30 aprile 2021

Musei per il futuro / Intervista ad Antonio Calabrò

  • Di Claudia Fiasca

Un’idea di Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine in occasione della Giornata Internazionale dei Musei promossa da ICOM, il 18 maggio prossimo, dal tema: “Il futuro dei Musei: rigenerarsi e reinventarsi”.

Un dialogo tra esperti dei musei e delle realtà culturali d’impresa per immaginare il domani: quali scenari ci attendono nel settore museale?

Riflessioni e spunti alla luce della trasformazione digitale in corso e sugli effetti che impattano il modo di fruire la cultura.

Non resta dunque che chiedere ai musei – d’arte e d’impresa includendo le realtà archivistiche - che cosa prevedono per il nostro domani e per le generazioni che verranno, convinti che la cultura e la formazione sono il motore dell’economia.


Sono l’avvenire della memoria”, così Antonio Calabrò definisce i musei e gli archivi d’impresa. Con lui, abbiamo parlato di ripresa culturale, dei nuovi pubblici ritrovati durante la pandemia, d’innovazione, dell’impresa, di sostenibilità, della digital economy, di STEM e delle giovani generazioni - con particolare riferimento alle ragazze e alle donne - che si avvicinano al mondo del lavoro.

2001-2021: Museimpresa, quel “luogo che usa gli strumenti della storia per ragionare sul futuro, perché l’impresa è luogo di memoria e trasformazione, così come la cultura” è giunta al suo ventennale. Vorrei parlare con lei del futuro dei musei d’impresa, quali sfide ci aspettano in uno scenario di ripresa culturale, economica e sociale?

I musei e gli archivi d’impresa sono funzioni aziendali, strumenti che permettono all’azienda di rafforzare il suo rapporto con gli stakeholder interni ed esterni; sono la testimonianza della memoria di strutture in continuo cambiamento, che seguono l’evoluzione dei mercati, dei costumi, dei consumi, degli equilibri geopolitici e delle necessità economiche di un Paese. Perché raccontare delle macchine che usavamo, dei mezzi con cui comunicavamo, di che tipo di ricerche conducevamo, come trasformavamo processi di produzione e prodotti, se non per mostrare quella caratteristica fondamentale dell’impresa: fare innovazione? I nostri musei e gli archivi sono portatori di una memoria che è testimonianza e stimolo alla trasformazione. La loro è una funzione evolutiva e competitiva, un deposito di esperienze che produce futuro e favorisce competitività sul mercato. Se pensiamo alla tradizione dell’impresa italiana, alla qualità, all’alta manifattura, all’adattabilità alle esigenze del mercato, notiamo come la memoria delle nostre imprese è un risultato di questa capacità di adattamento. Mi viene sempre in mente una definizione di Carlo M. Cipolla, uno dei più grandi storici dell’economia del Novecento: “Gli italiani abituati fin dal Medioevo a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”. Pensiamo a quei campanili radicati in territori dove sorgono conoscenze scientifiche, tecnologiche, produttive, qualità, estetica legata alla funzionalità. C’è una continua vocazione da parte dell’industria italiana, fin dal secondo dopoguerra (con l’industria del bianco, la Vespa), a stare sui mercati internazionali. Oggi, invece, siamo sulla frontiera della robotica, dell’intelligenza artificiale, della componentistica meccanica, dentro le dimensioni più sofisticate dei mercati.

Il “new normal”, come lei stesso ha definito il momento storico che stiamo affrontando, comporterà sicuramente nuovi modelli di partecipazione e fruizione culturale. Alla luce di quanto vissuto, credo sia possibile – e auspicabile – che anche il sistema culturale rafforzi la sua valenza a livello territoriale e locale. Da quali fattori, secondo lei, è possibile ripartire per alimentare la stretta relazione tra museo, impresa e comunità?

Durante il lockdown i musei aziendali hanno seguito quello che facevano le imprese: parlare con mondi distanti usando nuovi linguaggi, tour virtuali e mostre digitali. Siamo rimasti “aperti” grazie al digitale, si sono scoperti nuovi pubblici a cui rivolgersi. Ora è dunque fondamentale salvaguardare e alimentare quella capacità di costruire racconti con un altro linguaggio, sperimentando nuovi approcci. Faccio l’esempio di Fondazione Pirelli che aveva avviato i tour digitali già prima della pandemia per rispondere all’esigenza di comunicare con suoi interlocutori in Cina, in Turchia, negli Stati Uniti e in Germania. In fondo, a cosa servono le crisi se non ad agevolare il cambiamento? Winston Churchill diceva: “Mai sprecare una crisi”. Con questo spirito ci siamo avvicinati a un pubblico che prima di allora non ci conosceva, scuole comprese.

Sulla base dell’accelerazione digitale che ha interessato nell’ultimo periodo anche i musei e le realtà culturali, come crede che saranno declinati in futuro i rapporti tra memoria storica aziendale e tecnologia?

Partendo dall’assunto che fare impresa è “fare cultura”, oggi la sfida in corso è: come usiamo l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e i big data? Come tenere assieme digital economy e tradizione? Questo è un tema su cui le imprese e le annesse realtà culturali stanno ragionando. Le une per comporre ricerca, scienza, trasferimento tecnologico, adattamento, riproduzione ai prodotti e ai mercati; le altre per migliorare la fruibilità del loro patrimonio. Mi viene in mente una straordinaria riflessione di Adriano Olivetti: “è l’uomo fatto per la fabbrica o la fabbrica fatta per l’uomo?”. Questo dilemma lo possiamo traslare oggi all’uso delle attuali tecnologie digitali visto che siamo dentro una condizione di passaggio in cui le nostre economie fanno i conti con la doppia dimensione della sostenibilità, ambientale e sociale. Sappiamo infatti che c’è un’ampia letteratura economica che insiste sul “bisogno di salvare il capitalismo dai capitalismi”, di salvare la dimensione alta dei valori del mercato, dall’ossessione del valore economico di breve periodo, dalla capacità della finanza d’assalto, l’Enciclica di Papa Francesco, ne è un esempio. Sappiamo che dal mondo delle imprese vengono stimoli verso l’economia civile e l’economia circolare. Cito una testimonianza per tutte: la scelta di Lerry Fink, Presidente e cofondatore di BlackRock, il più grande fondo di investimenti del mondo, di investire unicamente in iniziative sostenibili. La sfida di oggi c’era anche “ieri” e ciò è evidente dai documenti custoditi nei nostri musei e archivi in cui è percepibile, fin da allora, il rapporto che le imprese avevano con i territori, la loro sensibilità verso l’ambiente, i sistemi di welfare nella tutela dell’identità delle persone. Sono tutti fattori che rientrano nella definizione di “sostenibilità”, aspetti che allora erano considerati innovativi e oggi sono uno stimolo verso traguardi futuri.

Antonio Calabrò, Presidente di Museimpresa, Direttore Fondazione Pirelli e Vicepresidente di Assolombarda

Antonio Calabrò, Presidente di Museimpresa, Direttore Fondazione Pirelli e Vicepresidente di Assolombarda

La cultura d’impresa è il cardine della conoscenza della storia economica di un Paese e, allo stesso tempo, è strettamente connessa ai valori del presente di un’azienda. Ma non solo, questa è la base imprescindibile per costruire lo scenario futuro, perché porta con sé esperienze e successi sui cui si basa anche la strategia economica aziendale. Spesso, tuttavia, nei musei d’impresa manca una visione futura che rifletta le evoluzioni aziendali del presente. Come crede sia possibile avviare questo processo di “proiezione verso il domani” che consentirebbe ai musei di essere più connessi al presente?

Ritengo che il museo sia in primis un luogo di conservazione della Storia in cui questa si racconta. Ciò può essere un passaggio interessante: come raccontiamo la Storia? Vale la pena tenere a mente la lezione di Benedetto Croce “Tutta la Storia è Storia contemporanea”. Le nuove tecnologie sono dunque fondamentali al fine di raccontare la Storia con i nuovi metodi d’indagine, permettendo di affiancare i giacimenti aziendali del passato con alcune prefigurazioni future. Credo, tuttavia, che i musei abbiano un altro compito: rendere il passato sempre leggibile e facilmente fruibile agli occhi del grande pubblico.

Tradizione non è culto delle ceneri ma è custodia del fuoco” diceva Gustav Mahler. Il nostro mestiere è la “custodia del fuoco”, appunto, la relazione costante con l’evoluzione della modernità. Così i linguaggi digitali devono costituire nuovi strumenti d’interpretazione ed esserci d’aiuto per entrare dentro i complessi storici, permettendoci di collocare l’evoluzione dei processi economici e sociali nei loro contesti effettivi. La cultura d’impresa è la cultura del racconto della trasformazione.

Riprendo una sua dichiarazione: “Senza un racconto d’impresa non ci sarebbero prospettive future”. Un concetto che rafforza il ruolo dei musei e degli archivi aziendali, in particolar modo nei confronti delle giovani generazioni. Quali strategie attuare per rendere le realtà museali e archivistiche più vicine al mondo della formazione e per far sì che diventino anche luoghi di orientamento al lavoro?

Abbiamo attraversato lunghe stagioni in cui le imprese e la figura dell’imprenditore sono state svalutate, basti pensare all’immaginario cinematografico e televisivo che li ha rappresentati spesso negativamente. Se esiste questa vulgata negativa è colpa nostra: abbiamo commesso l’errore di esserci raccontati male. Pensiamo per un attimo alle fiction prodotte per le grandi reti televisive italiane in cui sono protagonisti la Guardia Costiera, le commesse, ma c’è ben poco sul mondo della scienza, sulle imprenditrici e sugli imprenditori. Se questi ultimi compaiono in qualche telenovela, spesso rivestono ruoli discutibili. Credo che sia nostra responsabilità quella di costruire un racconto dell’impresa tout court e non soltanto dei grandi esemplari: Pirelli, Olivetti, Mattei ma anche degli uomini e delle donne di Civiltà delle Macchine, la bellezza della meccanica italiana, dell’allora Finmeccanica, interpretata da un grande poeta ingegnere come Sinisgalli. Occorre raccontare la struttura complessa, contraddittoria e ricca di ombre delle nostre imprese. Perché quando ciò avviene – e penso al recente sceneggiato televisivo su Piaggio e la Vespa – emerge quello straordinario sistema di valori e relazioni aziendali, che hanno mosso la passione di uomini e donne che li hanno condivisi. Ecco perché è fondamentale aprire le fabbriche, le banche, le società di servizi per instaurare un rapporto di confidenza con il pubblico. Ad esempio anni fa Federchimica ha avuto il coraggio esemplare di aprire i suoi stabilimenti per mostrarsi alla comunità locale, a partire dai bambini. La trasparenza è un altro straordinario valore della cultura di mercato. Da quest’iniziativa è nato poi il progetto “Fabbriche aperte”, esteso successivamente ad altre realtà che hanno persino promosso attività similari come il PMI Day di Confindustria, in cui piccole e medie imprese si confrontano con le nuove generazioni. Il messaggio che si intende - e occorre - trasmettere in queste occasioni è che fare impresa, essere nell’impresa è bello, così come lo è il lavoro trasformativo e creativo dell’imprenditore.

Le imprese sono luoghi in cui Scienza e Umanesimo si incontrano, sono parte della cultura politecnica. Vorrei dire alle ragazze, in particolar modo, di studiare per entrare a far parte dell’impresa, di diventare matematiche, ingegnere-filosofe, perché dentro le imprese c’è una straordinaria opportunità di far valere le proprie capacità e di intervenire attivamente in una realtà trasformativa. Le materie STEM sono femminili, perché serve quel pensiero complesso, quella capacità di adattamento e umanizzazione dei processi che le donne hanno più degli uomini. Questa è la scommessa della cultura d’impresa di cui musei e archivi sono protagonisti. Il mio invito non è solo quello di diventare degli imprenditori o delle imprenditrici, perché l’impresa è una comunità di persone che hanno un obiettivo comune e lo perseguono operando all’interno di un contesto talvolta conflittuale – sì – ma estremamente innovativo e creativo. Lo ribadisco: senza conflitto non ci sarebbe innovazione. Infine, vorrei ricordare che competitività e comunità hanno la stessa radice “cum”: l’andare insieme verso obiettivi comuni, e la cultura del dono, dello stare insieme. Ecco questi sono i valori che stanno dentro la cultura d’impresa.

Come saprà l’ICOM sta rivedendo la definizione di museo. Allo stesso modo, immagina o ipotizza un cambiamento d’identità che coinvolgerà anche i musei per il prossimo futuro?

Assolutamente sì e auspico che si faccia prima di altri! Il museo non è solo giacimento ma è cultura viva: rapporto con la comunità, giovani e bambini fin dalle classi elementari, scuole e docenti, le fabbriche aperte, la relazione con i territori. Più che una modifica dello status museale, immagino un’evoluzione di quello che già stiamo realizzando. Se la nostra cultura è una cultura politecnica – nel binomio Umanesimo e Scienza – se è consapevolezza della storia e costruzione del futuro, fare impresa è anche cultura della trasformazione. La cultura d’impresa, infine, deve essere popolare che – si badi bene – non vuol dire essere sciatta, semplicistica, volgare, bensì complessa, esigente, comprensibile e accessibile a tutti, attraverso quello sforzo di semplificazione di messaggi e linguaggi che sta a noi compiere.

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