09 aprile 2021

La damnatio memoriae nell’era digitale: Donald Trump esiste ancora?

  • Di Andrea Venanzoni

Ultime sue immagini conosciute e circolanti nel rutilante mondo dei social media, l’allora Presidente degli USA Donald Trump che arringa la folla dei suoi sostenitori e lascia capire di non accettare la sconfitta elettorale patita in danno del duo Biden/Harris.

In seguito, la storia è nota: l’assalto tra il drammatico e il farsesco a Capitol Hill, con il palazzo istituzionale del potere parlamentare statunitense trasformato in un sordido manipolo di redneck, geek di internet, bandiere confederate e bandiere di Gadsden con l’immancabile serpente su sfondo giallo e l’icastico motto ‘dont tread on me’, sciamani complottisti e obesi paramilitari affiliati a QAnon.

Ricordiamo tutti l’ufficio della Speaker della Camera, Nancy Pelosi, trasformato in una dependance di un modulo abitativo white trash di un sobborgo di Minneapolis, con tanto di piedi spiattellati sulla scrivania, ma anche più drammaticamente la donna uccisa dalle forze di sicurezza e il conseguente diktat epurativo dei social media che hanno eradicato qualunque presenza dalle piattaforme di Donald Trump, ancora formalmente presidente in carica all’epoca.

In questa riattualizzazione della damnatio memoriae, gli algoritmi dei social sono stati programmati per scovare qualunque traccia dell’ex Presidente: lo sa bene la nuora di The Donald, Lara, moglie di Eric Trump, ‘colpevole’ di aver postato di recente sulla propria pagina Facebook una intervista con il suocero.

Il post è stato cancellato e lei digitalmente redarguita dal social di Menlo Park con una mail che le intimava di non perseverare nel postare contenuti proibiti: l’algoritmo aveva riconosciuto e scoperto la voce di Trump e di conseguenza cancellato il post.

Nel diritto romano, la damnatio memoriae era uno dei provvedimenti più radicali la cui funzione punitiva da strumento civilistico di divieto di trasmissione del pronome alla propria progenie assunse, nell’arco temporale di passaggio dalla Repubblica all’Impero, una valenza di autentica morte civile della persona, se ancora in vita: molti furono gli ex imperatori colpiti, così come prevedibilmente gli antagonisti del potere costituito, caso eclatante in questo ultimo senso Marco Antonio.

Ma il caso forse più celebre, poiché istituzionalmente avallato dal Senato, fu la dichiarazione di dannazione della memoria nei confronti di Nerone, avvenuta nel 68 d.C.

Nonostante ad un certo immaginario piaccia immaginare Donald Trump come una evoluzione 4.0 di Nerone, Caligola o addirittura di Eliogabalo, dimenticando magari in questo ultimo caso il magistrale affresco artaudiano del potere anarchico ‘cantato’ nella vita dissoluta del giovane Imperatore-Dio finito ucciso nelle fogne capitoline, Donald Trump non è stato di certo un dittatore, e per quanta disistima si possa nutrire per le sue politiche o addirittura per la sua persona immaginare che un parente non possa postare la voce di un proprio congiunto rasenta la follia istituzionale.

Vero è che, come scriveva Gesualdo Bufalino, ‘quando non è una lanterna d’amore, la memoria è un film dell’orrore’ e si ha la netta, stringente sensazione che questa disintegrazione dal digitale sia il tentativo, goffo ma potente, di far scomparire sotto il tappeto qualunque complessità, qualunque asperità: sotto la presuntuosa e spesso pretestuosa locuzione ‘discorsi di odio’ o ‘contenuti controversi’, i giganti hi-tech rubricano qualunque cosa urti con lo psicotico politicamente corretto contemporaneo.

E va in questo senso la metaforica e metafisica ‘uccisione’ della immagine, del simbolo incarnato da Trump, ritenuto personaggio in re ipsa divisivo e controverso.

Ma possono davvero essere i social media a stabilire chi abbia diritto di cittadinanza digitale nel dibattito pubblico? Assodato ormai che i social difficilmente possono essere considerati meri ‘giardinetti privati’, stanti i finanziamenti pubblici, l’incistamento con logiche statali, l’autocoscienza politica che le stesse piattaforme pubbliche hanno, la rilevanza assoluta nella scena politica e istituzionale, ed assodato che gli stessi non possono davvero fare come vogliono, viene da chiedersi quale scenario si stia delineando se questa tecnica della damnatio memoriae digitale potrà essere applicata con disinvolta e arbitraria crudeltà.

In fondo nel diritto romano, al di là degli esiti politici di epoca imperiale, essa doveva essere decretata al termine di una procedura giudiziaria e ratificata poi dal Senato.

Ora no: basta il metaforico pollice verso dello Zuckerberg di turno.

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