08 ottobre 2019

Le talpe sepolte

    A cura di

  • Francesco Merlo

Le macchine che hanno scavato le gallerie rimarranno sottoterra. Ora sono ferme, bloccate prima di piazza Venezia. Non ci sono i soldi per tirarle fuori. Come nei film “Transformers” le più forti sono le più fragili. E quella più potente si è inceppata

Roma - Sono sceso a vedere i due bellissimi mostri di ferro che vogliono seppellire “vivi” a quaranta metri sotto il Colosseo. Nel sottosuolo due meraviglie della Modernità, e sopra la meraviglia dell’Antichità. Le due talpe gemelle, lunghe 150 metri, alte 9 metri e pesanti 300 tonnellate, stavano scavando e costruendo le gallerie della Metro C quando il Comune ha annunziato che non ci sono più soldi e dunque non ci sarà più la prevista stazione di Piazza Venezia. E non ci sono soldi neppure per tirare fuori queste due enormi talpe costruttrici, condannate a giacere per sempre nei luoghi della tenebra perpetua.

Tra le due talpe, mi sono affezionato alla più delicata che forse è anche la più potente. Come nei film della serie Transformer le macchine più forti sono anche le più fragili. Chiamo dunque Hanta la “mia” talpa proprio perché si è inceppata quando ha capito che la vogliono sotterrare ”viva”. Non che si sia rotta, che sarebbe facile aggiustarla, ma le si è improvvisamente aggrovigliato un nastro, come in una paralisi di panico, e ora non va più avanti.

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Hanta è il nome rubato al visionario protagonista di “Una solitudine troppo rumorosa”, il bellissimo romanzo di Bohumil Hrabal (Einaudi) sull’esistenza sotto terra appunto, nel mondo nascosto dello specchio rovesciato, che a Roma nasconde la più strana archeologia industriale del mondo: il ferro, il cemento armato delle stazioni, la plastica, la gomma e ora pure i relitti delle talpe sotto i Fori imperiali e sotto il travertino del Colosseo. Anche la talpa Hanta è rumorosa nella sua solitudine. Ed è un suono da film di fantascienza, non i cigolii e i clangori di ferraglia che ho sentito quando esplose l’epidemia delle scale mobili che ancora adesso a Roma sono in panne. Qui il rumore è vitale, strano e forte ma armonioso, fa venire in mente l’arte futurista dei rumori, la noise music e “Experimenta Mundi”, l’opera lirica che 40 anni fa compose Giorgio Battistelli e ancora oggi è studiata nelle università di tutto il mondo perché i suoni sono quelli degli operai che collaudono motori, degli aspiratori di malte, dei condizionatori d’aria e dei ciabattini che risuolano, dei cuochi che sbattono le uova e degli sputnik, dei muratori e dei minatori. Dev’essere per questo che i superingegneri che mi hanno accompagnato si tolgono i tappi per le orecchie, che sarebbero d’ordinanza. Si chiamano Marco Cervone e Valerio Foti e accudiscono le talpe come fossero figlie.

Indossiamo l’elmo, gli scarponi e prendiamo un ascensore di metallo che ci porterà giù. Poi per circa tre chilometri percorriamo la galleria che Hanta ha già scavato e costruito. Hanta consuma un megawatt di energia e si ciba di grassi e schiume che le arrivano attraverso un groviglio di tubi. A lavoro finito, saranno tutti smontati. L’aria è aspirata da un polmone in cemento che poi la diffonde grazie a un lungo condotto giallo. Entriamo dalla coda, che è un serpentone di carrelli, come i vagoni di un treno merce, su ognuno dei quali viaggiano i blocchi che circonderanno ad anello l’intera galleria. Perciò Hanta procede a scatti. I suoi 28 pistoni la spingono in avanti e poi si fermano per venti minuti per permettere appunto il rivestimento del tunnel appena scavato. Cosi, man mano che prosegue, Hanta restringe lo spazio dietro di sé. E intanto sostiene le terra e la falda d’acqua che le stanno sopra, e nella cabina-cervello misura la stabilità, aziona piezometri, inclinometri, assestimetri, controlla le polveri e i sensori dell’aria.

Forse stamani Hanta ripartirà o forse no, di sicuro si è fermata a soli cinquecento metri dal luogo in cui hanno deciso di inumarla costruendole attorno un’orribile tomba di cemento. La suggestione è quella del brutto (Eli Wallach) che nel film di Sergio Leone è costretto dal buono (Clint Eastwood) a scavarsi la fossa mentre le mosche gli volano sul naso sudato. E chissà se è vero che costerebbe troppo salvarla smontandola e tirandola fuori pezzo per pezzo. Fu acquistata per dieci milioni e altre sei ne furono spesi per rigenerala. Di sicuro sono macchine che non hanno la marcia indietro, proprio come gli aerei, i razzi e le navicelle spaziali, a riprova che l’universo non è solo lo spazio infinto delle stelle.

Eli Wallach e Clint Eastwood ne "Il buono, il brutto, il cattivo" di Sergio Leone

Eli Wallach e Clint Eastwood ne "Il buono, il brutto, il cattivo" di Sergio Leone

Gli uomini che governano le talpe, un equipaggio di tredici navigatori, sono specializzati in discipline sconosciute. Sono operai che parlano e ammiccano in modo obliquo: c’è il fondoscudista e il navicellista, l’elettorista e il presista, il capinbocco… Guadagnano tutti abbastanza poco e anche per questo hanno un’aria epica e romantica. La base è di 1800 euro, poi ci sono le varie indennità, lavorano otto ore al giorno, sono diretti da master e commander e sono quasi tutti di origine meridionale come me. Dunque entro in confidenza con un “sabbenedica” con Loreto Saglimbeni di Cammarata che ha lasciato al paese moglie e due figli e ha per Hanta e per la metropolitana di Roma la stessa dolce e tormentata ossessione che Quasimodo aveva per Notre-Dame.

E in effetti quando Hanta si muove è come stare in una cattedrale sottomarina. Percepisco in tutti un sovrappiù di umanità, di forza di spirito, nervi in fuga e dita prensili, un eccesso di vitalità del serpente che, grazie al movimento di una vite senza fine, scava e succhia la terra con i suoi gas e la manda su un nastro che è un tapis roulant, ma in senso contrario, e dunque porta la terra fuori verso l’esterno dove gli aspiratori la scaricheranno in una grande cisterna.

Quando costruirono il tunnel sotto la Manica, su undici talpe ne sacrificarono una perché si era spinta troppo a fondo e troppo oltre e perciò fu sepolta come un caduto in guerra, un eroe della modernità. A New York nel 2011 su sette ne seppellirono una sotto Park Avenue perché era ridotta troppo male.

A Roma le due talpe non sono come il relitto del Titanic, ma come il relitto della povera e maestosa Costa Concordia. Qui non ci sono l’iceberg e l’incidente, non c’è stata una sciagura. Ci sono invece un’idea di città e un’idea di nazione, il dramma della mediocrità di governo. E torna come una maledizione, anche al Campidoglio, il fantasma di Schettino. Pure il naufragio della Metro C è dovuto infatti all’inadeguatezza del comando, alla fuga come soluzione, alla paura di restare a bordo. A Roma l’oltraggio delle talpe “mortevive”, il loro sepolcro sotto il Colosseo è lo scandalo finale della Capitale ridotta a ingombro d’Italia, a brutto inciampo in rovina in una secca.

Testo per gentile concessione dell’autore

Articolo su La Repubblica 4 ottobre 2019

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