07 dicembre 2020

Nessun pasto (digitale) è gratis

  • Di Andrea Venanzoni

E’ gratis e lo sarà per sempre. Meno incisiva dell’incipit della Divina Commedia ma di non minore diffusione planetaria, la scritta che incombeva sulla pagina di accesso a Facebook è da tempo scomparsa, ingoiata da una querelle che passata prima per i lidi dell’autorità anti-trust italiana si è poi traslata nelle aule di giustizia amministrativa.

Era davvero gratuito quel pasto che Facebook ci offriva mediante la creazione di un nostro profilo? Secondo l’AGCM prima e il Tar Lazio poi, no, Facebook non è da considerarsi un servizio gratuito.

L’antitrust in particolare, nel 2018, ha eccepito la violazione degli articoli 21 e 22 del codice del consumo, proprio in relazione a quella caption e alla mancanza di avvertenze che avrebbero dovuto rendere più chiara agli occhi degli utenti la reale consistenza, assai poco gratuita, della piattaforma.

Nonostante la caption sia stata rimossa, l’AGCM nel 2020 ha intrapreso una ulteriore procedura, per inottemperanza, ritenendo che i provvedimenti adottati dal social americano, a parte la rimozione di quel claim, siano assolutamente insufficienti.

Il topos della gratuità nella società digitale è un elemento quasi irrinunciabile. Siamo costantemente sottoposti a più o meno suadenti sollecitazioni che rimarcano la assenza di costi nell’effettuare una data azione o una transazione, e in questo il noto social di Zuckerberg è solo parte di un più vasto firmamento: la scia sagittale di dati che lasciamo, di contratti che firmiamo senza davvero leggere e cliccando senza convinta cognizione su un dato link, irto di condizioni, commi e clausole e informative prolisse ed elefantiache, va riproducendo la copia digitalizzata di una economia semi-tribale, intessuta di rapporti pre-politici basati sul contratto e non più su un patto fondante di principii e diritti fondamentali, quale è una Costituzione.

Nel ventre di silicio della Rete, una Rete sempre più punteggiata ed egemonizzata da piattaforme che via via fagocitano innovatori e concorrenti e persino Stati, si stanno riproducendo isole di una socialità pre-moderna che sembrano attingere, nella loro modellazione e nella loro architettura istituzionale, ai rapporti enucleati da Marcel Mauss e da Georges Bataille nei loro saggi sul dono.

Perché contrariamente alla donazione e al concetto di liberalità che anima la nostra legislazione, e il concetto basico di una regalia mossa da fini morali, immateriali, più o meno simmetrici tra soggetti comunque compartecipi di una società basata sulla eguaglianza, il ‘dono’ della società digitale è più simile a quelle donazioni arcaiche funzionali al mantenimento dello status sociale e al riconoscimento delle posizioni asimmetriche e iper-gerarchiche di potere: il dono diventa un contratto di potere, che rinfocola e rinsalda una transazione pre-politica prima ancora che commerciale.

Perché se è vero che stando alle condizioni di uso di Facebook, quando noi accediamo alla piattaforma non solo cediamo i nostri dati e le nostre fotografie di tavolate festanti e vacanze più o meno esotiche ma accettiamo anche di ricevere varie pubblicità, divenendo quindi noi stessi merce e carne da transazione immessa nel mercato dei vari soggetti pubblicitari, la percezione di ‘gratuità’ rende la piattaforma digitale, social o non social, un soggetto più forte, più istituzionalmente elevato, il quale può fare leva sulla propria forza per darci un servizio o recarci un piacere senza costringerci a un esborso monetario.

Ne Il limite dell’utile, Bataille, riprendendo spunti formulati da Mauss, rilevò come l’istituto giuridico di matrice cerimoniale del potlatch in uso presso le tribù dei nativi americani e che consisteva in donazioni piuttosto consistenti da parte di un dato capo tribù avesse come precipua funzione quella del mantenimento dell’ordine, della pace sociale e del riconoscimento del donante come ‘signore’, quasi nel senso proprietario e vassallatico del termine.

Egli era un sovrano, un superiore proprio perché nella condizione di poter donare.

Non c’è alcun dubbio che la de-monetarizzazione dell’economia produca in termini percettivi un esponenziale aumento del sentimento di gradimento, di riconoscenza e di accettazione della asimmetria istituzionale e del potere delle piattaforme digitali.

Siamo, anche inconsapevolmente, grati a una data piattaforma perché ci concede l’utilizzo dei suoi servizi e se la stessa decide, dispone o limita in vario modo nostri diritti costituzionali, si pensi alla libertà di manifestazione del pensiero, il tutto in genere si risolve in una scrollata di spalle collettiva e in un idem sentire del genere ‘ti hanno donato un servizio, non protestare, non ne hai diritto’.

In realtà, come ci ricordano autorità indipendenti, tribunali e la nostra Costituzione stessa ne abbiamo invece pieno diritto, perché davvero nessun pasto è mai gratis.

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