03 aprile 2020

L’immunità dei re

  • Di Francesco Palmieri

A questo “felice ottimismo” vorremmo ancora credere. Con questo “errore collettivo”, vi prego, fateci sbagliare – anche in assenza di re.

Era forse “il felice ottimismo delle anime credenti”. O era che “la fede nel miracolo fu creata dall’idea che doveva esservi un miracolo”. O può darsi che fosse solamente “il risultato di un errore collettivo”. Pur accettando, nei virgolettati, le supposizioni con cui lo storico francese Marc Bloch sigillava il suo celeberrimo trattato su I re taumaturghi, sta di fatto che le guarigioni si registravano eccome. Al tocco del sovrano, al suo segno della croce, seguiva spesso la prodigiosa scomparsa delle scrofole, o quantomeno la recessione delle orrende infiammazioni provocate dai bacilli della tubercolosi. Furono comunissime tra l’undicesimo secolo, quando i Capetingi – poi i re inglesi – cominciarono a “toccarle” e il diciottesimo, allorché i “Lumi” oscurarono quella “regalità sacra e meravigliosa” per la quale, recita una chanson cavalleresca anglo-normanna, “l’enfant de roy ne doit lyons mengier”. Chi è figlio di re non può essere divorato dai leoni.

L’impallidita memoria di quell’immunità regale traspare ancora nella disinvoltura con cui la regina Elisabetta II, a quasi 94 anni, ha continuato a stringere – ça va sans dire, senza guanti – tutte le mani che il protocollo le imponeva di stringere all’insorgenza dell’attuale pandemia in Gran Bretagna. Persiste, la pallida memoria della “regalità sacra e meravigliosa”, nell’agile superamento del contagio per cui il principe Carlo ha annunciato di sentirsi bene, e ha terminato l’autoisolamento, appena “seven days after” il test di positività al coronavirus: “L’enfant de roy ne doit lyons mengier”.

Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e il figlio Carlo, erede al trono.

Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e il figlio Carlo, erede al trono.

Sarà solo presunta questa sorta d’immunità regale ai morbi collettivi, sarà “felice ottimismo” o “errore collettivo” la capacità taumaturgica dei monarchi, eppure le quarantene di Boris Johnson, Benjamin Netanyahu, Angela Merkel risultano – basta una scorsa ai titoli, uno sguardo fugace alle facce – assai più dozzinali. Come sarebbe, o è, per uno qualunque. È questione di funzione, che trascende e prescinde dai personali meriti o demeriti di un re. Si comportarono allo stesso modo due monarchi così diversi come Ferdinando II di Borbone e Umberto I di Savoia quando s’immersero tra i colerosi di Napoli. Il primo, nel 1837, organizza i lazzaretti (gli attuali ospedali da campo) e gira a visitare i malati dei quartieri più poveri, tra la gente timorosa alla distribuzione del pane che qualche untore possa aver contaminato la farina. Allora Ferdinando stacca un pezzo di pagnotta e lo addenta: “Si ’o ppane è ’ntussecato, allora io moro cu vvuje!”. Nel 1884 Umberto non sarà da meno visitando i moribondi senza alcuna precauzione, mentre il codazzo dei cortigiani lo segue ritroso, bocche e nasi tappati dai fazzoletti impregnati di essenze.

Ritratto di Ferdinando Carlo Maria di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie (1830 - 1859)

Ritratto di Ferdinando Carlo Maria di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie (1830 - 1859)

E fu forse perché già convinto, o alla ricerca, di quella grazia divina che l’avrebbe incoronato imperatore, che Bonaparte ancora generale visitò i suoi soldati infettati dalla peste, a Jaffa, nell’ultimo anno del Secolo dei Lumi come a volerlo smentire, perché – a torto o ragione – un sovrano deve crederci: né i leoni né le pulci del ratto, tantomeno un virus che porta la corona nel nome se lo potranno mangiare. A questo “felice ottimismo” vorremmo ancora credere. Con questo “errore collettivo”, vi prego, fateci sbagliare – anche in assenza di re.

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