18 gennaio 2021

Luciano Violante: "Twitter e Facebook Vs Trump. Scriviamo le regole del gioco con le 'compagnie del digitale'"

Il Presidente di Fondazione Leonardo: "Ha ragione Floridi le multinazionali del tech non sono né pubbliche né private, sono nell’infosfera"

La decisione di Mark Zuckerberg e Jack Dorsey di bloccare gli account Facebook e Twitter di Donald Trump ha suscitato allarme in tutto il mondo. Proprio mentre tutti eravamo costretti da una pandemia mondiale a studiare, lavorare, socializzare, trascorrere la nostra vita online, due multinazionali della tecnologia hanno di fatto silenziato il Presidente uscente degli Stati Uniti, rendendo così evidente agli occhi dell’opinione pubblica quanto siano necessarie delle regole che non lascino decisioni così fondamentali nelle loro mani. Luciano Floridi, una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea, in un’intervista ad HuffPost ha spiegato come i social network siano “in uno spazio né pubblico né privato: l’infosfera. Un luogo nuovo che si basa sulla circolazione delle informazioni, dove chi controlla le informazioni ha le chiavi di tutto”. E che per questo sono necessarie “nuove regole”.

Per andare avanti in questa riflessione sul digitale, abbiamo chiesto a Luciano Violante, presidente emerito della Camera e Presidente Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine, di definire il loro potere e di spiegarci quale sia secondo lui la strada da seguire per chiedere a Facebook, Twitter, Microsoft, Google, Apple, Amazon, di fare un lavoro migliore.

“Queste aziende hanno la sovranità digitale in uno spazio nuovo colonizzato solo da loro, quello che Luciano Floridi chiama Infosfera. Lo spazio digitale églobale, non é né pubblico né privato, copre tutti gli Stati del mondo ma sfugge a ciascuno di loro. Le “compagnie del digitale”, potremmo definirle così, hanno un potere politico di fatto che nessuno ha mai avuto: hanno una funzione regolatrice della vita dei privati e degli Stati, rendono servizi indispensabili e per questo condizionano la qualità dell’attività privata e pubblica. Se decidessero di staccare la spina tutte insieme il mondo smetterebbe di funzionare”.

Presidente Violante, perché definisce le grandi multinazionali della tecnologia come “compagnie del digitale”?

“Storicamente abbiamo avuto dei grandi privati che hanno esercitato funzioni come se fossero Stato. Tra il Seicento e l’Ottocento ci fu la Compagnia Inglese delle Indie Orientali. Era un grande soggetto privato che aveva un suo esercito, una sua giustizia, esigeva le imposte e occupava un grande territorio dove esercitava poteri sovrani. Altro esempio di soggetto privato con funzioni simili a quelle di uno Stato fu la Compagnia inglese della Baia di Hudson, costituita alla fine del ’600 da Carlo II d’Inghilterra per il commercio delle pellicce: aveva un esercito e un sistema di amministrazione della giustizia, governava un territorio immenso. Erano soggetti né pubblici né privati. Colonizzavano nuovi mondi e ne dettavano le regole. Esattamente come le “compagnie del digitale””. Mi faccia fare una previsione. Nell’arco di venti anni vedremo nascere grandi compagnie con lo scopo di governare lo spazio”.

Quindi le “compagnie del digitale” agiscono in spazi che non sono di nessuno?

“Dobbiamo porci la domanda “Di chi è quel territorio”? Dopo la scoperta dell’America, ci si chiese: “Di chi è il mare?”. L’Oceano poteva essere percorso e per questo diventava una zona economicamente appetibile: si potevano trasportare merci e persone. Ed era il mare che portava in terre dove c’erano grandi ricchezze. Oggi le scoperte ci stanno ponendo davanti a problemi enormi, come a quello del dominio del mondo del digitale o dello spazio”.

Ci spieghi meglio.

“Nella stratosfera il coefficiente di attrito è molto più basso che nell’atmosfera. Chi riuscirà a mettere un veicolo nella stratosfera potrà connettere Stati Uniti e Australia nell’arco di massimo due ore. Chi è il padrone di questo spazio? Tra pochi anni cominceremo ad avere installazioni sulla luna. Di chi è quel territorio? Come Fondazione Leonardo stiamo lavorando alla Space Economy, e per questo ci stiamo chiediamo come si regola il governo dello spazio?”.

Che ne pensa del Digital Service Act. Sono regole sufficienti a disciplinare le “compagnie del digitale”?

“Con il Digital Service Act la Commissione di Ursula von der Leyen sta trattando il problema sotto il profilo della democrazia, dei diritti e delle libertà. Si va verso una riconversione totale dello spazio digitale ponendoci un problema di democrazia. La direzione è quella giusta perché bisogna disciplinare questi soggetti senza impedirgli di fare il proprio lavoro, perché ci serve. Per questo penso che serva un Authority a livello europeo che stabilisca delle linee guida leggere, costruite e discusse costantemente con le “compagnie del digitale”. Decidiamo insieme a Facebook, Twitter, Google, Apple, Amazon, quali sono i sei, sette punti che segnano un buon digitale. Farlo contro di loro non avrebbe senso perché quello del buon digitale è un mercato in crescita al quale siamo interessati noi cittadini, gli Stati e i grandi player. Queste regole ci consentiranno di muoverci meglio all’interno “dell’infosfera” e di garantire democrazia e diritti. Aggiungo che tre giorni fa il Bundestag ha approvato una legge per porre limite ai monopoli digitali con possibilità di ricorrere contri le prescrizioni del loro antitrust solo al Bundesgerichtshof, la loro Cassazione. In Europa sono arrivati a porre regole prima di chiunque altro””.

Il professor Luciano Floridi parla di quattro leve grazie alle quali è possibile migliorare il lavoro della aziende Big Tech: opinione pubblica, concorrenza, codice di autoregolamentazione e legislazione.

“Aggiungerei la leva della reputazione. È importante sapere che chi si avvale di Amazon per esempio ha determinate garanzie che non danno altri player. Inoltre parlerei di “Guardia di frontiera”. Non serve tanto controllare ciò che accade all’interno del territorio ma bisogna stare sul confine, la guardia di confine deve intervenire quando si sta sconfinando. Infine è necessario affiancare alle regole formali una pedagogia del digitale: il cittadino deve essere in grado di usare nel miglior modo possibile il digitale e di conoscere i rischi che corre. Basti pensare alla questione della privacy, della circolazione delle fotografie. Sul digitale tutto è pubblico, non c’è nulla di segreto. Mi stupisce spesso, durante le lezioni che tengo nelle scuole, che i ragazzi siano in prevalenza inconsapevoli. Credo che bisogna affiancare alle leggi sul digitale, la pedagogia del digitale”.

In altre parole lei dice: c’è un nuovo spazio, l’Infosfera, dobbiamo anche essere anche educati a viverci. Prendiamo la patente e poi guidiamo.

“Quando entri in una terra sconosciuta devi sapere dove metti i piedi. Dobbiamo imparare a muoverci nello spazio digitale. Dobbiamo essere attrezzati a una civiltà digitale, quella di una società che avendo fatto il passaggio da analogico a digitale si impegna a sostenerne i valori. E tra questi c’è l’uso consapevole del mezzo. Ci sono leggi che stabiliscono che si guida a destra, ma poi per guidare a destra non bastano le leggi. Dobbiamo dare alle persone gli strumenti per agire all’interno di questo spazio. Più che vietare dobbiamo insegnare. Si pensi allo Spid, per esempio. Insegnare ad usarlo agli anziani come lo stiamo facendo nei piccoli centri con i Carabinieri è fondamentale, altrimenti restano fuori dalla società. Sono convinto che nella vita serva più la persuasione della coercizione”.

Articolo pubblicato su huffingtonpost.it il 17 gennaio 2021

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