11 gennaio 2021

Lo spazio cibernetico: zona franca per il cyberstalker

  • Di Serena Ricci

Il reato di atti persecutori (stalking), è stato introdotto dal Decreto Legge n. 11 del febbraio 2009, convertito nella Legge n.38/2009, inserendo nel codice penale il nuovo articolo 612 bis. Successivamente il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito nella Legge n. 119/2013, ha modificato il secondo comma del suddetto articolo prevedendo che la condotta persecutoria possa essere commessa anche “attraverso strumenti informatici o telematici”. Infine la legge 19 luglio 2019, n. 69 (cd. Codice rosso), oltre ad introdurre quattro nuove tipologie di reato, tra cui la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (cd. revenge porn), ha inasprito la pena per il reato di stalking da un minimo di sei mesi e un massimo di cinque anni a un minimo di un anno e un massimo di sei anni e sei mesi. Destano sempre maggiore allarme il numero delle vittime dello stalking digitale nel quale rientrano i fenomeni definiti come TFA (Technology-Facilitated Abuse – abusi facilitati dalla tecnologia). Tali abusi sono perpetrati attraverso i social media, i siti di condivisione di immagini e video e le app di messaggistica istantanea. La fascia più colpita è quella fino ai 18 anni, ma il 45% delle vittime si registra anche nella fascia 18-29 anni. Il cyberstalking viene inteso quale stalking (ovvero una condotta molesta, reiterata e persecutoria) posto in essere attraverso la rete o gli strumenti digitali. La National Conference of State Legislature americana (NCSL), nel classificare i comportamenti persecutori on line (cyberstalking, cyberharassment e cyberbullying), reputa il primo come il più grave e pericoloso. Secondo l’Office on Drugs and Crime delle Nazioni Unite (UNODC), il cyberstalking consiste nell’uso di “information and communications technology (ICT) to perpetrate more than one incident intended to repeatedly harass, annoy, attack, threaten, frighten, and/or verbally abuse individuals”.Non si tratta esclusivamente di IPV (Intimate Partner Violence) dal momento che il cyberstalking prescinde dalla sussistenza di un rapporto di conoscenza o di un legame tra l’autore e la vittima. Lo stalker utilizza la rete ed i suoi strumenti per molestare la vittima violandone la “vita digitale” e provocando, nei confronti del destinatario della persecuzione, conseguenze fisiche, psicologiche e socio-comportamentali, infondendogli una paura dell’altro e dell’ignoto del tutto incontrollabile, un senso intenso di intrusione e violazione della sfera privata senza avere via di scampo, determinando importanti effetti quali depressione, ansia, senso di impotenza e abbandono ed ipervigilanza. Non vi sono norme sul piano internazionale o sovranazionale che puniscano tali condotte.

In Italia il “Codice rosso”, approvato definitivamente dal Senato con 197 voti a favore, 47 astensioni e nessun voto contrario, persegue tre obiettivi: prevenzione dei reati, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli, andando a rafforzare le tutele processuali delle vittime di reati violenti, con particolare riferimento ai reati di violenza domestica e di genere. Tuttavia non è prevista una specifica tutela contro gli atti persecutori posti in essere per via telematica.Indicativa, sul punto, appare una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione relativa alla pubblicazione di numerosi post offensivi e denigratori sulla pagina pubblica di un noto social network: “la pubblicazione di post meramente canzonatori ed irridenti su una pagina Facebook (…) non integra la condotta degli atti persecutori di cui all’articolo 612 bis c.p., mancando il requisito della invasività inevitabile connessa all’invio di messaggi “privati” (mediante SMS, Whatsapp, e telefonate), e, se rientra nei limiti della legittima libertà di manifestazione del pensiero e del diritto di critica, è legittima” (Cass. Sez. V Pen., 3.12.2020 n. 34512.37). La pubblicazione “visibile a tutti gli utenti del social network” non è da ritenersi indirizzata “direttamente” alle vittime, essendone la lettura “rimessa alla scelta individuale”. Le istituzioni dell’Unione Europea hanno affrontato la problematica nello specifico evidenziando come la violenza virtuale sia da considerarsi una vera e propria forma di violenza di genere: l’accesso ad internet è considerato un diritto umano, ma è fondamentale garantire una “navigazione protetta” in questo spazio che non preveda come soluzione contro il cyberstalking la disconnessione che comporterebbe una limitazione della propria libertà. Appare evidente e certo che il cyberstalking può essere un’esperienza spaventosa, un’arma aggiuntiva nell’artiglieria dello stalker,che deve sia incentivare l’istituzione di associazioni e siti internet ( come CyberAngels),anche internazionali, contenenti informazioni per la sicurezza della rete o per la tutela degli utenti, sia rafforzare le sezioni all’interno delle Forze di Polizia con specifiche competenze in materia di gestione della criminalità informatica (es. Polizia postale e delle Comunicazioni), garantendo un controllo sempre più efficiente di un fenomeno che tuttavia, per la sua pericolosità, non può essere lasciato ad un’interpretazione giurisprudenziale, ma necessita di una disciplina più specifica. La norma di cui all’art. 612 bis del nostro codice penale non disciplina espressamente il reato di cyberstalking, limitandosi, al comma 2, a prevedere un aumento di pena, in via generale, se il fatto è commesso attraverso l’uso di strumenti informatici o telematici. Urge un intervento del nostro legislatore che introduca una norma ad hoc per disciplinare il reato di cyberstalking.

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