31 marzo 2020

Sono tempi perfetti per la shut-in economy

  • Di Francesco Pontorno

L'"economia chiusa" relativa a tutto quello che ordiniamo e ci facciamo arrivare direttamente a casa, è in grandissima crescita e sta già cambiando le nostre vite.

C’era un tempo in cui - parliamo di alcuni decenni fa e di cittadine, paesi, ma anche la grande città con le dovute differenze anche se la metropoli ha sempre mostrato la caratteristica dell’alienazione - c’era un tempo, dicevamo, in cui la vita di una persona era un ciclo e trovava piena espressione nella dimensione apparentemente ridotta di un piccolo centro. La socialità, con tutti i riti religiosi e laici, la vita artistica anche se amatoriale, con le compagnie teatrali, il cinema frequentatissimo, l’attività agonistica e sportiva ancora piuttosto eroica, i circoli dei nobili e quelli degli operai di mutuo soccorso. Un mondo lontanissimo dalla virtualità e dall’intangibilità del digitale, quindi remoto dalla contemporaneità e dal “distanziamento sociale” (social distancing) che in tempi di pandemia ha l’obiettivo di ridurre il “tasso di riproduzione netto” (l’R0 di cui tanto si è parlato e si sta parlando in questi mesi di coronavirus e quarantena).

Sono tempi perfetti per lo sviluppo della shut-in economy (espressione inglese che sta per “economia chiusa, confinata”), cioè l’economia relativa a tutto quello che ordiniamo e ci facciamo arrivare direttamente a casa. Lo avete sentito dire molte volte negli ultimi giorni. Cambieranno tante cose, la scuola, la sanità, l’attività fisica, la socialità. E la shut-in economy che già sta cambiando le nostre vite da alcuni anni, avrà un’ulteriore importante crescita. Quindi tutti i servizi on-demand di cui godiamo ogni giorno, le piattaforme di film, serie, documentari, il cibo, e la scoperta molto tardiva dello smart working, il lavoro da remoto, da casa, tutto l’infinito elenco di cose che già facciamo con il digitale diventerà ancora più nutrito e talvolta freddo (i corrieri lasceranno i pacchi lontano da noi e via dicendo) conferma in modo distopico quanto scriveva Lauren Smiley nel 2015 (online naturalmente) nel definire la shut-in economy: non è un’economia dello sharing, della condivisione, ma un’economia di chiusure. Di reclusioni.

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