23 dicembre 2019

L'Amazzonia ferita negli scatti di Tommaso Protti

  • Di Amelia Cartia

“Il divario è questo: si tratta di una zona tra le più ricche al mondo in termini di risorse, e più povere quanto a tessuto sociale. E un fattore incide sull’altro”.

La povertà che erode il territorio, in Amazzonia, è cosa visibile. E lo sviluppo sostenibile, spirito di questo tempo, è una cosa per paesi ricchi.

Lo ha documentato, insieme al giornalista britannico Sam Cowie, il fotoreporter romano (ancorché mantovano di nascita) Tommaso Protti: il risultato di sei mesi di viaggio fotografico nelle più impervie regioni brasiliane è un corpus di immagini in bianco e nero dal titolo Amazônia. Un lavoro realizzato per la fondazione Carmignac, che al trentatreenne italiano ha assegnato la vittoria della decima edizione del suo premio per il fotogiornalismo, nel settembre di quest’anno. Il 4 dicembre, invece, La mostra Amazônia è stata inaugurata presso la Maison Europeénne de la phoptographie di Parigi, e lì rimarrà esposta fino al 14 febbraio 2020.
Un lavoro che viene da almeno cinque anni di studio del Brasile, dove il fotografo trentatreenne vive e lavora dal 2011, dopo aver realizzato progetti in Kurdistan, in Turchia e in Iraq.

Guardando queste immagini, spesso crude, salta agli occhi una denuncia: l’avanzamento dell’uomo nella natura la divora. Sviluppo industriale significa distruzione ambientale?

“La denuncia sociale è parte importante del lavoro, anche se diversamente dagli inizi non penso più che il fotogiornalismo possa cambiare le cose. La distruzione della foresta pluviale è una conseguenza dello sviluppo stesso della regione, e molti governi hanno incentivato la colonizzazione dell’Amazzonia, perché quella vasta area vuota era considerata un rischio per il potere”.

Ma non era vuota.

“È un’area grande due/tre volte l’Europa, con una popolazione che oggi non arriva a 20 milioni di persone. Oggi si vedono i risultati di quelle politiche: migliaia di persone sono andate lì, ma ciò che era stato promesso in termini di incentivi non è mai stato mantenuto. Ciò che rimane è solo una grande concentrazione fondiaria nelle mani di poche persone, e una distruzione che è conseguenza di una logica di consumo: di carne, per esempio. La foresta viene tagliata per far spazio ai pascoli. È una logica di mercato mondiale: il Brasile è un grande esportatore, la maggior domanda di carne - ma anche di soia - viene dalla Cina. Altro mercato fiorentissimo è quello della droga: i narcos hanno fatto del Rio delle Amazzoni una strada del traffico”.

Mentre i grandi della terra parlano di salvaguardia dell’ambiente con i ragazzi di Greta, vediamo che invece un certo sviluppo è insostenibile?

“Questa distruzione è anche la conseguenza di fattori umani: si parte dalla povertà. Ineguaglianza, avidità, interessi, violenza, sono fattori interconnessi con la natura: non si può preservare la natura senza migliorare le condizioni di vita delle persone. Nel reportage non volevo fermarmi sulle condizioni ambientali, ma andar giù dove l’Amazzonia si sta urbanizzando, vedere la costruzione delle strade, della Transamazzonia: sono modi per far entrare la modernità. Ma le città sono lo specchio della mancanza di controllo statale e di sostenibiltà. Manaus è nel cuore della foresta: tre milioni di abitanti, e continua ad allargarsi. Lì affluiscono rifugiati venezuelani. È una città violentissima: tra i fazenderos, i proprietari terrieri, i taglialegna clandestini, gli indigeni e i narcos. E su tutto ci stanno i grandi interessi e i grandi centri di potere, le multinazionali che agiscono liberamente e senza controlli: uno dei temi è quello dell’impunità”.

Un altro è la modernità: la foresta è nell’immaginario un luogo impenetrabile, abitato da tribù inattaccabili dal tempo. Che fine hanno fatto quelle popolazioni?

“La modernità entra, è un processo irreversibile. Ho conosciuto popolazioni indigene ancora isolate, che mantengono il contatto con la natura, ma anche certe tribù raggiungibili solo dopo due giorni di navigazione, che tuttavia hanno la televisione da alcuni anni. Il tema è come entra la modernità: le condizioni di disagio fanno sì che la via principale sia la corruzione. Ci sono comunità, vicine ai centri urbani, attaccate da attività illegali. Per questo alcuni di loro si organizzano in modo indipendente armandosi da soli. E il Brasile è uno dei posti con il maggior numero di omicidi tra attivisti ambientali e leader indigeni, un guardiano della foresta che avevo accompagnato durante il reportage è stato ucciso il mese scorso”.

Il disboscamento è una ferita: in una delle sue foto una vena di terra rosseggia tra il verde come fosse sangue fresco. Il pianeta è vivo, e lo stiamo accoltellando?

“Quella è parte di un progetto più ampio, che si chiama Terra vermelha, cioè terra rossa: è il rosso della terra, ma anche lo spargimento di sangue. Siamo in un’epoca in cui c’è totale mancanza di rispetto per le questioni ambientali. Oggi gli scienziati ci dicono che il 17% della foresta è stato disboscato, se dovessimo arrivare intorno al 20%-25% il processo diventerà irreversibile, le piogge caleranno e la foresta andrà verso la desertificazione, e ciò avrebbe conseguenze enormi a livello globale. Stando ai tassi attuali quel livello si può raggiungere in 10 anni. Ma come far passare un messaggio del genere quando i più sono negazionisti rispetto all’emergenza climatica? Non vogliono sapere cosa accadrà fra dieci anni, il problema è cosa metteranno a tavola oggi, e i governi avallano questa idea di business, questa idea che ci sia abbastanza foresta per tutti, e che sia giusto sfruttarla”.

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