11 maggio 2020

Musei, Evelina Christillin: per ripartire servono ricerca, digitalizzazione e comunicazione

  • Di Amelia Cartia

La presidente del Museo Egizio di Torino un piano per la ripresa l’ha studiato. E più che di fiducia, s’è armata di coraggio.

“Il Museo Egizio - racconta Evelina Christillin - è un modello virtuoso, a metà tra pubblico e privato. Dal 2015 si è sempre autofinanziato tra il 106 e il 102%, senza contributi. Siamo stati in grado di reinvestire in quattro fondi obbligati, tra cui uno di comunicazione: negli ultimi anni avevamo dunque digitalizzato tutta la collezione, e perciò abbiamo potuto proporre da subito una comunicazione online. Normalmente abbiamo 9 milioni di spese e 12 di ricavi: ora usiamo i risparmi come fieno in cascina per andare avanti, ma le spese corrono. Però, possiamo anticipare ai dipendenti la cassa integrazione in deroga”.

Il settore culturale è stato il primo a chiudere. Gli operatori hanno fiducia in un aiuto dallo Stato?

I musei, pubblici e privati, custodiscono il patrimonio di tutti. La nostra collezione, che è la seconda al mondo per numero di reperti, è dello Stato, un patrimonio che appartiene ai cittadini. Qui c’è già il primo nodo di fiducia reciproca tra Stato ed ente culturale - sia esso statale o in convenzione - tra chi custodisce il patrimonio e chi lo affida: questa responsabilità non può essere lasciata al caso. Quando il gestore è senza risorse, l’intervento è necessario. Abbiamo firmato appelli, e anch’io come il presidente Violante ho scritto un articolo sul Corriere della Sera sul rapporto tra pubblico e privato. Credo che il compito dello Stato sia un intervento straordinario. Occorre un fondo importante, più ancora di quello previsto nel Decreto Cura Italia per gli spettacoli. Per noi musei deve essere posto in essere un progetto da definire su tre matrici fondamentali: ricerca, digitalizzazione e comunicazione, e conservazione delle collezioni. Servono progetti forti che siano a cura di un intervento statale robusto, che riguardi i più di 4000 musei italiani, di cui statali sono circa 500. Il nostro museo ha un impatto di 187 milioni, come indotto. Parlare di attività produttive a proposito di attività culturali, dunque, non è un’aberrazione linguistica. Senza pensare all’indotto turistico: a Venezia il 97% del pubblico museale è straniero, e anche al Museo Egizio entra solo un 4% di torinesi. La pandemia non ha prodotto un annus horribilis, ma qualcosa di ben al di là, un eventus horribilis.

I contributi bastano o serve altro?

Serve ricerca, cura delle collezioni e digitalizzazione. I contributi a pioggia possono tamponare l’emergenza, ma occorre programmare. Ogni ente deve dimostrare quali sono le sue potenzialità di rilancio. Con tutte le cautele, noi abbiamo studiato i protocolli per il rientro in sede di parte dei dipendenti entro il 18 maggio; e speriamo di poter riaprire il Museo il 2 giugno. In periodi come questo avevamo 7/8000 persone al giorno e una scolaresca ogni 7 minuti. Ora - solo biglietteria online - riusciremo a far entrare 288 persone a ogni turno. Il breakeven per non perdere sarà 1500 persone al giorno, e sappiamo che all’inizio non le avremo. La parte digitale dovrà avere uno sviluppo enorme: la strada è segnata. Stiamo costruendo una mostra virtuale che non potrebbe essere organizzata in situ, e la esporteremo. E avevamo pronto per settembre un progetto per l’apertura, in una parte del museo non ancora usata, di sei sale nuove. Sono disposta a scommetterci, perché chi tornerà al museo avrà anche l’incentivo di vedere qualcosa di nuovo. Io ci voglio credere.

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