16 ottobre 2020

Sei genoano e vuoi anche vincere?

  • Di Eugenio Segalerba

«Sei genoano e vuoi anche vincere?» chiedeva retoricamente Pippo Spagnolo, uno storico capopopolo genoano scomparso alcuni anni or sono. Una domanda retorica che condensa una parte importante della “genoanità”, quel senso di appartenenza metafisico che va oltre la fede messianica nell’ineluttabilità della futura conquista della stella.

Il genoano pensa al Genoa come a una grande squadra, che merita la gloria per il fatto stesso della sua esistenza, anche a prescindere dai risultati sul campo: il suo è un credo assoluto e presuntuoso che procede da una grande storia vissuta come ancestrale mito fondativo. Qualcosa che nessuno gli potrà mai togliere, a differenza delle domenicali vittorie sul campo o delle apparizioni europee, che in definitiva sono soddisfazioni da parvenu, perché danno una transitoria notorietà solo se e finché ci sono.

Per il genoano la solennità del primato storico e la leggenda dei padri fondatori e dei pionieri – intesi come ieratici penati – determinano una austera carica sacrale ed estetica che si accresce con il tempo (non a caso il primo museo tematico allestito in Italia è quello aperto dalla Fondazione Genoa 1893 nel 2009), ma che fatalmente si pone pure in contrasto con l’esiguità delle glorie sportive degli ultimi 80 anni.

La formazione del Genoa che vinse il primo campionato italiano di calcio nel 1898

La formazione del Genoa che vinse il primo campionato italiano di calcio nel 1898

Tutto il “mondo Genoa” ci parla di Genova, in un vincolo strettissimo, talora soffocante: il grifone è l’emblema della città fin dal medioevo e la croce di San Giorgio è ancora diffusissima e amata in tutto il territorio dell’antica Repubblica; la casacca rosso e blu ha i colori della bandiera britannica dei fondatori e comunica uno storico legame mercantile, ma pure una singolare similitudine nella schiettezza dei modi e per quel gusto per la sintesi, la battuta sagace e l’understatement, che paradossalmente rende i genovesi così poco mediterranei.

Da buon genovese, il genoano mugugna e nulla risparmia nella critica. Non sempre il suo atteggiamento è costruttivo: d’altronde il Genoa è il Vecchio Balordo di Gianni Brera.

Quel vecchio amico brontolone a me piace andarlo a trovare a casa sua, camminando curvo d’inverno, chiuso nel cappotto, lungo il Bisagno, con la tramontana che taglia la faccia. Il genoano non va allo stadio, va a casa sua, quel campo che dal 1911 lo accoglie, come il parco della villa dei Musso Piantelli accolse il Genoa tanti anni fa. Anche o campo do Zena, lo stadio di Marassi, è dunque un simbolo, è senso di appartenenza. Perché si può vivere fuori del tempo, ma c’è comunque bisogno di un focolare.

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