18 maggio 2020

“La ripartenza funzionerà solo con regole più chiare e riequilibrio intergenerazionale”

  • Di Amelia Cartia

Parla Giancarlo Montedoro Presidente della VI sezione del Consiglio di Stato

“Serve maggiore osservanza fiscale da parte nostra per chiedere in Europa che la concorrenza fiscale si trasformi in politiche economiche più coordinate”. Giancarlo Montedoro è docente di Diritto Pubblico dell’Economia, ed è Consigliere di Stato.

Chi fa impresa può essere incoraggiato a ripartire, districando i grovigli burocratici?
Credo che le pianificazioni eccessive producano effetti contrari alle intenzioni, per quanto buone. Abbiamo davanti una crisi profonda, ma il Paese ha tutte le risorse per ripartire. Servono poche regole chiare, settore per settore. I modelli di regolazione derivano dal metodo del procedimento amministrativo, un metodo in contraddittorio in cui l’autorità ascolta gli operatori e poi detta delle regole di mercato che possono essere controllate nella loro ragionevolezza e proporzionalità. Avviene già nei settori in cui la politica si è ritirata, lasciando spazio all’economia. Ci sarà bisogno di una ripresa della politica, e suggerisco che la politica adotti quel metodo dell’ascolto, proprio delle amministrazioni indipendenti, da cui può venire una regolamentazione amministrativa equilibrata. È impensabile che le leggi definiscano completamente il quadro, le regole di dettaglio per le attività economiche. Il Parlamento è fondamentale, ma non è il solo attore. Darà i criteri direttivi, ma le regole di dettaglio devono essere definite con le parti sociali.

Esiste la possibilità di “ridurre” il corpus normativo?

Il problema del diritto amministrativo che è il diritto della modernità, lo si vede nei momenti di difficoltà quando le regole ordinarie non sono sufficienti. È necessario costruire un nuovo quadro ordinamentale, in modo flessibile. Bisogna scegliere. Se c’è un federalismo estremo, un ordinamento costituzionale multilivello fatto di fonti e logiche europee, nazionali, regionali, un imprenditore può impazzire. La complessità è inevitabile, ma se eccessiva va corretta. Si può fare in due modi: completando il disegno politico dell’Unione Europea - qui è la Germania a fare resistenza - e correggendo il Titolo V della nostra Costituzione. Decidere cosa lasciare al centro e alla periferia, in modo equilibrato.

Come intervenire?

Gli imprenditori devono essere messi in grado, con una disciplina ponte, di raggiungere l’altra sponda. Io credo nella creatività. E credo che la chiarezza delle regole servirà a farle accettare da una società che ha già dato prova di grande responsabilità. Resta il problema delle risorse scarse. Ma gli interventi più efficaci sono quelli che non hanno solo stampo assistenziale. L’assistenza, necessaria, deve essere rafforzata, in un Paese dove è stata sempre centrale la previdenza: bisognerà pensare a lungo termine a un graduale riequilibrio intergenerazionale. Intere famiglie dipendono da una pensione, e una delle ragioni delle ingessature del Paese è stata la scarsa disponibilità finanziaria dei giovani. Lo spostamento dalla previdenza all’assistenza deve accompagnarsi a progetti per far uscire l’assistito dall’inattività. Non significa non lavoro, ma assistenza per il lavoro.

Il reddito di cittadinanza non ha “sconfitto la povertà”?

Ha dei limiti, ma è una mia opinione: i navigator sono rimasti nel guado. Credo invece nel microcredito: reti di protezione per gli italiani, che amano intraprendere. Serve una disciplina più light, ma nello stesso tempo molto rigorosa nell’assicurare la sicurezza. E ricerca, sanità e istruzione, le Cenerentole, devono tornare al centro. Abbiamo avuto decenni di politiche di austerità che hanno inciso sui pilastri dello stato sociale. Serve meno burocrazia, dunque una riduzione degli apparati amministrativi inutili, e una concentrazione risorse nello stato sociale, essenziali per la coesione. Serve anche moderazione: consapevolezza quando si chiedono finanziamenti a fondo perduto, non dimenticando che la condizione per investire è la convenienza.

Molta burocrazia asseconda un cliché: l’italiano furbetto.

Siamo un Paese che ha avuto difetti strutturali non corretti, un’inefficienza diffusa, ma anche punte di eccellenza. Abbiamo un’osservanza dei doveri fiscali che non è ai livelli più alti d’Europa. Ma è paradossale che ci rimproverino per questo quelli che intanto fanno dumping, concorrenza fiscale. Serve maggiore osservanza fiscale da parte nostra per chiedere in Europa che la concorrenza fiscale si trasformi in politiche economiche coordinate. Non solidarietà astratta. Se l’Italia correggesse qualche suo atavico difetto avrebbe possibilità straordinarie perché quanto a elasticità e flessibilità del sistema produttivo - e della cultura - siamo imbattibili. Bisogna promuovere una riconversione della finanza, come ha sottolineato Mario Draghi, su investimenti a impatto sociale alto, occupabilità, ambientalmente sostenibili, investimenti di qualità nei territori puntare su scuola e sanità. Questo deve fare lo Stato. E proteggere la nostra rete imprenditoriale: chiedere in Europa limiti all’azione dei grandi monopoli.

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