01 aprile 2020

Non c’è neppure il tempo di avere paura

  • Di Peppino Caldarola

Questa umanità anziana sarà nel futuro migliore perché ha avuto tanta paura e ha capito che se ce l’ha fatta è per merito di quell’eroismo che secondo Camus è la dote “di persone comuni che fanno cose straordinarie per pura decenza”.

Non so come cambieranno le cose nei prossimi mesi e anni. Forse cambieranno molto. Forse cambierà il mondo stesso. Sicuramente cambierà ciascuno di noi. Due momenti della vita cambieranno certamente.

Cambierà la vecchiaia. Ai miei tempi di un uomo avanti con l’età, che camminava lentamente e ragionava altrettanto lentamente, si diceva: “Si è fatto vecchio”. Non c’era disprezzo, c’era viceversa una speciale amorevolezza. In casa, all’aperto, nelle sedi pubbliche, penso i partiti. Ci si inteneriva per i genitori diventati bambini talvolta capricciosi. L’anziano era una persona come noi. Poi l’anziano è quasi scomparso. E’ sparito dall’orizzonte immaginario. Tutti giovani, tutti depilati, tutti con il jeans alla moda. Quando scrivo “tutti”, non penso proprio a tutti ma all’immagine di tutti che emerge dalla pubblicità, dai film, dalle trasmissioni tv.

C’è quella di Maria De Filippi in cui le persone si incontrano per vedere se fare coppia e in terza fila si nota una nutrita serie di quelli di cui avremmo detto “si è fatto vecchio”. Il coronavirus ha fatto diventare questa definizione uno stigma. Morirete prima, morirete tutti, anzi in alcuni paesi qualche sapientone ha sostenuto che dobbiamo morire prima perché non si poteva perdere tempo a salvare gente ormai inutile.

Non so se questa nuova idea del vecchio sia diventata popolare dopo l’epidemia. So per certo che ha cambiato soprattutto i vecchi. Quelli veri. Non quegli ego-mostri che lo restano anche da vecchi. Parlo di vecchi normali, che hanno vissuto, lavorato, gioito, sofferto e che ora speravano di non andarsene mai o comunque il più tardi possibile. Di un manifesto funebre che racconta la dipartita di Tizio di 81 anni si sarebbe detto, tre settimane fa, “però è morto giovane”. Ora si dice che è morto perchè era vecchio.

C’è una morale in questa favola del tempo del coronavirus? È che bisogna accettare gli insulti della vita (non quelli delle persone), e che bisogna morire da sani, come diceva la mia psichiatra di tanti anni fa.

Albert Camus

Albert Camus

Non c’è neppure il tempo di avere paura. La malattia e la morte non te ne danno. Bisogna anche essere gentili. Io ormai saluto calorosamente chiunque mi telefoni. Vuoi vedere che non lo potrò salutare più? Questa umanità anziana sarà nel futuro migliore perché ha avuto tanta paura e ha capito che se ce l’ha fatta è per merito di quell’eroismo che secondo Camus è la dote “di persone comuni che fanno cose straordinarie per pura decenza”. Dovremmo invecchiare così.

Soprattutto in un tempo che ha portato all’estremo la gestione della morte come momento da nascondere. Prima si moriva in pubblico, davanti a parenti e amici. Poi la morte è diventata cosa “fuori le mura”. “Mai sia mi muore a casa” e così a quelli in procinto di andarsene si procurava un bel letto d’ospedale e da lì chi si è visto si è visto.

Oggi al telefono un medico ti manda i saluti di chi non ce l’ha fatta e il morto finisce in un sacco militare, su camion militari, verso cimiteri lontani e al vento con le ceneri. Sparisci come se non fossi esistito.

La natura si è ribellata agli uomini. Come spiegare altrimenti queste immagini satellitari della Terra priva della cappa di nubi venefiche e quell’acqua verde con i pesci che nessuno di noi ha mai visto né vedrà più a Venezia?

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