11 giugno 2020

Non c’è nuovo ordine internazionale senza dialogo con la Cina

  • Di Camilla Povia

Conversazione con Massimo D’Alema sul suo nuovo libro edito da Donzelli “Grande la confusione sotto il cielo"

“Non si può ricostruire un nuovo ordine internazionale senza misurarsi con la Cina e la sua ambizione. L’Occidente è a un bivio: intraprendere la via di uno scontro e dunque iniziare una guerra commerciale o trovare la strada di nuova stagione di cooperazione internazionale. Penso che lo scontro frontale non sia nel nostro interesse”.

Massimo D’Alema ha da poco pubblicato il suo ultimo libro, edito da Donzelli, 'Grande è la confusione sotto il cielo', che racchiude una lunga e appassionante riflessione sul ruolo che la Cina può ricoprire nel nuovo ordine mondiale. L’ex presidente del Consiglio parte dalla consapevolezza che se da un lato la pandemia sembra aver accentuato il declino dell’Occidente, dall’altro è indispensabile che esso, orgoglioso dei propri valori, rivolga lo sguardo al mondo orientale, superando così il vecchio schema di dominio di una sola potenza nonché le pretese egemoniche di un unico modello culturale e politico.

“L’idea che si è fatta strada dopo la caduta del muro di Berlino e cioè che tutto il mondo dovesse tendere verso un unico modello, un’unica organizzazione dell’economia e della società, è entrata in crisi. Quel modello ha avuto un grandissimo momento di espansione che è coinciso con l’indiscussa leadership americana dell’amministrazione Clinton, ma nel corso degli ultimi anni ha perso il suo ‘appeal’. La democrazia ha perduto terreno in tante parti del mondo. L’America ha cercato di reagire in modi diversi sia attraverso una politica neoconservatrice, penso alla guerra in Iraq, e sia attraverso una politica riformista, con il sogno americano dei democratici. Ma sono tutti tentativi che non hanno avuto esito. Le primavere arabe, per esempio, nate sull’onda di riformismo dell’amministrazione Obama, alla fine non hanno prodotto alcuna democrazia in Medio Oriente ma anzi una vasta destabilizzazione di quell’area. E il motivo è che evidentemente quel modello occidentale non poteva essere esportato in quella parte di mondo. Ecco io penso che questa sia la crisi dell’ordine mondiale: ovvero soprattutto la crisi della capacità dell’occidente di regolare le relazioni internazionali, di prevenire e di risolvere gli eventuali conflitti. Contemporaneamente a questa difficoltà dell’occidente è cresciuto il peso di altri protagonisti, sul piano militare e geo politico quello della Russia e sul piano economico quello della Cina. Viviamo in un mondo molto più plurale e multilaterale”.

Copertina "Grande è la confusione sotto il cielo", Donzelli Editore

Copertina "Grande è la confusione sotto il cielo", Donzelli Editore

Sembra infatti che la Cina, anche per come ha gestito la crisi scaturita dall’epidemia, sia uscita da questa sfida meglio di altri, penso agli Stati Uniti che invece stanno pagando il prezzo più alto in termini di vittime.

“Stiamo parlando di una crisi senza vincitori ma è chiaro che ci sono alcuni Paesi che sono relativamente meno perdenti di altri. E non c’è dubbio che la Cina sia tra questi. Anche dal punto di vista economico, la Cina avrà certo un rallentamento di crescita ma non vivrà il crollo del Pil dell’Europa e degli Stati Uniti d’America. E’ interessante rilevare che i Paesi che hanno una migliore organizzazione sociale e una maggiore capacità di gestione delle crisi sociali complesse, sono quelli che hanno affrontato meglio la crisi da Coronavirus. Penso alla Germania, oltre che alla Cina. Non solo, dunque, dal punto di vista economico ma anche dall’immagine che questi Paesi hanno comunicato al resto del mondo. L’occidente è vittima dell’anarchismo individualistico, l’oriente no: non solo la Cina ma anche altri paesi asiatici hanno governato meglio di altri questa sfida. Il problema è che gli americani tendono a leggere la Cina come una variante asiatica del comunismo sovietico: questo non è vero. E’ una realtà molto più complessa e non è un caso che la Cina da 4000 anni sia uno stato unitario, con un grande impero e una straordinaria cultura. Se non si analizzano anche questi dati, che vanno oltre la dimensione dell’autoritarismo politico, non si riesce a comprenderne la forza. La Cina ha certamente un sistema autoritario, perché è chiaro che il ritardato allarme è il frutto della mancanza di libertà che vive quel Paese. Ma non possiamo ricondurre tutto a questo”.

Nel recente dibattito ha preso piede il rischio che questa nuova fase ‘multilaterale’ di cui lei parla sia affrontata nella logica di un rilancio del conflitto e di una nuova guerra fredda.

“Penso che sarebbe un errore enorme perché una nuova guerra fredda sarebbe controproducente soprattutto per l’Occidente. Un grave errore di calcolo pensare di avere di fronte un impero fragile come fu l’impero sovietico. Se poi noi spingiamo la Russia verso un rapporto privilegiato con la Cina e coltiviamo ostilità verso quest’ultima, ci troveremmo in poco tempo di fronte a una enorme potenza euroasiatica che mette insieme la forza militare e le materie prime della Russia con il potenziale espansivo dell’economia cinese. Sarebbe un errore gravissimo e aprirebbe una sfida dall’esito incerto. Per questo nel libro sostengo la necessità di rilanciare una politica di coesistenza in grado di riconoscere un ruolo alle potenze che emergono in un nuovo contesto internazionale multilaterale”.

A questo punto, con una rivalutazione del ruolo e dell’importanza della Cina, che fine fa l’atlantismo dell’Italia?

“Noi siamo parte del mondo occidentale, non possiamo certo decidere di allearci con la Cina. Il problema è semmai quale visione prevale all’interno del mondo occidentale. Il compito dell’Europa, non dell’Italia, è quello di spingere gli Stati Uniti d’America verso una coesistenza e non una guerra fredda. Del resto il rapporto tra l’Europa e l’America è sempre stato dialettico. Ricordo che nel 2006, quando tornai al Governo come ministro degli Esteri, il primo atto fu il ritiro dei soldati dall’Iraq e non è che l’amministrazione americana di Bush sia stata contenta, per usare un eufemismo. Fu una decisione importante che ci distinse dalla politica americana ma non per questo siamo usciti dalla Nato. Era solo una giusta scelta tant’è che poi l’intrapresero anche gli americani. Ricordo questo episodio soltanto per dire che essere alleati degli americani non significa fare sempre tutto quello che dicono gli americani. Pur avendo compiuto quella scelta così impegnativa abbiamo avuto un’ottima collaborazione con l’amministrazione americana: è la dimostrazione che si può essere membri leali dell’alleanza atlantica e amici degli americani anche conservando una posizione dialettica quando sono in gioco valori fondamentali per l’Italia, per l’Europa e per il mondo”.

Recentemente anche il Papa ha posto il problema dell’Europa e della sfida grande che l’attende. Cosa può fare per recuperare un ruolo di primo piano?

“L’Europa può svolgere un ruolo efficace solo se è in grado di imprimere una svolta al suo interno. Questo significa andare in senso contrario rispetto al sovranismo, ovvero insistere per una maggiore integrazione politica dell’Europa. Ed essa è possibile solo dopo aver ricostruito il rapporto con i cittadini europei, entrato in crisi a causa delle politiche di austerità e contenimento della spesa pubblica che negli anni sono entrate in conflitto con le ragioni sociali degli europei. Il tema è dunque come riorientare le politiche europee in direzione della crescita ma anche di una maggiore eguaglianza sociale. Questa è la grande sfida che attende l’Europa. La pandemia ha messo a nudo alcune debolezze gravi del mondo occidentale ma ha spinto a cambiamenti importanti. Sicuramente in America dove è emersa tutta la debolezza del populismo americano ma anche in Europa dove è emersa l’insostenibilità delle politiche di austerità, con il patto di stabilità che è andato finalmente in crisi. In Europa si è aperta una battaglia politica e le recenti misure di cui si ha notizia vanno verso una maggiore crescita, sostegno agli investimenti e all’occupazione. Questa svolta sarebbe stata auspicabile già dalla crisi del 2007/2008 ma si rivelò soltanto un’occasione mancata. Ora abbiamo un’altra finestra di opportunità importante e l’Italia in questo ha giocato un ruolo, insistendo con maggior determinazione per un cambiamento di rotta dell’Europa. Se il Recovery fund sarà approvato nei termini in cui viene proposto, il nostro Paese può mettersi dalla parte di chi ha insistito per uscire dalla logica dei ‘salvataggi’ e delle ‘troike’ con l’obiettivo di promuovere un piano di sviluppo europeo. Che l’Europa finanzi un piano con risorse proprie attraverso la creazione di obbligazioni e di un debito europeo, è una novità politica molto importante. E’ un passo verso il sovranismo europeo”.

Kissinger qualche tempo fa ha scritto un editoriale sul Wall Street Journal nel quale fa riferimento esplicitamente alla ‘necessità di mantenimento della leadership statunitense’ dicendo che essa dovrà guidare l’uscita dalla crisi da Coronavirus a livello globale. Ma d’altro canto in questi giorni fa impressione la perdita di autorevolezza dell’America per l’uso della forza da parte della polizia verso la comunità degli afroamericani.

“Purtroppo quello che emerge in queste settimane è un male antico dell’America, che di forme di razzismo ne ha sempre conosciute. Ciò che colpisce è la percezione di questo fenomeno e la dimensione che ha preso. Si ha la sensazione che questi atteggiamenti razzisti non solo non siano contrastati dall’amministrazione di Trump ma anzi siano avvallati e incoraggiati. Come ha detto il generale Mattis, ex capo del Pentagono, quando ha preso posizione contro l’idea di mandare i soldati in piazza contro i manifestanti, è la prima volta che un presidente punta a spaccare l’America. Tra l’altro è anche abbastanza inedito nella storia americana che si ribellino anche i vertici militari. Trump ha portato l’America a una crisi molto profonda che ha persino risvolti istituzionali. Il modo in cui, in questa vicenda, si è incrinato il rapporto tra la Casa Bianca e altri fondamentali poteri, è abbastanza impressionante. Per tornare a Kissinger, mi viene da dire che la leadership la si esercita, non la si teorizza. Ed essere leader comporta anche una certa generosità facendosi carico anche dei problemi degli altri. Ora, un leader mondiale che si rivolge al mondo al grido di ‘America first’, difficilmente può essere leader. Quello slogan segnala semmai una rinuncia alla leadership. Noi abbiamo bisogno di un’America che torni a parlare al mondo: solo così può essere un’interlocutrice utile per l’Europa. Personalmente non ho mai creduto a una Europa anti americana, è una prospettiva velleitaria. Bisogna sperare che dalle elezioni presidenziali di novembre si affermi un’America che vuole tornare a dialogare e a collaborare con l’Europa”.

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