11 novembre 2020

La forza e la non accettazione della sconfitta, dall’Iliade al trumpismo

  • Di Maria Sole Sanasi d'Arpe

È una prova di forza quella di Donald Trump, il presidente dichiarato sconfitto ma pervicacemente proiettato nella illusione di un capovolgimento della realtà.

La forza, infatti, è figlia dell'irrealtà. Quando la filosofa Simone Weil - la cui cifra rigorista sempre tendente all’assoluto fu moto propulsore del pensiero - conquistò il diritto di insegnare, il direttore dell'École Normale supérieure Bouglé fece in modo di farle ottenere la nomina il più lontano possibile da Parigi; il suo primo luogo d’insegnamento fu infatti Le Puy: la cittadina di provincia dalla quale “la vergina rossa” - così come l’aveva soprannominata con astio Bouglé – appena giunta gli spedì un biglietto per fargli sapere che si trovava proprio dove egli aveva voluto isolarla, dopo averla rancorosamente perseguitata. Eppure questa dimostrazione di forza non fermò certo Weil dal portare avanti con determinazione il suo impegno costante ed il suo genio mantenendone sempre viva la purezza. Perché la forza, generata proprio secondo la filosofa francese da fantasmi e fanatismi che “trasferiscono chi li usa in un universo irreale” è una soluzione “debole” poiché illusoria e che seduce e distrugge: “riduce l’uomo a cosa”, come scrive nel suo saggio “L’Iliade o il poema della forza”.

La forza rappresenta dunque l’illusione di chi crede di poterla gestire e ne viene invece inevitabilmente travolto: l’esito è sempre diverso dalle attese, per una sorta di eterogenesi dei fini. Proprio come per Agamennone che crede di poter piegare Achille e assiste alla rotta del suo esercito; e Achille che per umiliarlo causa la morte del suo più caro amico; Patroclo ed Ettore che pagano con la vita per non essersi fermati al momento giusto.

Scena di battaglia fra Achei e Troiani, kylix attico a figure rosse (490 a.C.), Museo del Louvre

Scena di battaglia fra Achei e Troiani, kylix attico a figure rosse (490 a.C.), Museo del Louvre

La forza perciò inebria chi crede di possederla ma in effetti nessuno la possiede veramente. Ed ecco che attraverso l’analisi di testi antichi, solo apparentemente lontani, Weil vide che i problemi erano – e sono - sempre stati gli stessi come pure le risposte. E la Grande Illusione diviene parte fondativa, potente e accecante delle poderose passioni politiche e dei movimenti rivoluzionari di massa, considerati quali fantasmi astratti.

Le dimostrazioni di potere gratuito, preteso e prepotente che crede di sotterrare e vincere l’altro in virtù di un’illusione, si traduce nell’attualità molto più frequentemente di quanto possiamo immaginare. Ma il sopruso - per quanto pessimisticamente la si pensi - il più delle volte perde e perisce, proprio in ragione della sua mancanza di radici, di realtà, di effettiva potenza. Quella forza, che abbiamo detto illusoria, non può che perdere: in quanto caratterizzata da un principio istintuale. E benché suoni paradossale accostare l’Iliade all’odierno fenomeno del trumpismo - alla non accettazione della sconfitta, alla reclamazione del potere dilatato dall’ostentazione della forza per mezzo di un’illusione che si ritorce contro sé stessa – non si può far a meno di notarne le assonanze. Eppure è proprio ciò che è accaduto in questi giorni a seguito delle elezioni americane la dimostrazione che il principio di Weil non fa che ripetersi e riavverarsi in un continuo circolo vizioso ed inesorabile, che trova tregua e sollievo nell’interruzione dell’irrealtà - e soltanto grazie alla realtà: quella che ci sveglia dal torpore dell’istinto e ci catapulta nella lucidità della ragione. Sorge spontaneo chiederci in che misura saremmo in grado oggi di distinguere l’immaginario dal reale per ridurre i rischi di guerra, per raggiungere il vero potere, che non è quello che oggettifica l’uomo come ‘la forza debole’, ma lo eleva; per citare ancora Simone: “Non si tratta di cristallizzare artificialmente dei rapporti di forza per loro essenza variabili che gli oppressi tenderanno sempre a sovvertire; si tratta di distinguere l’immaginario dal reale riducendo i rischi di guerra senza rinunciare alla lotta che Eraclito reputava condizione stessa della vita”.

Maria Sole Sanasi d'Arpe, giornalista

Maria Sole Sanasi d'Arpe, giornalista

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