12 maggio 2020

Sanità pubblica forte, tecnologie e solidarietà. Ecco come il mondo ha reagito al coronavirus

  • Di Amelia Cartia

Emanuele Capobianco, Croce Rossa: “non sarà l’ultima pandemia di questo secolo: dobbiamo farci trovare pronti”.

“Covid-19? Da anni la comunità scientifica si aspettava un simile tipo di infezione pandemica”. Emanuele Capobianco, medico ai vertici della Federazione Internazionale della Croce Rossa, risponde alla Fondazione Leonardo - Civiltà delle Macchine da Ginevra.

Dottor Capobianco, Croce Rossa è una realtà sovranazionale. Che quadro emerge delle diverse reazioni nazionali alla pandemia?
La velocità è fondamentale. Alcuni Paesi sono riusciti ad agire tanto in fretta da limitare i danni: per esempio la Nuova Zelanda. Ma anche la Cina, che con il suo modo drastico ha limitato i danni pur avendo una conoscenza limitata del virus, essendo stato il primo Paese dove si è diffuso. Altri Paesi non hanno avuto la velocità necessaria: l’abbiamo visto in Europa e in America. Singapore, poi, ha abbassato la guardia ed è stato colpito in modo grave da una seconda ondata: questo deve mettere in guardia l’Occidente. In Africa - forse perché c’era esperienza con malattie di tipo trasmissibile - si sono attivati meccanismi di sanità pubblica forti che hanno finora limitato i casi.

La Cina ha avuto una reazione “drastica”: c’entra la politica, con la gestione dell’emergenza?

Un rapporto del 28 febbraio dell’Organizzazione mondiale della Sanità definì la risposta della Cina "il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una epidemia nella storia”. All’inizio della pandemia, la gran parte del mondo non si è dimostrato pronto. Invece la Cina, che aveva avuto il test della Sars nel 2003, ha sfruttato l’esperienza: aveva dei piani. Quello politico è uno degli aspetti fondamentali per mandare avanti una campagna di sanità pubblica. Io parlerei di comprensione e di accettazione delle misure. Molto dipende dalla capacità dei governi: i premier di Singapore e Nuova Zelanda sono stati straordinari nella comunicazione, e anche l’intervento del nostro Presidente Mattarella è stato fondamentale per unificare il popolo. Anche in democrazia la leadership fa molto. E poi, ovvio, tutto sta alla sanità pubblica: fare i test, isolare i casi, tracciarli, e avere ospedali capaci. La Cina ha comunicato la chiusura del mercato di Wuhan il 30 dicembre, e intorno al 10 gennaio aveva già condiviso il genoma: la notizia circolava, e gli esperti si son resi conto della minaccia. Il presidente di Croce Rossa, Francesco Rocca, ha comunicato il 10 febbraio che aumentava il rischio pandemia: dopo dieci giorni i primi casi in Italia. Il campanello d’allarme lo abbiamo avuto come comunità scientifica agli inizi di febbraio. E ai primi di marzo è divenuto chiaro che questa sarebbe stata la pandemia che gli scienziati si aspettavano nei prossimi anni, sapendo che sarebbe stato un virus animale, respiratorio, e di provenienza asiatica.

La lezione di Spillover, di Quammen. In base a quali evidenze scientifiche si può prevedere una cosa del genere?

Negli ultimi decenni c’è stato un aumento della frequenza di malattie legate a zoonosi: HIV, Sars, H1N1, Ebola. Questo perché abbiamo il numero di popolazione più alto mai esistito. C’è poi alta contiguità con il mondo animale. La globalizzazione fa sì che uomini merci e virus si muovano molto velocemente. Un virus influenzale respiratorio come questo è strutturato in modo molto efficiente per la trasmissione: ha una letalità bassa, di media intorno all’1%, e può propagarsi portato in giro dagli asintomatici. Gli scienziati sono d’accordo sul fatto che si tratti di una evoluzione e una mutazione naturale.

La nostra vita cambierà irreversibilmente?

Continuerà a essere diversa, il rischio di nuove ondate resta alto e richiede attenzione massima da parte delle autorità e dei cittadini. La priorità è alle tre t: testing, tracing, treatment. Il distanziamento è fondamentale e durerà ancora a lungo: fino all’arrivo di un vaccino, l’orizzonte temporale va oltre il 2020, forse al 2022. Non sarà l’ultima pandemia di questo secolo: dobbiamo sperare che sapremo farci trovare pronti, la prossima volta. Con le tecnologie e con un elemento di solidarietà: nessuno è al sicuro finché non lo siamo tutti. E le frontiere in ambito scientifico sono cadute, proprio mentre le nazioni hanno rafforzato i confini.

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