03 maggio 2021

L’ingranaggio del potere

  • Di Andrea Venanzoni

Come ogni altra cosa, scrive Elias Canetti in ‘Massa e potere’, il potere porta in sé la propria fine. E proprio in quel larvato senso di tensione quasi escatologica si cela il segno più palese, forse apocalittico, forse solo sghembo, della tragica lezione di che cosa sia e di cosa davvero comporti il potere: solitudine, abnegazione, silenzio, accortezza, conoscenza capillare e penetrante, tutto il contrario, a ben guardare, del rumoroso e chiassoso populismo che ha fatto gazzarra nelle aule parlamentari al grido di ‘uno vale uno’ o snocciolando rosari nelle piazze, come se davvero il rituale del consenso popolare alchemicamente mutato in voti elettorali potesse avere senso e significato e non fosse piuttosto l’abbaglio di una fine propiziata da una assolata spiaggia estiva.

Ed è per questo che il prezioso libro di Lorenzo Castellani, ‘L’ingranaggio del potere’ (Liberilibri, 2020) si apre con la tecno-democrazia, sopra cui pende non come una taglia ma come un ammonimento severo la dicitura ‘l’altro potere’: perché, è la riflessione di Castellani, nello spazio sempre più squassato dalla incertezza e dal livore di masse riottose, insoddisfatte delle obsolescenti istituzioni parlamentari, si è incuneato, mediante il principio di competenza, un potere di tecnici, di competenti appunto, di chierici.

E in questa torsione è deflagrata, come una bomba nucleare, ulteriore tensione; perché maggiormente si avanza quel potere slegato dal vincolo della sovranità popolare e autopoieticamente destinato a cooptarsi e ad auto-replicarsi, più la massa cercherà referenti visibili, chiassosi come lei, e che esibiscano patenti di repulsione per la competenza.

Castellani, docente di Storia delle istituzioni politiche presso la LUISS, ci ricorda i fondamenti strutturali del potere tecnico, le modalità di accesso, e la tensione ineliminabile con il principio di rappresentanza politica, la assolutizzazione del demos e della sua volontà, come se esso potesse davvero incarnare il punto di caduta della estrinsecazione empirica delle decisioni politiche.

E d’altronde già Francesco Galgano, sul finire del suo fondamentale ‘Lex mercatoria’ poneva in luce il germinare potente della tecno-democrazia e della ‘democrazia aziendale’: in un mondo globale, spesso vuoto di Stato e di Costituzioni, dove la legge si rende evanescente o fluida, la replica strutturale della democrazia si incista nei nodi connettivi delle grandi società commerciali, nelle quali da sempre tecnica e competenza rappresentano humus vitale.

Nella sua analitica ricostruzione e decostruzione, Castellani si sofferma sulla fenomenologia e sulla genesi storica del pensiero tecnocratico, passando in rassegna gli antecedenti storici, tra cui una squisita rilettura del Podestà medievale come primo tecnocrate della storia delle istituzioni: una lezione preziosa questa vista la neo-medievalizzazione della società contemporanea, tra deleghe sempre più estese e una latente personalizzazione della relazionalità politica, con sistemi vassallatici a rete di interessi comuni i quali dilatano e straziano il ventre dei partiti.

Weber, Galbraith, Schmitt, Pareto, Mannheim, Taylor ci accompagnano in questo viaggio dantesco nelle viscere della terra del potere, dentro cui sondiamo la consistenza nebbiosa e inafferrabile della essenza più profonda della gestione della cosa privata e pubblica.

Particolarmente rilevanti le conclusioni, nelle quali si sottopone a forte vaglio critico il processo di iper-centralizzazione dettato da qualunque forma di tecnocrazia, la quale inevitabilmente tende a coagularsi verso un centro, ritenuto nocciolo duro della propria consistenza competenziale. Federalismo, sussidiarietà, decentramento funzionale al contrario rappresentano caratterizzazioni essenziali e vitali, per evitare quella ‘democrazia sotto tutela’ che è nei fatti una tecnodemocrazia.

Il libro è particolarmente rilevante e dovrebbe essere letto, e riletto, e certamente compreso, da chi si approccia alla gestione del potere, sia egli un politico o un ‘tecnico’ con vocazione gestionale: perché, ancora oggi, si è scarsamente compreso che assai spesso le decisioni di ultima istanza, quelle destinate davvero a incidere sulla realtà effettuale, non sono solo quelle che possono originare dal chiuso dell’urna elettorale.

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