08 giugno 2020

Prima che la compassione diventi inutile

  • Di Vittorio Cucchiara

Di questa pandemia bisognerà pur cercare di approfittare se un umanesimo si deve salvare.

Si può costruire un legame sociale su un segnale di pericolo? “La seule façon de mettre les gens ensemble, c'est encore de leur envoyer la peste” scriveva Camus nel suo romanzo “La Peste” nel 1947, quando in Europa era iniziata una faticosa ricostruzione e in Algeria i moti rivoluzionari indipendentisti erano ancora allo stadio embrionale.

Camus, che era malato di tubercolosi fin da giovane ed era stato fortemente condizionato dalla malattia, invitava con questa affermazione alla solidarietà, lasciando intendere come questa sia fragile e innaturale e come persino un’epidemia possa essere l’opportunità giusta per ritrovarla.

La solidarietà non è una generica oblatività ma un sacrificio condiviso senza la speranza (o la volontà) di ottenerne un merito.

Albert Camus

Albert Camus

Certo il Covid non è la peste e Oran, il teatro del romanzo, è solo una città e non un pianeta.

Ma il bacillo della peste, come più recentemente il virus Ebola in Liberia e Sierra Leone, non ha avuto il privilegio del Covid, di agire dietro la cortina degli ospedali, dove gli sguardi attoniti e scoraggiati ma proprio per questo vigili ed attenti di medici, infermieri ed operatori sanitari se ne prendevano cura mentre egli eseguiva il suo programma di morte lasciando gli altri, la popolazione, al riparo da questo orrore.

Impossibile per loro rimuovere, difficile immaginare party sui terrazzi dopo quelle visioni.

La peste, come Ebola e come tutte le malattie non solo contagiose ma anche fortemente virulente, esplode per le strade, attraverso i vicoli, nei giardini pubblici, sui bordi dei marciapiedi, ovunque un uomo sia in grado di trascinarsi.

Non solo è paradossale ma potrebbe sembrare addirittura perverso affermare che l’attuale pandemia è stata causata da un organismo in fin dei conti persino indulgente, ma è proprio così. La pericolosità di Covid è nella sua contagiosità, la mortalità è alta solo perché il virus si diffonde rapidamente. Ebola è enormemente più letale ma cammina lento. La peste e il vaiolo erano letali come Ebola e rapidi come il Covid, una loro epidemia sarebbe difficilmente dimenticabile.

Il Covid ha portato un nuovo tipo di desolazione: l’enorme numero di morti è avvenuto in reclusione: solo i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari ne sono stati i diretti testimoni.

Una situazione terribile, quasi inumana per i pazienti e per i loro familiari ma molto diversa per tutti gli altri. La linea del fronte è rimasta dietro la cortina dei camici bianchi e degli operatori. Loro sì, hanno visto tutto, ma gli altri sono rimasti indietro, tutto questo non l’hanno visto, l’hanno forse solo vagamente immaginato.

Poco più avanti Camus aggiunge : “On se fatigue de la pitié quand la pitié est inutile”.

Troppo lontano è stato il teatro della battaglia, è stato questo il lusso di cui il Covid ha fatto dono: non vedere direttamente la distruzione che si è lasciato dietro e non vivere l’esperienza diretta dell’impotenza nell’offrire anche il minimo conforto, se non mediati dalle immagini trasmesse dai mezzi di comunicazione. È in queste condizioni, avverte Camus, che la pietà si esaurisce, quando il dolore è dovunque e non ci si può più fare niente. Soprattutto quando di questo non si è fatta esperienza personale.

Ma una cosa l’hanno avvertita tutti: si è respirata una strana aria in Europa e nel mondo durante l’emergenza, un’aria di trepidante attesa carica di angoscia, un sentore di pericolo, un’aria di inquietante estraneità.

Si può, dunque, costruire un legame sociale su un segnale di pericolo?

C’è da dubitarne… Le immagini ripetitive dei telegiornali, delle trasmissioni di approfondimento e le interminabili discussioni sulle analisi quantitative degli indici epidemiologici, più che ad informare sono servite a diluire e distanziare, a tessere una trama impenetrabile di diniego e infine a coprire con un velo l’orrore che si stava avverando.

Certo anche questo è stato importante, la paura e la partecipazione attraverso le immagini sono state provvidenziali per contenere il contagio, ma su basi molto diverse dall’oblatività.

Il meno che si possa dire è che con il loro aiuto, l’Altro è stato messo da parte, dietro una barriera di rassicurazioni che noi tutti abbiamo finito per cercare, credere ed assimilare. Per questo si moltiplicano gli slogan sul passato pericolo e sulla nuova “ripartenza “, quando in gran parte del mondo non si è ancora raggiunto il picco dei contagi e mentre il virus, nascosto nell’ombra, è pronto a tornare in ogni momento: un trionfo dell’immaginario con tutta la sua avvolgente superficialità.

Sono i tempi moderni, lo sguardo ostinato è rivolto al futuro non al presente. Da qui una doppia ipocrisia: non sono i professionisti dei media a non farci vedere, non sono i giornali delle buone novelle e non siamo neppure noi a non voler vedere. È l’Altro che ci incoraggia a non farlo.

E allora, di questa pandemia bisognerà pur cercare di approfittare se un umanesimo si deve salvare. Non pensare al dopo, pensare al durante, con un occhio rivolto al presente e soprattutto agli altri, prima che la compassione diventi inutile

Vittorio Cucchiara, chirurgo

Vittorio Cucchiara, chirurgo

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