29 aprile 2020

Rileggere Leopardi al tempo della pandemia

  • Di Giulio Di Donato

In questi giorni può essere utile ripercorrere l’itinerario leopardiano, che proprio con La ginestra “salta” dall’amor patrio alla fratellanza universale, senza stabilire o presupporre una contraddizione fra i due momenti.

Nella storia dell’umanità le epidemie rappresentano una tragica costante; ce ne sono poi alcune – come nel caso del Coronavirus – che coinvolgono il pianeta intero. In un passato non troppo lontano abbiamo avuto la spagnola e, ancora fresche nella memoria dei nostri contemporanei, ci sono l’Aids e l’asiatica.

Fu negli anni del colera a Napoli che Leopardi scrisse, pensando allo “sterminator Vesevo” e alla sorte di Pompei ed Ercolano, quel capolavoro di poesia e filosofia che è La ginestra, che soccomberà al fuoco del vulcano, “ma più saggia, ma tanto/meno inferma dell’uom” che si credeva e si crede onnipotente, in grado di dominare e addomesticare la natura nel modo a lui più utile e congeniale.

In questi giorni può essere utile ripercorrere l’itinerario leopardiano, che proprio con La ginestra “salta” dall’amor patrio alla fratellanza universale, senza stabilire o presupporre una contraddizione fra i due momenti.

Come è noto Leopardi, nello Zibaldone, magnifica l’idea della “società mezzana” o di “mezzana grandezza”, che, a ben vedere, altro non è che “una nazione” (“la mezzana civiltà trionferà in tutto il mondo”).

La patria moderna – scrive il grande poeta recanatese – dev’essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande. (Zib., 896)

Sempre Leopardi in un altro celebre passo:

Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu piú patria di nessuno, e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto. (Zib., 458)

La conclusione da trarre, agli occhi di Leopardi, è la seguente: in assenza di un comune interesse e di un legame patriottico (così come senza “illusioni”), una comunità politica non può prosperare, né possono essere temperati e ridimensionati gli egoismi dei suoi cittadini. Il modello è quello delle “antiche e poche ristrette società” nelle quali “l’amor proprio fu ridotto ad … amor di corpo o di patria”. (Zib., 878)

Se viene meno l’amor di patria l’agire dei singoli perde i suoi criteri di orientamento. Non si allarga certo l’orizzonte di riferimento, l’uomo non diventa improvvisamente cittadino del mondo, ma accade piuttosto il contrario: il singolo fa di sé stesso una repubblica in perpetuo conflitto con le altre. Altro che abolizione delle ostilità: la scomparsa dell’amor di patria ne promuove invece lo slittamento sul piano individuale. L’amor di preferenza, se non si radica nell’idea di nazione, quale luogo privilegiato d’espressione, favorendo una sintesi positiva fra gli interessi dei singoli e quelli della collettività, non può che rifluire sull’individuo, dando luogo ad un vero e proprio sistema dell’egoismo.

La fola dell’amore universale, del bene universale, col qual bene ed interesse, non può mai congiungersi il bene e l’interesse dell’individuo, che travagliando per tutti non travaglierebbe per sé, né per superar nessuno, come la natura vuol ch’ei travagli; ha prodotto l’egoismo universale. Non si odia piú lo straniero? ma si odia il compagno, il concittadino, l’amico, il padre, il figlio; ma l’amore è sparito affatto dal mondo, sparita la fede, la giustizia, l’amicizia, l’eroismo, ogni virtú, fuorché l’amor di sé stesso. Non si hanno piú nemici nazionali? ma si hanno nemici privati, e tanti quanti son gli uomini; ma non si hanno piú amici di sorta alcuna, né doveri se non verso sé stesso. (Zib., 891)

Insomma, quando l’inimicizia non si esercita più sul confine fra noi e loro, si frantuma e si diffonde lungo un asse che contrappone l’io a tutti gli altri.

Ed è un’illusione pensare che l’abbandono dell’amor patrio possa condurre ad una più larga solidarietà: dietro la melassa dell’universale solidarietà, si nasconde difatti il dominio universale dell’egoismo privato e si afferma “la teoria del non fare bene a nessuno” (Zib., 885).

Forzando un po’ il discorso, sembra quasi che in Leopardi ci sia la consapevolezza per cui ogni comunità politica non può esistere senza una dialettica dentro/fuori. Il mondo – come sosterrà un secolo dopo Carl Schmitt – è un pluriverso e non un universo, a causa della tendenza degli esseri umani a riunirsi in comunità determinate e irriducibili le une alle altre (che non significa per nulla chiuse o in opposizione fra loro). Da qui il topos del “nemico” – questo sì ben presente in Leopardi – da non intendere come appello ad un sentimento di odio dei confronti dello straniero, ma in ragione della necessità della sua esistenza, come fattore di unità e coesione interna.

Proprio nella Ginestra l’affratellamento degli uomini appare possibile solo perché sullo sfondo si staglia un nuovo nemico: non più un nemico “umano e relativo” (nemico ad alcuni e non ad altri), ma un nemico “impersonale e assoluto” (nemico di tutto il genere umano). Questo nemico è la natura, contro la quale gli uomini affratellati sono chiamati a una “guerra comune”. E proprio perché essi agiscono “contro l’empia natura” si possono stringere “in social catena”. La natura è una nemica spesso crudele, ma è una nemica utile così come lo erano quei nemici esterni, la mobilitazione contro i quali permetteva di suscitare le virtù civili. La fratellanza di cui parla La ginestra non sembra comunque “affatto quella astratta degli ideali, delle fole, del progressismo cosmopolitico … non sembra il frutto di un’aspirazione etica, ma appare come una fratellanza concreta, come una solidarietà combattiva e disincantata, frutto di una spinta materiale proveniente dalla comune soggezione di tutti gli uomini alle violenze e alle minacce della natura”.

Da un lato abbiamo quindi la realtà delle “poche e ristrette società”, nella quale l’individuo aderisce alla comunità senza dare pieno corso alla propria soggettività (la “bella vita etica” della polis greca per dirla con Hegel); dall’altro il sistema dell’egoismo moderno, che ama parlare di amore universale proprio perché sa che è vano ed impotente: ogni via di uscita sembra preclusa. Eppure c’è la possibilità di fare un “salto”: può accadere, infatti, soprattutto in una situazione estrema che coinvolge tutti gli esseri umani, di alzare lo sguardo fino ad abbracciare l’umanità intera, sollevandosi ad una distanza infinita dalla quale tutto appare nella sua nudità e insignificanza. Dal punto di vista dell’infinito (sub specie aeternitatis direbbe Spinoza), l’esistenza dell’uomo ha ben poco significato e tutte le passioni, i clamori, gli affanni e i dolori che ci assediano ogni giorno non hanno alcun rilievo. Da quella distanza l’esistenza si scopre vicino al nulla, ma gli uomini appaiono tutti degni di compassione. Da quelle altezze la cerchia degli uomini appare ristretta, proprio come nelle repubbliche antiche, e così l’amor di preferenza può essere messo al servizio dell’utilità di tutti. Quel che è certo è che tra la natura e l’uomo c’è una distanza incolmabile, che nasce dall’irrilevanza per la prima della sorte del secondo, perché la natura è totalmente indifferente al destino dell’uomo e alle dinamiche della storia. Ma la distanza infinita della natura, la sua indifferenza e supremazia possono diventare una carta da giocare contro la natura stessa, una carta che impone agli uomini di stringersi in una guerra comune contro le sue offese e minacce.

Evocare questo senso di sproporzione tra la nostra fragile finitezza e quegli interminabili spazi e quei sovrumani silenzi può consentirci quindi di rovesciare la nostra fragilità in spirito di fratellanza. Trasformando il sentimento della nostra vulnerabilità (oggi pienamente smascherato dall’emergenza pandemia) in una battaglia comune in nome della solidarietà universale, non più vagamente sentimentale, ma concreta ed effettiva.

Si tratterà allora di conservare la memoria delle emozioni che stiamo vivendo in queste giornate difficili. La memoria delle emozioni, sì, perché la consapevolezza da sola non basta: come ci insegna Spinoza, la ragione deve farsi emozione per avere un qualche potere sulle passioni negative. In questo caso l’appello ad un certo tipo di emozioni ha un significato ben preciso: preservare l’amor patrio dal rischio della degenerazione nazionalistica e impedire al principio di fratellanza universale di ridursi a vuota e falsa retorica.

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