difenderci in modo ottimale, ma ogni deviazione da un equilibrio ecologico in rapido cambiamento ha un costo evolutivo che può manifestarsi in modo nuovo, improvviso e imprevisto.

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