01 aprile 2021

‘La valle oscura’: vivere e morire nella Silicon Valley

  • Di Andrea Venanzoni

Da tempo ormai la Silicon Valley è al centro delle attenzioni, spesso ossessive, di opinione pubblica, intellettuali, politici e semplici curiosi.

Non sono mancate le puntuali e analitiche decostruzioni del modello, dal piglio escatologico e anti-liberista di Eric Sadin con il suo recente ‘La silicolonizzazione del mondo’ (Einaudi, 2018) che nella Valley scorge l’archetipo di un modello destinato a replicarsi ad ogni latitudine importando i suoi frenetici e atomizzanti stilemi mentali e organizzativi, e passando, sotto il genere memoir, per l’abbacinante ‘Accanto alla macchina’ di Ellen Ullman (Minimum Fax, 2018): ed è forse proprio nel memoir, più che nella saggistica ‘esterna’ rispetto a quel criptico e ctonio mondo, che vanno riscontrati i punti di maggior interesse.

La Ullman ad esempio, programmatrice di talento e di successo, nel suo volume ha narrato in prima persona la sua per certi versi sconvolgente immersione nella coltre di silicio della Valley, tra progetti visionari, alienazione, atomizzazione del vivere civile, maschilismo e infantilismo dei grandi giganti del digitale.

Con ‘La valle oscura’, di recente pubblicato da Adelphi, e scritto dalla ex columnist del New Yorker Anna Wiener, che per cinque anni ha lavorato nella Silicon Valley occupandosi di gestione dei dati, facciamo un repentino balzo in avanti: perché è la prima volta che lo sguardo cinico, sofferto e lucido che scandaglia il ventre delle aziende del digitale ci arriva non solo da dentro ma da una persona con formazione umanistica.

Infatti uno dei problemi principali della enorme produzione libraria fino ad oggi accumulatasi sulla Valley e sul digitale è che molto spesso ci arriva da ingegneri, tecnici, informatici, tecno-entusiasti che pur se critici rispetto agli eccessi, realizzativi e concettuali, di alcuni tra gli Over-the-Top, finiscono per condividerne l’orizzonte di sviluppo intellettuale, i ‘valori’ di riferimento, le idiosincrasie e il linguaggio che a volte diventa una fastidiosa barriera per chi non è del tutto avvezzo alla tecnologia.

Una notazione di rilievo: il titolo originale del libro è ‘Uncanny Valley’, la valle del perturbante, che richiama espressamente la teorizzazione di Sigmund Freud sull’Unheimlich e, rimanendo nel campo della tecnologia, delle teorizzazioni psico-cibernetiche di Masahiro Mori sulla ‘valle del perturbante’, come spettro di inquietudine che l’umano prova e sperimenta quando a contatto con una tecnologia che va antropomorfizzandosi.

Quella della Wiener è una narrazione vivida e puntuale, una sorta di Alice nel Paese del Silicio: le delusioni post-lauream, un lavoro assai mal pagato nella editoria a New York, il trasferimento nel 2013 sulla West Coast, a San Francisco, patria delle stramberie e delle opportunità.

Qui, nel pieno della corsa all’oro dei dati, la Wiener viene impiegata da alcune delle maggiori società del digitale, dovendosi occupare proprio dei dati: e in questo si registrano alcune consonanze con uno dei più curiosi, interessanti e preoccupanti saggi divulgativi usciti di recente in tema, ‘Armi di distruzione matematica’ di Cathy O’Neil (Mondadori, 2017).

Quel che emerge è uno spaccato a tratti psichedelico a tratti inquietante, o perturbante appunto, di un contro-mondo fisicamente e mentalmente separato dalla società analogica, in cui gli schemi organizzativi, la architettura degli uffici, il modo di lavorare, le relazioni umane sono sublimate e filtrate attraverso una assoluta ‘devozione alla causa’: il piglio messianico dei nerd divenuti arci-miliardardi, in giro per gli uffici con magliettine aziendali con su stampigliata la scritta ‘i am data driven’ e i vari loghi delle piattaforme digitali, i discorsi fuori dal mondo e dalla logica umana, la misoginia da Incel, il tutto narrato attraverso una prima persona singolare che ci guida e ci fa immergere in sua compagnia, novello Virgilio, nei meandri più oscuri di questa realtà ormai egemone nel mondo.

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