16 luglio 2019

Perchè Vincent Lambert sì, può morire, e Michael Schumacher no?

    A cura di

  • Camilla Povia

"Non collaboreremo mai con il lavoro sporco della morte". Breve dialogo tra Monsignor Paglia e Padre Enzo Fortunato

(sinistra) Padre Enzo Fortunato, Direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi - (destra) Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la vita

(sinistra) Padre Enzo Fortunato, Direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi - (destra) Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la vita

Perché Vincent Lambert sì, può morire, e Michael Schumacher no?

Abbiamo rivolto questa domanda a un uomo di Chiesa, a Padre Enzo Fortunato, il Direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi.

Ci hanno risposto in due. Padre Enzo, infatti, ha coinvolto anche Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la vita.

La domanda che mi pone ‘Civiltà delle Macchine’ mi rimbomba nella testa. Si accavallano i pensieri: da una parte Vincent, tetraplegico dopo un incidente stradale, che sceglie di morire di dolore nel deserto della speranza. Un simbolo assoluto di libertà per alcuni, una sconfitta per altri. Dall’altra parte l’ex pilota di Formula uno, inchiodato a un letto da sette anni dopo un incidente sugli sci. La vita è crudele, a volte: un uomo abituato a sfidare la morte a ogni curva che batte la testa mentre è in vacanza con la famiglia.

Da uomo e da sacerdote, cerco di sciogliere questo incomprensibile mistero: i religiosi, di fronte a questioni così importanti, delicate e personali sono chiamati a pregare. Preghiamo, è questo il nostro compito. Ma credo che sia nostro dovere, in certi casi, anche quello di uscire dalle sacrestie.

Come cristiani, accompagniamo la vita. Non la abbattiamo, né la togliamo. Discutiamo.

Ho interrogato il Presidente del Pontificio Consiglio per la vita, monsignor Paglia, che mi ha donato una affermazione: “Non collaborerò mai con il lavoro sporco della morte”.

Condivido, ma concordiamo insieme che per dare un giudizio su una particolare questione è necessario conoscerne i dettagli, non essere superficiali e approssimativi come purtroppo oggi avviene in non rari casi.

Ma è anche vero che, a volte, il silenzio è la risposta più eloquente: dobbiamo avere la consapevolezza chiara che è impossibile frenare il cammino della morte. Recita un antico adagio, carico di saggezza popolare: in ogni casa, o di legno o di noce, c’è la sua croce.

Di fronte alla sofferenza mi sovvengono le parole del fondatore della logoterapia, un metodo che tende a evidenziare il nucleo profondamente umano e spirituale dell'individuo, il viennese Viktor Emil Frankl, morto proprio nel 1997, anno in cui il soffio nero della morte irruppe proprio nel primo tempio a colori della storia italiana, tra il ciclo luminoso degli affreschi di Giotto.

Diceva Frankl che “quando una foresta è stracolma di alberi, se questi non riescono a svilupparsi in larghezza, hanno la possibilità di svilupparsi in altezza”. Credo che a volte la sofferenza possa aiutare a svilupparsi in altezza. È una possibilità che ha l’uomo.

Da uomo e da sacerdote, cerco di sciogliere questo incomprensibile mistero: i religiosi, di fronte a questioni così importanti, delicate e personali sono chiamati a pregare

-Il confronto-

Un contributo al dibattito di Davide Rondoni, poeta. Leggi l'articolo su Panorama.it

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