25 febbraio 2020

L’etica è un’arte marziale

  • Di Marco Casu

Considerazioni a partire dalla lectio di Eleonora Ammannito, “Andare su Marte: come, quando e perché”.

I corpi celesti hanno i nomi degli dei. Se visibili a occhio nudo, hanno un nome per ogni cultura della storia umana, per ogni lingua che abbia nominato il cielo. Nomi diversi, caratteristiche diverse, saghe, racconti, superstizioni. Eppure una sorta di ruolo divino, salvifico e creatore, non è un fatto esclusivamente mitologico. Il grande Giove effettivamente protegge la Terra: la sua massa attira o devia gran parte dei meteoriti diretti a noi, evitandoci potenziali armageddon. La luna ha stabilizzato l’oscillazione dell’asse terrestre, ci risparmia inversioni polari, preserva le condizioni della vita, attenua la deriva degli habitat. I cosiddetti corpi minori, come le comete sfuggite a Giove, potrebbero essere responsabili della stessa vita. Non proprio creatori, perché sono le stelle a creare gli elementi, ma angeli, messaggeri di composti organici, acqua e alimento per la nuda roccia del nostro pianeta. Una schiera di celesti, un pantheon il cui equilibro garantisce la vita della Terra. Marte non ha avuto la stessa fortuna. Ha due modesti satelliti, ma non una vera e propria luna in grado di stabilizzarlo, ed è esso stesso più piccolo della Terra: il suo nucleo metallico si è raffreddato prima, privandolo di quella magnetosfera che invece ci protegge dalle radiazioni solari, concendoci il respiro in una ben più densa atmosfera. Eppure una qualche forma di vita potrebbe essere, o essere stata, ovunque. Su Europa, luna di Giove, nel suo immenso oceano nascosto dal ghiaccio. Su Encelado e Titano, lune di Saturno, e su Marte. Non siamo, insomma, in cerca di marziani. Stiamo piuttosto cercando noi stessi, cercando ripercorrere i passi della creazione. Di questo si è occupata ad esempio l’operazione Dawn (significativamente: l’operazione “alba”), che impegnava Eleonora Ammannito, scientific researcher ASI (Agenzia Spaziale Italiana), prima di Exomars.

La missione Dawn è stata selezionata dalla NASA il 21 dicembre 2001 nell’ambito del Programma Discovery

La missione Dawn è stata selezionata dalla NASA il 21 dicembre 2001 nell’ambito del Programma Discovery

Ora: perché investire in questa ricerca? In realtà lo facciamo da sempre.

A scuola abbiamo imparato che le prime ricerche dell’uomo greco erano rivolte all’arché, all’origine, l’acqua di Talete ad esempio. Indagini naturalistiche, si diceva, in contrapposizione alla successiva svolta socratica, una svolta etica, dialogica, prettamente umana: “a me piace imparare, ma i luoghi e gli alberi non sanno insegnarmi niente, mentre lo fanno gli uomini in città”, rispose una volta Socrate a Fedro (Fedro, 230d).

Ma un piede fuori da Atene può insegnarci molto. Ammanito non cede a facili entusiasmi. Non vedrà, non vedremo i primi passi dell’uomo su Marte. Ci vorranno parecchi decenni, forse un secolo. A livello tecnico restano tanti problemi, irrisolti ma risolvibili. È anche una questione di volontà politica. Di certo, però, occorre iniziare ad indirizzarla in modo onesto. Nell’era dei proclami e dell’immediato è bene riscoprire la lentezza e la serietà della costruzione, il beneficio del prossimo, il lavoro per il futuro. Quello che Marte già può fare è insegnarci questa serietà, e anche un’etica della cooperazione, un’etica dell’amicizia. Sarà più una passeggiata che una corsa, una passeggiata comune, al modo dei filosofi antichi. Il dio della guerra, paradossalmente, non ci spinge alla guerra che fu per la luna, sulla quale “gli americani non hanno fatto altro che piazzare una bandierina”, e per la quale l’Unione Sovietica ha sventolato bandiera bianca. Ci insegna, piuttosto, una lunga marcia. Con passo misurato, marziale, come quello dei soldati in schiera. Questa volta, però, in un unico esercito, composto da tante bandiere e da tanti interessi nazionali, riuniti nel circolo virtuoso di una competizione cooperante, non guerra ma agone. L’Italia ovviamente non può mettere in campo il budget statunitense, nondimeno può rivelarsi componente decisiva, e anzi già lo è. A livello individuale, è il caso di Ammanito, a livello istituzionale (ASI), a livello tecnologico: la stessa Leonardo costruisce gli “occhi” che permettono alle sonde di orientarsi grazie alle stelle, lo star tracker, un’ultima ed eccellente risposta al compito più antico della navigazione. Un compito tra tanti altri. Nessuno può esaurirli tutti, ma è bene che ciascuno primeggi nel proprio. In fondo la cooperazione, come l’amicizia, è qualcosa che sta tra l’amore e la guerra, tra Venere e Marte, come la Terra.

Nell’era dei proclami e dell’immediato è bene riscoprire la lentezza e la serietà della costruzione, il beneficio del prossimo, il lavoro per il futuro. Quello che Marte già può fare è insegnarci questa serietà, e anche un’etica della cooperazione, un’etica dell’amicizia

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