30 aprile 2021

Pensando a Ernesto Girotto ovvero il valore della radicalità

  • Di Oriano Giovanelli

Quando Pietrangelo Buttafuoco mi ha detto vai a Ca Tron per fare un articolo su una grande azienda agricola che c’è lì sono andato a vedere in quale comune stesse Ca Tron. Roncade. Il comune della mia ex collega Simonetta Rubinato, mi sono detto, bene così la saluto. Poi con quei collegamenti che i neuroni superstiti ancora mi consentono ho pensato: ma se vado a conoscere una realtà agricola, quindi un luogo di naturalità, come posso non rapportare questa esperienza ad un'altra idea di naturalità che proprio a Roncade attirò l’interesse del fotografo Fulvio Roiter che ne fece un libro bellissimo, del regista Ermanno Olmi, di Carlo Petrini di Slow food e dell’università di Padova? Tutta notorietà di cui il diretto interessato avrebbe fatto volentieri a meno e anzi che lo disturbò non poco. Ernesto Girotto. “Un uomo senza desideri” così lo definì Ignazio Roiter nei testi che accompagnano le foto di Fulvio. Ma in verità Ernesto Girotto di desideri ne aveva probabilmente avuti e uno in particolare di carattere sentimentale. Ma una volta svanito quello che doveva essere per lui il più importante decise di averne un altro soltanto: essere lasciato in pace nella sua casa in mezzo al bosco senza contatti con l’esterno coprendosi dei pochi panni che aveva con se senza più comprarne, vivendo solo di verdure mais frutta legumi e prodotti del bosco. Senza dottori cui rivolgersi in caso di malattia e quindi senza farmaci. Per compagnia non un cane non un gatto non un pollo non un coniglio, niente che fosse animale ma gli alberi, le stelle e i prodotti che coltivava con cura e precisione. In verità qualche animale non gradito lo andava a disturbare e lui con delle efficacissime trappole li uccideva senza che facessero sangue e poi li seppelliva. Quarant’anni accettando dall’esterno solo qualche volta dei fiammiferi e rimandando sempre indietro la spesa che la sorella amorevolmente cercava di fargli avere lasciandola al di qua del fossato largo quattro e profondo due che aveva scavato con le sue mani tutt’attorno al suo mondo. Aveva una forza erculea ebbe a dire il parroco del luogo. Non è che si fosse ritirato in una montagna inaccessibile. Roncade è un comune delizioso ma molto antropizzato, ci sono case strade capannoni, è il Veneto insomma.

Veduta sulla campagna di Roncade

Veduta sulla campagna di Roncade

Il bosco di Ernesto Girotto era circondato da due strade a scorrimento veloce e per proteggersi dal rumore aveva alzato dei dolmen di erba sorretti da pali. Visse così poco meno di quarant’anni, quando morì ne aveva settantatre. Tanti che oltre diventare lui un caso di studio solo avesse permesso di essere avvicinato certamente lo diventarono i quattro ettari della sua proprietà, un angolo di biodiversità per nulla intaccata da prodotti chimici o altra manomissione umana. Una esperienza estrema che ci fa certo riflettere su quell’uomo sui suoi pensieri, sul superfluo che riempie la nostra vita quotidiana e sulla potenza intrinseca nella simbiosi uomo natura ma che basta un nulla per essere irrimediabilmente alterata. Per me è uno degli esempi più forti che ripropongono la domanda: a cosa servono questi modelli estremi, cosa ci insegnano a noi che certo non abbiamo alcuna intenzione di imitare Ernesto Girotto. Le esperienze estreme scuotono l’albero della nostra pigrizia, della stupida convinzione che ciò che è sia ineluttabile, immodificabile. Una volta sentii Giuliano Amato riflettere sulla funzione delle opinioni radicali, massimaliste. In sostanza, disse, esse ci ricordano la radicalità dei problemi, ci tengono svegli, scuotono noi riformisti dalla tendenza ad adagiarci sulla realtà. Magari pensiamo di modificarla qualche volta lo facciamo ma troppo spesso la assumiamo per quella che è e finiamo per assecondarla. Ecco allora che oggi che stiamo affrontando il grande tema del cambiamento climatico e lo faremo diventare tema di una nuova tecnologia, di una nuova economia, di una nuova occupazione, pensando di andare incontro ad una naturalità nuova e giusta, non dimentichiamo mai che il vero obiettivo, il fine, è spingerci al massimo verso quella simbiosi potente con la natura che l’esempio estremo di Girotto ci indica senza doverne patire del tutto le privazioni. Insomma se guardiamo agli insegnamenti della esperienza dell’Uomo senza desideri, l’asticella da superare è davvero alta.

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