24 aprile 2020

L’isolamento dell’uomo, oggi è la cifra della crisi pandemica

  • Di Alejandro Cifuentes

Recensione del saggio di Sebastiano Maffettone – Etica pubblica nell’età della pandemia

L’uomo è un essere sociale e razionale e il suo isolamento, oggi, è la cifra della crisi pandemica.

Il virus passa di mano in mano e per assassinare quel che ci uccide, allora, dobbiamo separarci dalla comunità, dallo scambio umano che è l’umano: l’umanità in cammino verso il suo compimento sociale e razionale.

Etica pubblica nell’età della pandemia, il nuovo saggio di Sebastiano Maffettone – professore di Filosofia Politica presso l’Università LUISS di Roma dove dirige il Center for Ethics and Global Politics – capovolge la drammatica crisi che stiamo attraversando in un’audace rivoluzione umana. “Un’utopia realistica” volta ad affrontare la sfida dell’attualità con un’infusione di ottimismo. È quella spinta di fiducia che in Maffettone, forte di ben quarant’anni di lavoro con i suoi studenti, deriva – prima di ogni cosa – dal dialogo intergenerazionale.

Sebastiano Maffettone

Sebastiano Maffettone

Il dramma, tutto di separazioni, è svelato nel paradosso: l’isolamento, infatti, isola il contagio. Nella separazione dalla comunità ciascuno esperisce se stesso come separato, il colloquio si ripiega vertiginosamente in sé e l’isolamento genera responsabilità, quella di un’autolimitazione che non (solo) salva noi stessi ma soccorre l’intera nostra comunità.

L’isolamento che ci divide e ci unisce allo stesso tempo, ci separa come singoli ma ci unisce come comunità. Il bene dell’individuo è poca cosa in confronto al danno che possa arrecarsi alla comunità; il bene del singolo si sostituisce con il bene degli altri ma, ancor di più, con un bene che è superiore alla semplice somma del mio e dell’altrui bene.

Questo prezioso bene, infatti, non è posto da una convenzione tra interessi, ma è il bene dell’umanità qui intesa come vita associata e – perché no? – come amore.

Il paradosso tragico sta nel volersi tendere la mano e dovervi rinunciare. Tra le pieghe di quest’afflato potrebbe nascondersi il più violento dei baratri: l’aporia che dietro l’amore si nasconda la morte. Per amore ci si allontana dall’amato, nel gesto volontario della separazione che è sì amore ma, anche, è amore negato.

La crisi, separandoci, ci consegna però l’opportunità di una conversio, un ripiegamento su noi stessi che può portare in serbo una luce nuova, può generare una riscrittura delle nostre priorità e dei nostri valori.

Maffettone in questo saggio descrive la ricucitura degli strappi; pacifica, infatti, le frizioni se non le fratture che si sono create tra uomo e natura, tra uomo e uomo, ma anche tra l’uomo e il proprio sé. L’etica pubblica, dove teoria e prassi coincidono, è il filo che ammaglia e ripara i tessuti sfilacciati della nostra società – dall’economia alla scienza passando per la politica – e ne fa un tutto organico.

La pandemia ci mostra due lati della tecnica: da una parte – nell’esercizio, nel suo dispiegarsi – c’è un abuso. Ciò è da intendere come espansione senza freni. Dall’altra, nel sapere – nel sapersi di ogni tecnicismo – svela la sua stessa impotenza: quantomeno nel breve termine non riusciamo, appunto, a dominare il virus.

L’evoluzione umana necessita di tempi lunghissimi per adattarsi ai mutamenti. Come nella natura e nel cambiamento che impone, così nello strapotere della tecnica e del capitalismo imperniato sulla crescita. Si genera uno "sfasamento temporale” che può portare danni enormi non solo alla terra ma anche all’uomo che la abita. La nostra mente e la natura ci mostrano il limite da imporre alla tecnica. Il riscontro di questo doppio limite, dove la natura può fungere da specchio, è la dimostrazione oggettiva dell’esistenza del limite stesso.

Al posto del dogma della crescita illimitata dobbiamo porci come obiettivo la qualità della vita, attraverso il ridimensionamento dei consumi per tutelare l’ambiente e non esaurire le risorse in vista della sostenibilità del sistema nel suo complesso.

John Rawls

John Rawls

L’etica pubblica non ha bisogno di trovare il proprio fondamento in Dio, ma deve essere il frutto maturo di un distacco stoico nei confronti dell’edonismo capitalista e dell’utilitarismo dell’homo oeconomicus. L’atarassia è necessaria per attribuire il giusto valore alle cose. Qui l’autore, che tra le altre cose ha il merito di aver tradotto e fatto conoscere nel nostro Paese l’opera di John Rawls, esce dai ranghi dell’ortodossia del pensiero occidentale per guardare a Oriente.

L’ascetismo, la separazione quindi, apre la strada della verità e non soltanto per raggiungere la consapevolezza e la trasformazione del sé – Maffettone tiene sempre vivo il dialogo tra la “cure de soi” di Michel Foucault e l’insegnamento buddista – ma anche per accettare che la realtà non si dà integralmente alla ragione. Anche l’intelletto ha i suoi limiti e così la parola.

Grazie a questo distacco consapevole non saranno le singole parti ma il loro insieme ad avere valore, come “unità organica”. Da questa recuperata e condivisa “trascendenza” possiamo finalmente svincolarci dalla tirannia che attanaglia il nostro tempo: la miopia di guardare ai benefici immediati sacrificando quelli futuri.

La rivoluzione giuridica ed economica che s’innesca con l’etica pubblica deve partire dalle coscienze, dai singoli che, allargando il proprio sguardo all’altro, comprendono i propri obblighi morali: “Gli altri, quanto me, possono subire danni sulla mia stessa terra”.

Posti i limiti abbiamo la base teorica, quindi anche pratica, di un’etica pubblica universale che si estenda, illimitata, a tutta l’umanità. Sociale e razionale nel suo compiersi

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