09 ottobre 2019

L'arretratezza del sud è figlia della modernità

    A cura di

  • Peppino Caldarola

"Cumuli di macerie restano intatte per secoli:/nessuno rivolta ogni pietra per non inorridire./Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico". Leonardo Sinisgalli, Lucania

Sergio Rizzo, uno degli inviati più preparati e intelligenti del giornalismo odierno, ha scritto su la Repubblica la prima puntata di un viaggio nel Mezzogiorno con un titolo “Il Sud che non vuole morire” che appare ottimistico visto che il Sud sta morendo da molti anni.

I dati che Rizzo cita sono devastanti e riguardano lo stato dell’economia, l’arretratezza civile e, oggi, la ripresa della fuga dal Sud. L’esercito degli sconfitti meridionali è composto quasi esclusivamente da giovani e ormai sono numerosi i territori, soprattutto di media montagna, che rischiano di essere disabitati.

Questa volta le responsabilità non vanno cercate nei “difetti” del processo unitario dello Stato nazionale. La nuova questione meridionale è figlia della modernità più che della arretratezza. E’ frutto soprattutto di una gestione Mezzogiorno-governi centrali incentrata su una spesa pubblica priva di controlli e fonte di corruzione ma anche di malavita.

La riforma regionale invece di migliorare la situazione l’ha tragicamente peggiorata. Le uniche spese che sono state ben utilizzate sono i fondi europei per rimodernare alcuni centri storici meridionali. Poi c’è più niente. Dopo le cattedrali nel deserto che hanno fatto fallimento, oggi siamo di fronte a splendide piccole chiese messe su da imprenditori generosi in aree che sono uguali a se stesse da decenni tranne lo sviluppo urbanistico incontrollato. Imprese che vivono in territori che spesso non sono in grado di dare loro la spinta per restare sul mercato. E’ questa imprenditoria la nuova classe dirigente. Mentre purtroppo il mondo della protesta, assai trasversale, non è riuscito, a differenza dal dopoguerra, a tirar fuori progetti, idee, capacità di legare cittadini a immaginazione del futuro.

I vecchi meridionalisti si cimentavano con le nuove produzioni, sul primato dell’industria, sulla riforma dell’agricoltura. C’era popolo e c’era intellettualità. Oggi mancano gli uni e gli altri. Circolano tanti soldi, spesi male, finiti in cattive mani: una miscela esplosiva che Rizzo denuncia con la sobrietà del chirurgo. Peccato che il chirurgo da solo non basta. Servirebbe una ribellione civile che smonti le istituzioni e le rimetta al passo con il paese reale. Fuggire dal Sud deve tornare ad essere una scelta, non una condizione per vivere o peggio sopravvivere.

Dopo le cattedrali nel deserto che hanno fatto fallimento, oggi siamo di fronte a splendide piccole chiese messe su da imprenditori generosi in aree che sono uguali a se stesse da decenni tranne lo sviluppo urbanistico incontrollato.

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