07 settembre 2020

Platone e Orson Welles. Il genio in catene

  • Di Ginevra Leganza

Persino Omero parla un ottimo inglese. Non diremmo anche noi: “Better to be the poor servant of a poor master, rather than think as they do”? Chini al lavoro nei campi, un altro servire, finanche un malagiato, piuttosto che cadere – as they do – nella morsa di Ade. Lo dice Achille, e poi Socrate, e poi Orson Welles: sì, perché quell’inglese caldo e conturbante, venuto fuori dalla caverna di Platone, è lo stesso di Otello e Charles Foster Kane. Certo non è greco, epperò non suona male.

Fu nel 1973 che il genio del cinema si prestò come voce fuori campo di un cartone animato tratto dal VII libro della “Repubblica”. Il ventitreenne che aveva messo a soqquadro l’America con la fifa dei marziani, ormai in età di temperanza, tornò fin dentro la spelonca. E, come Socrate, immaginò. Gli venne in mente, nell’antro scuro, quel famoso liberto della vita che giunto in cima, fino al sole, non ne voleva sapere di tornare in mezzo ai cavernicoli iellati. Abbagliato dalla luce, ci aveva preso poi gusto a tutti i fiori, ai suoni, ai canti, e a tutto quell’otium philosophandi. Welles, che addirittura conobbe l’Italia borghese e somara – complice Pasolini – sapeva bene quanto potesse instupidire la plebe d’ogni tempo e latitudine, perciò la temeva. E con lui, l’illuminato amico di Socrate, che aveva punto desiderio di tornare là sotto, a liberare gli altri.

Orson Welles racconta il mito della caverna di Platone

Poco importa che il giudizio provenga da cavernosi abissi o dal divismo hollywoodiano: per chi vede la luce, sarà sempre la nota di un mediocre. Come il redento si beffava degli onori degni dell’ombra, così Welles vedeva nel suo Bosco di agrifogli d’oro, gremito di star un po’ tonte, la copia della copia di una luce. “Hollywood è un quartiere dorato adatto ai giocatori di golf, ai giardinieri, a vari tipi di uomini mediocri ed ai cinematografi soddisfatti. Io non sono nulla di tutto ciò” disse un attimo prima di lasciare la California per l’Europa. A cosa può servire ridiventare tenebra se, rotto ogni legame con la vanità, si comincia a lavorare per l’eterno? Serve a niente. Ma l’utopia platonica spinge sempre a ridiscendere. Spinge sempre alla folle idea di riscattare gli altri che, una volta usciti di catene, si scopriranno bestie. Non c’è modo per chi è libero di non essere invidiato, dunque deriso, ostracizzato, messo a morte… Non c’è modo di parlare agli invidiosi. Lo dice la parola: chi invidia non vede, e mai distinguerà l’ombra dalla luce, il successo dalla gloria, il talento dal genio. Non c’è modo di tornare laggiù senza paventare la morte, anzi l’omicidio. Eppure Platone invita a correre questo rischio, e se poi il filosofo ha la stessa voce di Orson Welles, quasi quasi persuade. Tornare per gli altri, liberare gli altri attraverso la bellezza… Ma chi lo dice che questi altri non si riveleranno più diavoli che animali, e anziché scannare il genio non lo costringeranno alla vecchia prigionia? In tal caso, può valere l’opzione Nietzsche: danzare in catene.

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