30 dicembre 2020

L’educazione (robotica) sentimentale

  • Di Serena Ricci

La narrativa e la filmografia scientifiche traboccano di esempi di macchine che provano sentimenti. Come non ricordare la lotta del computer di bordo contro l’equipaggio della nave spaziale Discovery One che in “2001 Odissea nello spazio” prova il terrore della morte? O l’indimenticabile robot che in “Io e Caterina” manifesta sentimenti umani mettendo a soqquadro la casa del proprio padrone in preda ad un attacco di gelosia? La capacità di provare emozioni è spesso considerata come la principale differenza tra gli umani e le macchine ed è proprio l’obbiettivo della robotica quello di produrre “macchine che si possono muovere e lavorare come gli umani (…) e reagire con sensibilita’ ai cambiamenti di stato d’animo dei loro padroni mortali”. (“Making Robots More Like Us” by Y. Bhattacharjee). Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse verso le reazioni emotive all’interno del ciclo percezione-azione dei robot autonomi dal momento che un sistema emozionale consente di prendere decisioni in modo più rapido e più flessibile. È inoltre importante migliorare il modo in cui le persone e i robot interagiscono: i robot devono imparare ad essere utili per essere accettati dalle persone. È necessario tuttavia trovare il modo migliore per far interfacciare gli umani con tecnologie sempre più sofisticate. Il cittadino medio non deve incontrare difficoltà nell’usare un robot ed interagire con lui a prescindere dall’ età e dall’educazione e i robot devono trasmettere la propria intenzionalità all’utente, che deve poter essere in grado di prevedere intuitivamente i loro comportamenti. Per raggiungere tali obbiettivi i robot avranno bisogno di comunicare con gli utenti utilizzando un linguaggio naturale, gesti ed espressioni facciali e ciò comporterà un insegnamento da parte dell’uomo che richiede un tipo di pazienza simile a quella che gli adulti hanno nei confronti dei bambini. La ricerca robotica si è dunque nel tempo evoluta verso la Robotica Emozionale che mira ad ottenere delle espressioni emotive nel comportamento del robot durante un’ interazione con gli umani. È la teoria di Uncanny Valley o “valle perturbante”, o “zona del disagio” secondo la quale più un oggetto è simile ad una persona nella sua interazione, prendendone in considerazione tutti gli aspetti, più noi tendiamo a essere a nostro agio, proprio come se ci stessimo interfacciando con una persona normale. Tuttavia se il robot si “accorge” di non essere all’altezza delle aspettative dell’umano, si sente a disagio ed interrompe l’interazione, non essendo dotato come noi di emozioni che gli permettano di superare il disagio. È necessario dunque fare in modo che il robot sia in grado di interpretare correttamente e di rispondere sul canale emozionale. Un’educazione sentimentale che non pretende che il robot provi emozioni, ma che almeno abbia la capacità di interpretare quelle umane. Noi non vogliamo che il robot dia risposte impreviste (che accadrebbe se provasse emozioni) ma che risponda esattamente come noi ce lo aspettiamo, altrimenti potremmo litigare con lui!

Un’altra domanda: meglio un robot della solitudine? Secondo alcuni sarebbe meglio avere un robot sociale come badante o un assistente, piuttosto che non aver alcun aiuto o ricevere cure da parte di un personale in alcuni casi distratto o svogliato. Sicuramente un robot non è in grado di capire se un anziano è preoccupato o triste o se si sente solo, ma quanti addetti ai lavori sono veramente in grado di farlo? Ma così che fine farà il lavoro umano? Nella robotica dei “cobot” (robot collaborativi) e nella domotica abbiamo alcuni esempi avanzati: Romeo, il robot in grado di aprire le porte e salire le scale, Pepper, un piccolo umanoide alto un metro e venti che riconosce addirittura lo stato emotivo dell’anziano che assiste e serve a fargli compagnia e ancora Robobear, pensato per il sollevamento del paziente che ha perso l’autonomia. La tecnologia ha creato addirittura il robot “coinquilino”, dotato di telecamere capaci di riconoscere i volti delle persone e monitorare i movimenti del corpo, adatto all’interazione con i pazienti affetti da Alzheimer. Per quanto riguarda la domotica che trasforma le case in smart home dotate di un impianto intelligente in grado di gestire le varie funzionalità domestiche, la più famosa assistente in questo campo è Alexa creata da Amazon che interagisce con gli elettrodomestici prevenendo anche effetti negativi come fughe di gas, allagamenti e incendi. La domotica assistenziale sarà sempre più utile per rendere la nostra quotidianità più semplice garantendo una sicurezza abitativa sempre più elevata. L’utilizzo dell’IA in casa porterà Alexa (o altri assistenti) a rispondere alle nostre domande, ma anche ad anticiparle dandoci suggerimenti (non direttamente richiesti) in base alle nostre abitudini. Fondamentale però è sempre la fiducia per cui apriamo la nostra casa ad un assistente virtuale, fiducia che può derivare in ogni caso dalla conoscenza dei rischi, dell’esatto percorso che fanno i nostri dati e di come vengono utilizzati.Dobbiamo pretendere affidabilità e una chiara gestione di quello che la nostra vita racconta.

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