07 settembre 2020

Il tempo degli ‘spatriati’ e il ritorno al Borgo. Conversazione con Mario Desiati

  • Di Amelia Cartia

Mario Desiati non parla: dipinge. Nella conversazione che lo scrittore pugliese, finalista nel 2011 al Premio Strega con Ternitti, regala a Civiltà delle Macchine, la sua terra diventa un quadro.

Fatto di mare, di cielo, di storia e d’industria. “La Puglia - ci dice - è anche quella industria che forma nuvole bianche dalle ciminiere, e che cambia il colore del cielo. È la piana ionica, poco prima, grigia di trulli. È i suoi boschi, è il colpo d’occhio che dalla collina di Martina Franca vede tutto: dal complesso industriale al mare”.

Vista aerea di Martina Franca (Taranto)

Vista aerea di Martina Franca (Taranto)

L’industria. Il tema dell’industria - di quella industria - come opportunità e insieme condanna è presente nella sua scrittura: c’è un ricatto del lavoro sulla vita?

Mi sono occupato ne Il paese delle spose infelici del tentativo di industrializzazione della Puglia, negli anni 50 e 60, con il simbolo dell’Italsider a Taranto, il più grande complesso siderurgico del Mediterraneo: coinvolgeva un indotto di 70.000 persone. Dalle colline di Martina Franca guardiamo ancora questo complesso che è tre volte la città che lo contiene, e in parte è attivo. Quando pensiamo alla Puglia pensiamo al cibo, al turismo, ma siamo stati anche questo. Nessuno pensa oggi di emigrare in Puglia per lavorare, eppure è successo, non troppo tempo fa, ed è successo in una terra da cui storicamente l’emigrazione partiva. Il tentativo di industrializzazione in Puglia non ha attecchito, forse perché calato dall’alto, ma all’epoca il sindaco di Taranto aveva detto che se gli avessero proposto di costruire la fabbrica nel centro della città lui avrebbe detto sì: tanto la possibilità di lavoro veniva vista come panacea di tutti i mali.

Così fu a Bagnoli, a Gela…

È una storia italiana: pane e veleno. Taranto per molti versi ha anticipato il resto d’Italia: in politica, nell’economia, nei temi ambientali…

Nei flussi migratori: da un mare diverso, da un continente diverso, ma lì giunse la prima ondata.

La Nave Vlora, era il ’91. In un solo giorno quell’unica nave portò 20.000 persone dall’Albania, cambiando antropologicamente la mia terra: ci siamo trovati in classe compagni albanesi, che parlavano italiano per come lo avevano imparato nelle scuole e dalla tv.

Torniamo a Martina Franca. Quest’estate si è svolto nonostante le restrizioni il Festival della Valle dell’Itria, esempio felice di una pluralità di piccoli comuni che concorrono a realizzare - da 46 anni - un grande evento artistico diffuso. Il tema ricorrente era quello di Arianna a Nasso: il ritorno, dunque?

Arianna a Nasso è stata l’opera di apertura. Ho con il festival un rapporto personale: ho collaborato in passato ad alcuni eventi, presentando una traduzione inedita di un’operetta di Offenbach. L’idea geniale degli organizzatori è questa: mettere in scena delle opere quasi del tutto inedite, non recitate da secoli. In questo senso è un festival della lirica per le élite. Ed è straordinario che avvenga in provincia: solo lì ci sono le condizioni, gli spazi, la giusta suggestione. Il cuore dell’evento è nel Palazzo Ducale di Martina Franca, con le sue volte affrescate dove i duchi hanno voluto riprodurre, nella sala dell’Arcadia, una primavera perenne.

Il mito di Arianna: Arianna abbandonata da Teseo sull’isola di Naxos di Angelica Kauffman

Il mito di Arianna: Arianna abbandonata da Teseo sull’isola di Naxos di Angelica Kauffman

Il borgo come sintesi fra alto e basso?

Non è una questione di alto e basso, ma di spazi dilatati, di tempi ampi. C’è meno ansia.
Dalla pandemia abbiamo ereditato un ritorno ai paesi, a scapito delle città. Quale dialogo è possibile?

Io vivo costantemente questa dicotomia: il mio centro è la Puglia, ma ho vissuto a Berlino, prima a Roma, e parte delle persone della mia vita sono a Milano. Una fetta della nostra generazione di trenta/quarantenni ha serie difficoltà a dare una sola risposta alla domanda “dove vivi?”. Nel mio dialetto c’è una parola, spatriato, che non indica solo l’espatriato ma chi non ha una patria, un luogo, chi non ha un posto fisso nella società, una casa, un centro, dei figli: chi non si può inquadrare. Chi non è sistemato, direbbero i nostri. È sempre difficile da spiegare, ma è una caratteristica. C’è chi questa flessibilità la vive come una felicità, chi ne ha inquietudine. Oggi siamo tutti più inquieti: abbiamo troppe sollecitazioni, troppe pretese. Fluidità è la parola d’ordine.
Non è cambiata quindi la situazione rispetto al suo romanzo Vita precaria e amore eterno, di dieci anni fa?

Vita precaria resta un motto: all’epoca mi riferivo alla precarietà nel lavoro: ora si amplia su tutti i fronti, sul luogo, sull’identità, anche di genere.

È un bene?

È una tendenza. Anche questo essere costretti alla fluidità. L’identità di ognuno si costruisce anche nelle relazioni. Nei pochi punti fermi. Una sfida dal punto di vista intellettuale è imparare a non dare mai per scontati i valori. A Berlino mi ha affascinato questa tendenza al minimalismo: non possedere, traslocare con bagagli leggeri, e una libreria in ebook. Mi sembrano liberi. Il mio prossimo libro sarà su questa generazione di spatriati: il sociologo Tobias Rapp la chiamava generazione Easy jet setter, sempre con la valigia, sempre in un posto diverso.

Eh, ma la pandemia, il lockdown…

E infatti ora cambia tutto. Ci vorranno un paio d’anni per capire in quali posti saremo.

Torna la scelta: ciminiere o trulli?

Sarebbe facile dire i trulli, ma non è così. Bisogna tenere presente cosa sono state quelle ciminiere. Se siamo cresciuti è anche per quelle ciminiere, e anche per tutte le migrazioni, sia in entrata che in uscita, che non si fermano mai: tutto il Sud perde costantemente tantissimi giovani, che partono. Bisogna tener conto della storia, di quella civiltà fatta di pietra: di muretti, di trulli, di pagliare. Pietre senza cemento che sembra siano uscite dal suolo per darsi autonomamente forma di costruzioni rurali. Ma al contempo bisogna tener conto del tentativo di industrializzazione, accoglienza, di politica. Un passo avanti è stato fatto, anche in Puglia. Sfumature e contraddizioni: la storia è importante. È l’uomo.

L’Italia dei paesi e dei borghi celebra i suoi volti più caratteristici con la consegna della bandiere “I borghi più belli d’Italia”. A riceverla sabato 12 settembre sarà Militello in Val di Catania, per l’appunto un borgo antico di suggestiva bellezza. Con le sue chiese barocche tutelate come patrimonio Unesco, i suoi siti archeologici e le tradizioni agroalimentari, il paese siciliano entra nel novero dei borghi da non perdere.

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