16 marzo 2020

L’Untore assente

  • Di Marco Casu

Rileggendo La Peste di Camus

Unzione, che strana parola: è una condensa d’opposti: veicolo di malattia, ma anche segno d’elezione, strumento di salvezza. Il greco Christós traduce l’ebraico Mašīaḥ: Gesù, morto appeso al legno come un ladro e un maledetto, è in realtà il benedetto per eccellenza, il Cristo, il Messia, l’unto di Dio, come i re e i sacerdoti dell’Antico Testamento, e come gli eroi della Grecia, espressione divina dell’umano. Di certo, in questi giorni di reclusione forzata e letture ritrovate domina piuttosto l’altro significato dell’unzione, quello moderno ed eternato da Manzoni, quello dell’untore pestifero, che cosparge le porte e i cancelli d’unguento malefico, peraltro sotto compenso e per volontà d’un ricco demonio. Ed è una costante di ogni epidemia: la lacerazione del tessuto sociale, la follia fratricida e la ricerca del capro espiatorio, di una colpa, di una causa divina, di una causa qualsiasi, possono oltrepassare in barbarie il malanno. Ma brutali sono anche le accortezze. Proprio Milano si era in parte salvata dalla peste del 1348 murando vivi i primi contagiati (quando ancora non si parlava di contagio) e serrando la città. Così si salvò anche Clemente VI ad Avignone, in isolamento. Il suo medico personale e Luchino Visconti, Signore di Milano, avevano avuto la stessa intuizione, prima ancora della certezza, prima del microscopio elettronico: evitare, vietare il contatto.

Jean-Marc Barr e William Hurt in una scena del film "La Peste" (1992) tratto dall'omonimo libro di Albert Camus

Jean-Marc Barr e William Hurt in una scena del film "La Peste" (1992) tratto dall'omonimo libro di Albert Camus

Ma ora è scienza, e protocollo: individuare il paziente zero, tracciarne gli spostamenti, chiudere Wuhan, Hubei, e poi chiudere il Nord, e poi tutta l’Italia, fino in fondo alla resa dei conti, la dichiarata pandemia. Una pandemia non si può contenere e c’è un’unico cordone sanitario che lega il mondo intero, un equatore che abbraccia ogni distanza. Tutto il mondo è un paese, stretto nello stesso lutto. Che ne è ora dell’untore? Le identificazioni possibili – l’ebreo, il cinese, il lombardo – saltano del tutto. Chi è l’untore in una pan-demia? Tutti, ognuno, pan. Un unico demos privo di etnie, una fratellanza priva di untori.

Albert Camus, scrittore

Albert Camus, scrittore

Come in Camus: “Non c’erano più destini individuali, ma una storia comune costituita dalla peste e sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell’esilio, con tutto ciò che comportava in termini di paura e rivolta”. La sua cronaca è anche la nostra: sulle prime sopraggiungono il fastidio e l’irritazione (“e non son questi sentimenti che si possono opporre alla peste”), e poi ci si rivolge all’inadeguatezza dell’amministrazione (“non si potrebbe prospettare un’attenuazione delle misure escogitate?”). Ma in breve tempo la situazione si fa chiara: se l’esercito regolare capitola – è la lezione di Albert Camus – occorre la Resistenza. Chi è il salvatore in una pandemia? Tutti, ognuno, pan. Nessun sistema sanitario nazionale, da solo, può sfidare la curva che guardiamo ogni giorno. L’unica via è la responsabilità diffusa. Quella di chi assiste i malati, ma anche quella dei positivi, degli asintomatici, di tutti i potenziali untori, e cioè di tutto il demos. Chi è l’untore? Chi è il salvatore?

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