20 gennaio 2021

L’innovazione abita anche in montagna

  • Di Giampiero Lupatelli

Potrà sembrare un po’ bizzarro e fuori luogo che, per interrogarsi sulle politiche della/per la innovazione, si assuma il punto di vista delle Aree Interne e Montane.

Cosa hanno a che vedere queste aree che siamo abituati a leggere con le categorie del declino, del ritardo e dello svantaggio con le sofisticate discussioni sulle Smart Specialisation Strategy [S3] che le Regioni stanno predisponendo in questi giorni per accompagnare la programmazione dei Fondi Europei nella stagione 2021-2027?

Strategie che sono strumenti sofisticati, il cui linguaggio sembra materia esclusiva degli specialisti anzi, degli “iniziati”.

Argomenti e decisioni lontane dagli interessi dei territori minori. Questi territori incontrano però l’innovazione e le sue pratiche sempre più frequentemente, nella vita di tutti i giorni, e si misurano con la loro capacità di incidere sulla realtà e modificarla.

Ne abbiamo avuto una prova nella pandemia quando le abitudini si sono dovute piegare alle pratiche del digitale per apprendere, lavorare, fare acquisti, consumare servizi culturali e di intrattenimento.

Per le Aree Interne e Montane l’esperienza è stata forse più difficile e dolorosa che per altri, ma proprio per questo prendere la parola al simposio delle tecnologie non è un lusso o un capriccio intellettualistico, ma l’esercizio necessario di una attenzione nei confronti di un futuro prossimo che sta prendendo forma.

Dal punto di vista della Montagna e delle Aree Interne dobbiamo occuparci e preoccuparci molto della elaborazione delle Regioni che, nella loro articolazione, aprono opportune e specifiche attenzioni ai territori, ma troppo spesso lo confinano alle sole aree urbane.

Facile trovare affermazioni che ci ricordano come entro il 2030 i 2/3 della popolazione mondiale vivrà in città, contribuendo così alla diffusione di un modello sociale prettamente urbano. Affermazioni tanto generali da risultare decontestualizzate.

Piuttosto, la pandemia da Covid 19 ha proposto l’evidenza di una necessaria riconsiderazione di stili di vita urbani che ci sembravano ormai scontati.

Ci ha suggerito più cautela nel valutare i processi di metropolizzazione e non solo nel discuterne la desiderabilità ma anche nel prendere in considerazione la probabilità che i trend passati non possano conoscere rapide inversioni, come ci suggerirebbe l’ampia pubblicistica su un “ritorno ai borghi minori” che ha riempito nell’estate le pagine dei giornali.

Nei giorni più cupi della pandemia ho scritto il mio volumetto: “Fragili e Antifragili. Territori, Economie e Istituzioni al tempo del Coronavirus” che oggi viene alle stampe.

L’ho voluto proporre per illustrare una visione delle Aree Interne e Montane che non le intende come una zavorra che appesantisce e ritarda i processi innovativi, quanto piuttosto come la frontiera di un diverso e più inclusivo processo di sviluppo.

La Montagna italiana è alla ricerca di un suo rinnovato equilibrio demografico e si misura con una duplice esigenza: quella di offrire a popolazioni di generazioni e provenienze diverse le ragioni per permanere, ritornare e arrivare; concretizzandole in una solida e adattata rete di infrastrutture sociali e in un tessuto di economie locali altrettanto adattate e resilienti.

Lo sviluppo sostenibile della montagna non può essere però l’esito di un processo redistributivo di ricchezze e redditi che si formano altrove e che la mano premurosa dello Stato mette a disposizione dei residenti meno fortunati della montagna (e del Sud).

Piuttosto deve essere l’esito di un processo inclusivo con il quale la Nazione si mostra consapevole dell’esigenza di mettere in valore tutte le sue risorse, di diversa natura e provenienza, di genere, di generazione e territorio, che è necessario chiamare in causa tutte per affrontare la sfida della recovery.

Il patto per la sostenibilità, la decarbonizzazione dell’economia, la gestione evoluta della complessità con il digitale e con le scienze della vita, sono l’orizzonte della sfida europea.

I territori di più alta qualità ambientale, che presidiano la riproduzione dei cicli ecologici fondamentali e così si offrono alle nuove aspirazioni esistenziali delle società contemporanee, non possono che esserne protagonisti.

Protagonisti nelle strategie di cattura del carbonio con la gestione delle foreste, dei pascoli, degli insediamenti e, insieme, con la valorizzazione economica dei prodotti delle filiere primarie.

Protagonisti nelle strategie di sostenibilità energetica con il maggior ricorso alle fonti rinnovabili e il contributo al contenimento dei consumi.

Protagonisti nella conservazione della biodiversità affidata ad una più colta e consapevole convivenza dei cicli naturali con le utilizzazioni umane, piuttosto che all’abbandono e all’inselvatichimento dei siti.

Protagonisti nello sviluppo delle tecnologie digitali e dei servizi che queste veicolano entro spazi di mercato enormemente dilatati.

Protagonisti nel valorizzare il capitale umano, risorsa critica per il successo di ogni strategia.

Le istanze della sostenibilità non possono allontanare dalla esigenza della crescita economica, esigenza ineludibile e che presenta ragioni etiche altrettanto evidenti. Aver indebitato le generazioni future per sostenere l’onda d’urto della pandemia si rivelerà una scelta appropriata – e non solo inevitabile – a condizione che l’entità davvero inusitata della spesa pubblica in deficit non sostenga solo, ciclicamente, la domanda aggregata ma scuota anche il prodotto potenziale dal suo pluridecennale torpore, agendo sul lato dell’offerta con investimenti – in tecnologie, organizzazione e conoscenza - in grado di rimettere in cammino una apprezzabile crescita della produttività, smentendo, si spera, il paradosso di Solow: You can see the computer age everywhere but not in the productivity statistics.

Anche l’investimento per le fondamentali infrastrutture sociali può avere un potente impatto sulla produttività. Quello nelle infrastrutture per la salute e per la formazione in primo luogo. Diventando esso stesso manovra di politica industriale, capace di sostenere lo sviluppo di quella economia della vita che, nelle sue componenti di beni e servizi, dovrebbe presto rappresentare la componente maggioritaria del Prodotto delle economie più evolute.

La mia convinzione è che, alla economia della vita, anche nelle proiezioni più sofisticate della ricerca e delle bioscienze, le green community delle montagne alpine, appenniniche e isolane saranno in grado di portare contributi superiori alle attese.


Giampiero Lupatelli

Economista, vicepresidente di CAIRE Consorzio e Presidente di Atlante srl. Socio fondatore dell'Archivio Osvaldo Piacentini.
Dal 1977 ha collaborato con Osvaldo Piacentini e Ugo Baldini alla Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia.

Esperto di Pianificazione territoriale e pianificazione strategica ha partecipato alla direzione di importanti progetti di pianificazione strategica e territoriale a scala regionale. Ha curato processi di analisi e valutazione economica a supporto di politiche di riqualificazione urbana, di mobilità sostenibile, di valorizzazione patrimoniale e di riqualificazione energetica.

È membro del Comitato di Sorveglianza di Rete Rurale Nazionale e del Comitato Scientifico della Fondazione Montagne Italia.

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