04 giugno 2020

L’intollerabile morale della fame felice

  • Di Ginevra Leganza

L’Italia profonda è sempre più vecchia. Il fuoco della gioventù si spegne e resta appena spazio per la tenerezza.

Il tacco d’Italia, visto dall’alto, ha forma di pera rovesciata: i paesini del capo di Leuca si riversano nell’Atene delle Puglie e nella cinta di comuni limitrofi. La Sardegna, spalmata sulla costa, è un’oblunga ciambella. Ci pensano i borghi dell’Appennino a prestare i loro scheletri per un’aggiornata Spoon River. Invero, è un fenomeno che tocca l’intera penisola.

I saggi veraci, campagnoli e montanari, sono sempre meno. I loro figli partono alla volta delle città e non tornano più. I metropolitani si moltiplicano, belli azzimati scendono agli inferi del sottosuolo per prendere il treno, cambiare linea e poi tornare – tra i grattacieli – alle moine del sole. Sono figli di un paese profondo, quelli che scappano dai borghi per riempire lo stomaco. In questo diuturno seminario di frastuono, imparano a fuggire con grazia.

Qualcosa è cambiato, forse per sempre. Una mutazione antropologica, finanche ontologica. Ma la retorica è un aspro veleno. Su Youtube si trovano i sermoni di Franco Arminio, insigne paesologo, impegnato a spiegare come la vita nei paesi della Valle del Sele possa essere autentica ancorché frugale.

Una vita fatta di compiante amiche vacche e di vecchi in panchina, cui la modernità scippa l’aria e l’essenza dei luoghi. Essere il principe di un genere poetico è cosa grande, ma all’omelia pauperista si rinuncia di buon grado. Piuttosto che stiparsi nell’anonimato di un grattacielo milanese, meglio un bel trullo a Martina Franca. E però il moralismo di chi predica il verbo dell’appagamento mediocre è sfiancante: sta’ dove sei sempre stato – isolato – vivi con poco, vivi con niente, e il tuo fallimento donalo ai canti.

Franco Arminio

Franco Arminio

Sono discorsi buoni per i lirici, appunto, per chi abilmente ribalta tutto il vuoto in un verso. Non si può tollerare la morale della fame felice. L’uomo è ciò che mangia, e se non mangia niente non è niente. Diverrà inappetente perché ci si abitua a tutto, anche ai digiuni. Quando non si ha brama di nulla, ci si confonde col nulla, in un penoso nirvana al ribasso. Un posto che non abbia fame di esistere è condannato all’oblio.

Ogni luogo ha le sue ragioni in base ai percorsi di scambi quotidiani: lo spazio è in forza di una “visione ambientale preveggente”, dice Martin Heidegger. I luoghi non sono astratta misurazione, o meglio: non lo sono in rapporto all’uomo che – gettato nel mondo – se ne prende cura. Accantonato lo spazio scialbo della pura geometria, c’è la visione che si occupa di accorciare le distanze. È questo tipo di visione che decide cosa è lontano e cosa è vicino, e non in base alla misurazione dei chilometri, ma tenendo conto della “visione ambientale preveggente” quando ciò che è utile non risponde all’efficienza: se per raggiungere il posto di lavoro si affrontano viaggi su treni catorci, se il collegamento skype è boicottato da reti flemmatiche, se la scuola elementare (unica vera scuola di scrittura) chiude o accorpa più classi di anni differenti, se l’ospedale è un miraggio.

L’uomo e il mondo si appartengono: non si può pensare il mondo, nemmeno nella declinazione del paese, prescindendo dall’efficienza delle cose che lo compongono. Altrimenti la valle negletta resterà una valle di lacrime, e il suo pianto sarà più fatale di qualsiasi dissesto idrogeologico. La fuga dal borgo natìo è ineluttabile quando è ridotto a feticcio lirico. L’alternativa urbana, poi, promette male: il topino campagnolo va in città, ma in questa favola non torna.

Per contenere lo spopolamento, restare non basta, come suggeriva Chesterton a un ipotetico abitante del quartiere londinese di Pimlico, all’epoca in forte declino. Bisogna restare, sì, ma anche bruciare di amore incosciente: “Se gli uomini amassero Pimlico come le madri amano i loro figli, arbitrariamente, perché sono i loro figli, Pimlico, in un anno o due, diventerebbe più bella di Firenze”.

La storia, che pure non insegna niente, ha dato ragione a Chesterton. Si salva solo chi ci crede.

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