19 maggio 2020

La globalizzazione e l’età delle codificazioni

  • Di Giulio Tremonti

Le riflessioni di Giulio Tremonti a partire dall’articolo del presidente di Fondazione Leonardo Luciano Violante sul ruolo dell’impresa e il tema della fiducia, pubblicato sul "Corriere della Sera" del 7 maggio 2020.

Il fenomeno segnalato da Luciano Violante ha evidenze piuttosto attuali, insieme con antecedenti che vanno molto indietro nel tempo, fino alle ragioni che, per reazione al “medioevo giuridico”, hanno dato avvio all’“età delle codificazioni” e, per derivazione da questa, ai “grandi codici”. Categoria, questa dei codici, a cui solo per abuso del nome può essere ascritto il vigente “codice degli appalti”, il cosiddetto “codice Del Rio”.

Partiamo dunque dal tempo presente, per andare indietro nel tempo. È stato circa trenta anni fa, con lo “start up” della globalizzazione ed in specie con la stipula del WTO che, all’interno del sistema capitalistico, si è manifestata una profonda mutazione.

Per almeno due secoli il sistema capitalistico era stato basato su “La Ricchezza delle Nazioni”, questo un sistema in cui certo era presente la ricchezza, ma non assente, con le sue leggi, lo Stato. Un sistema che si bilanciava con un moto armonioso di pesi e di contrappesi, come quello tipico di un vecchio orologio meccanico.

È stato circa trenta anni fa che tutto è cambiato, con l’asse della politica che ha preso a ruotare, da “Liberté, Egalité, Fraternité” verso “Globalité, Marché, Monnaie”.

Un significativo contributo a questo processo è stato dato dall’“Unione Europea”. Questa in effetti, e fin dalla sua origine, si è dedicata alla costruzione di un mercato comune europeo (MEC) ma, a partire dalla globalizzazione e dall’ideologia in questa dominante, ha via via estremizzato la logica del mercato fino a suicidamente trascurare il fatto che il mercato unico europeo, in Europa, non era, più nel mondo, l’unico mercato. Così l’Europa veniva ad autospiazzarsi nella diseguale concorrenza mondiale così creata: un’Europa iperregolata, mentre fuori non era esattamente lo stesso.

E’ in questo nuovo ambiente politico ed economico, basato sul dogma del “mercato” (il mercatismo è in effetti stata l’ultima ideologia del ‘900), è in questo ambiente che tutto ha cominciato a dipendere dal “divino mercato”.

E’ stato per effetto di tutto questo che, dominanti nell’universo del diritto, sono apparsi due nuovi “idola tribus”: il “mercato” e la “concorrenza”.

La giustizia penale ne ha tratto un immediato corollario: un operatore economico che commette un illecito non danneggia solo un concorrente, non solo viola una specifica legge dello Stato, ad esempio una legge fiscale, ma fa di più e di peggio: attenta ad un bene comune di generale ed assoluta portata.

Non solo viola la legge civile o fiscale o penale ma, oltre a queste, attenta allo Stato e di conseguenza a tutte le sue funzioni pubbliche: data la centralità assoluta assegnata al mercato, attenta più in generale al complessivo funzionamento della comunità sociale e politica, dato che proprio il mercato è inteso come la fabbrica del bene comune.

In altri termini, fuori dalla specifica portata economica propria dell’atto commesso in violazione, la violazione va perseguita e punita per la superiore ragione che altera il funzionamento dello Stato, cui direttamente od indirettamente vengono così impedite funzioni o sottratte risorse essenziali (risorse per la sanità, per la previdenza, per la giustizia, etc.).

Oggi la crisi della globalizzazione, e di conseguenza la crisi delle sue basi ideologiche, dovrebbe costituire occasione per una riduzione e/o per una revisione di questa impostazione dogmatica e per certi versi anche retorica.

Una impostazione per cui oggi è sempre più evidente che il mercato, così bloccato proprio dalla sua divinizzazione, finisce in realtà per essere artefice e vittima di sé stesso.

Per conseguenza è forse arrivato il tempo per riportare il sistema penale alla sua originaria e tipica funzione, come per almeno due secoli è stato e proprio all’interno dell’impianto dello Stato liberale classico.

Per comprendere forse ancora meglio il senso di quanto sopra è arrivato il tempo per riflettere sulle origini e sulle cause delle forme di pensiero e di azione politica che due secoli fa, superando il “medioevo giuridico”, hanno portato all’avvio dell’“età delle codificazioni”, come appunto si notava in premessa.

Quando nei loro “cahiers de doléances” i ceti produttivi invocavano “Un re, Una legge, Un ruolo di imposta”, non volevano l’anarchia e non volevano sottrarsi alle leggi ed ai loro doveri fiscali, ma chiedevano tanto una autorità, quanto la certezza e la stabilità delle leggi.

Ne derivarono i grandi codici che, superando le paralizzanti forme proprie del sistema giuridico medioevale, a partire dall’800 sono stati in Europa la base essenziale per lo sviluppo moderno. A questo proposito mi permetto di rinviare a quanto ho scritto in “Lo Stato criminogeno” (Laterza, 1997).

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