08 giugno 2021

Per una bandiera ammainata in Afghanistan c'è un aquilone che può tornare a volare

  • Di Giorgio Mulè

Ammainare una bandiera ha nella maggior parte dei casi un significato negativo: vuol dire arrendersi, desistere. Vuol dire deporre i colori della Nazione e abbandonare un luogo, una terra, una postazione. Non è questo il caso dell’Afghanistan. Oggi, la cerimonia dell’ammaina-bandiera alla base di Camp Arena ad Herat ha un altro significato, rappresenta una ripartenza, non un rassegnarsi, non l’abbandono ma la consapevolezza di aver costruito sulle tragedie del terrorismo una speranza, un ponte verso un futuro migliore in quasi 20 anni di guerra, sacrifici, costi umani elevatissimi, distanze e orrore.

Se mi si concede una metafora, è come se i nostri militari giunti in Afghanistan nel novembre 2001 fossero stati i protagonisti di un romanzo distopico immersi in una cornice tipica orwelliana, ossia caratterizzata da una realtà fortemente negativa che tende al catastrofico, ma - ed è qui la peculiarità del compito svolto dalle nostre truppe in questa regione - con un finale ben diverso che punta all’utopia. Un ossimoro che rende l’idea che ha guidato la nostra partecipazione, il nostro impegno, il nostro sacrificio come Paese, il nostro sacrificio di uomini. L’impegno che poi rende un’utopia realtà è quel che rimane quando scorrono i titoli di coda, quando si fanno i conti con ciò che resta del giorno, dei buoni intenti, delle parole, degli attentati, delle vittime: quel che resta, a seguito di una scelta consapevole e meditata, è allora un Paese con la propria autonomia politica e istituzionale, un Paese che non è più la casa sicura dei terroristi, la confort zone dei talebani. Un Paese con personale civile formato a cui continueremo a prestare costante supporto e che non abbandoneremo alle ritorsioni terroriste.

Non sono stati 20 anni persi. È stato fatto molto dall’Italia, dagli alleati, dalla NATO per la sicurezza del popolo afghano e del Paese. Il cambiamento in corso non deve essere visto sotto la lente di ingrandimento degli interessi geopolitici di aree di influenza ma alla luce della continuità di un processo avviato e che deve trovare il massimo compimento in una generazione (20 anni appunto) che può ripartire liberamente e democraticamente.

Per una bandiera ammainata in Afghanistan c’è un aquilone che può tornare a volare, per una guerra logorante ed estenuante che finisce c’è n’è un’altra che vogliamo inizi, dove a vincere è il bambino che taglia per primo il filo degli altri e rimane da solo a volteggiare in cielo.

Giorgio Mulè, Sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa

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