16 novembre 2020

Quando c'erano i camalli

  • Di Marco Brando

A Genova si campa di lavoro, di mare, di ricordi, di mugugni e di identità. Tutte fonti di energia indispensabili per l’ex capitale di una Repubblica millenaria, che oggi è quella Liguria abbarbicata sul versante mediterraneo delle Alpi e dell’Appennino. Di certo, qui l’orgoglio della genovesità non manca. Eppure un elemento identitario è proprio lo scambio con i “non genovesi”: si coglie nella lingua, nelle parole, nella cucina, nelle tradizioni, nella cultura. In che senso? I genovesi sono celebri, ad esempio, per il pesto, la focaccia e l’intercalante belìn (la parola più usata, con variegatissimi significati); lo sono anche per la parsimonia (che soltanto un forestiero può scambiare per avarizia); poi per le squadre di calcio del Genoa e della Sampdoria; anche – last but not least, come direbbero gli inglesi che nel 1893 fondarono il Genoa – per i camalli.

Una delle parole che si associano di più alla città è proprio “camallo”, in genovese camallu. È (in parole povere) lo scaricatore di porto, il simbolo dell’antica vocazione a guardare verso vari orizzonti: marini e anche, sebbene possa sembrare strano ai profani, montani. Perché quel mestiere, un tempo esercitato da una quasi-aristocrazia di nerboruti signori, ha radici nel XIV secolo, per la precisione nel 1340. Inoltre perché i camalli in origine non erano mica genovesi doc. Anzi: in gran parte – almeno fino al 1848, quando finì il loro monopolio – venivano dalle Alpi bergamasche; in particolare dalle valli Brembana, Brembilla e Imagna, dove pare vivessero uomini molto più alti, forti e robusti delle media (per lo meno, della media ligure).

In genovese camallu è lo scaricatore di porto, il simbolo dell’antica vocazione a guardare verso vari orizzonti: marini e anche, sebbene possa sembrare strano ai profani, montani

(Copertina) I camalli, Genova, primo decennio del Novecento. Rielaborazione grafica di Vertigo Design. (Sopra) Fotogramma da I Carbunin – Un vecchio reperto cinematografico in 35 mm, documentario sulla Compagnia dei Carboni nel porto di Genova, 1930 ca.

(Copertina) I camalli, Genova, primo decennio del Novecento. Rielaborazione grafica di Vertigo Design. (Sopra) Fotogramma da I Carbunin – Un vecchio reperto cinematografico in 35 mm, documentario sulla Compagnia dei Carboni nel porto di Genova, 1930 ca.

In un antico statuto della Repubblica di Genova, l’origine è citata come condizione indispensabile per far parte della Compagnia dei Caravana, la corporazione medievale dei facchini del porto: «Niuno presumi di venir ammesso nella Caravana, se non sia di Bergamo. Mani grandi et anco gambi forti, per niuna ragione sentir la fatica ammesso». Pare che alcune donne genovesi andassero a partorire nelle valli orobiche, per poter garantire ai loro figli un futuro in quella specie di “legione straniera”. Tanto che appena nel 2017 un paese lombardo, Zogno, nella bassa valle Brembana, alla Compagnia ha dedicato una piazzetta: in memoria dei tanti migranti integrati nel tessuto cittadino genovese con i loro cognomi, che tuttora resistono. La Caravana per secoli ha riunito soltanto i facchini più blasonati, quelli della Bergamasca, cui era riservato il trasporto delle merci soggette a dogana. Nel 1952 è entrata a far parte dell’attuale Compagnia unica del porto, più esattamente Compagnia unica fra i lavoratori delle merci varie (CULMV): nata nel 1946, è ora intitolata al suo storico leader, il console Paride Batini, scomparso nel 2009, uno di quelli che parlavano in genovese sulle calate, in piazza e pure nelle stanze del potere. Per chi vive a Genova la Compagnia si chiama semplicemente Unica ed è ancora protagonista di attualissime forme di presidio democratico, sociale, politico e sindacale.

Gru elettrica Ansaldo tipo IV costruita nel 1934, disegno degli anni Sessanta

Gru elettrica Ansaldo tipo IV costruita nel 1934, disegno degli anni Sessanta

Il nome “camallo” – caro alla gente del posto, sebbene non sia considerato un vezzeggiativo – è portabandiera di questa ex Repubblica nata all’inizio dell’XI secolo, finché nel 1815 fu annessa definitivamente, più nolente che volente, al Regno sabaudo. Prima aveva avuto colonie e centri di supporto da Safi, sulle coste atlantiche del Marocco, fino al Mar Nero e al Mar d’Azov, passando per Corsica, Sardegna, Tunisia, Grecia, Turchia, Egitto, Libano e Cipro. Si capisce così perché il termine camallu sia derivato dall’arabo hammāl, che significa “portatore”: forse arrivato all’ombra della Lanterna dall’arabo, forse con la mediazione del greco o del turco. Fatto sta che i camalli – in base al rango di ciascuno nella scala gerarchica dei portuali – portavano a spalla le merci dalla stiva delle navi fino alle banchine, poi ancora, sempre sulle spalle, fino ai magazzini chiamati raiba: un altro termine di origine araba che significa “mercato” e ha dato il nome all’attuale piazza della Raibetta, in zona Caricamento, di fronte al porto. Dai magazzini la merce prendeva la strada delle montagne, prima con carovane di animali da soma, poi con i treni, dall’Ottocento. Ma quanto pesa la memoria del camallo nell’immaginario dei genovesi di oggi? Lo chiediamo a Fiorenzo Toso, genovese di Arenzano, ordinario di Linguistica generale all’Università di Sassari e specialista dell’area linguistica ligure: «In una città come Genova, sebbene sia stata investita dalla rivoluzione informatica e sia aperta alle nuove frontiere della tecnologia anche nel settore dei trasporti e delle merci, la memoria storica dei camalli è ancora viva, eccome», risponde il professore.

Nel mito del camallo si è identificata, e forse ancora si identifica, una certa idea di “genovesità popolare”: fatta di amicizie virili, di canto trallalero, di bicchieri di vino nei baretti fumosi di Sottoripa, di usi impropri del gancio quando saltava la mosca al naso. E anche di lotte politiche e sindacali

Fotogramma da I Carbunin – Un vecchio reperto cinematografico in 35 mm, documentario sulla Compagnia dei Carboni nel porto di Genova, 1930 ca.

Fotogramma da I Carbunin – Un vecchio reperto cinematografico in 35 mm, documentario sulla Compagnia dei Carboni nel porto di Genova, 1930 ca.

Si tratta di un atteggiamento nostalgico?

Diciamo che si guarda spesso al vecchio “ambiente portuale” con un misto di nostalgia e di rispetto. I portuali rappresentavano una sorta di aristocrazia del lavoro manuale; avevano i loro riti, la loro lingua, i loro canti, condividevano valori di solidarietà e di amicizia legati alla vita di squadra. Le loro organizzazioni condizionavano la politica della città, nel bene e nel male, e ne determinavano l’economia.

È un passato che si può definire ancora recente. Oppure no?

Certo. Proprio perché è un passato recente, che molti genovesi hanno vissuto in prima persona, tutti hanno qualche aneddoto da raccontare. E anche le arti hanno attinto spesso al mito del porto e dell’umanità che vi circolava. Basti pensare alla cinematografia, da “Le mura di Malapaga” (film italo-francese del 1949 diretto da René Clément, con Jean Gabin e Isa Miranda come protagonisti) in poi. Senza dimenticare che il personaggio di Maciste fu impersonato per la prima volta al cinema, in molti film, da un camallo genovese, Bartolomeo Pagano, scelto grazie alla sua prestanza fisica e consacrato nel film “Cabiria” del 1914.

La genovesità dunque si identifica ancora nel mito del camallo?

Sì. Anche se va ricordato che – nonostante certi vezzi, soprattutto giornalistici – quel titolo non sia mai stato particolarmente gradito ai diretti interessati, perché ha una connotazione di rozzezza e maleducazione: si rileva in derivati come accamallou, cioè “che ha modi da facchino”, e camallesco, che sta per “da facchino” e, quindi, “ordinario”. Però, di certo, nel mito del camallo si è identificata, e forse ancora si identifica, una certa idea di “genovesità popolare”: fatta di amicizie virili, di canto trallalero, di bicchieri di vino nei baretti fumosi di Sottoripa, di usi impropri del gancio quando saltava la mosca al naso. E anche di lotte politiche e sindacali, che non sempre l’altra Genova, quella ufficiale e borghese, ha visto con simpatia. Ma in ogni caso, dici “camallo” e pensi al porto, nei suoi anni migliori.

Dunque, nonostante moltissimo sia cambiato, senza dubbio il genovese identifica ancora il portuale di oggi come erede culturale di quello “di una volta”. La parola camallu custodisce la memoria storica di una robusta classe operaia: a le radici nel porto, da molto tempo prima che le macchine la spuntassero sulla forza fisica, ed è tuttora in grado di conservare, proteggere e tramandare la sua connotazione politica e sociale. Basti pensare che un’applicazione made in Genoa per il web – lanciata durante l’emergenza- pandemia da Ascom-Confcommercio e dalla start up Colouree – si chiama CamallApp e riunisce i negozi che portano la spesa a domicilio. Perché, a proposito di radici, il verbo camallà, in genovese, significa “trasportare, portare un peso”. E non è affatto un caso se qui si resiste ancora, con una grande e secolare dignità.

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