23 gennaio 2020

Sorry We Missed You, Ken Loach racconta l’era del latifondo tecnologico

  • Di Peppino Caldarola

Il film non dà tregua. Per la prima volta il regista britannico non chiama alla ribellione. Sembra che dica che non c’è niente da fare ma nella circolarità della storia anche questo latifondo potrebbe essere spezzato da una umanità ribelle. La speranza è tutta qui.

Entrano in ogni casa a tutte le ore del giorno per portarti un pacco, una lettera, un mobile appena comprato, un libro o il pasto di mezzogiorno o serale, pizza o sushi o cinese o tutti e tre insieme. Sono velocissimi, ti guardano appena, consegnano e scappano via verso un’altra casa, un altro pacco e un altro pasto. Tu devi solo firmare e utilizzare quello che hai chiesto. Loro ritirano la ricevuta e montano in bicicletta, sul motorino o alla guida di un piccolo camion. Se gli lasci una mancia fanno appena a tempo a sorriderti perché devono proprio scappare via. Sono italiani o immigrati di ogni nazionalità.

L'attore Kris Hitchen che interpreta Ricky Turner, protagonista del film

L'attore Kris Hitchen che interpreta Ricky Turner, protagonista del film

È il nuovo popolo di schiavi. La loro vita, anzi la vita di uno di loro, la racconta Ken Loach in un bellissimo film “Sorry We Missed You”. Un film che ha la forza di “Ladri di biciclette” ma, soprattutto, la stessa disperazione anche qui con un figlio che non comprende il padre e il suo sacrificio.

Così come la bicicletta che Antonio Ricci ruba era il simbolo di una modernità appena affacciatasi, così il Van che il protagonista del film di Ken Loach guida, pieno di pacchi, è il mezzo di locomozione che gli consente di lavorare. Ma la similitudine finisce qui. In mano al corriere disperato, ex operaio che si è adattato a questo lavoro, c’è uno strumento diabolico, una specie di tastiera, che gli dà i tempi e lo perseguita per tutta la giornata sui risultati raggiunti o mancati. E questo strumento parla con l’analogo strumento che è in mano al capo della filiera dei corrieri che a sua volta giudica il lavoro fatto, rimprovera, blandisce, minaccia, licenzia.

Il regista Ken Loach

Il regista Ken Loach

É un universo concentrazionario modernissimo che il più gauchiste regista al mondo descrive con rassegnata disperazione. Siamo dentro una vicenda moderna e antica come l’umanità che inizia prima del capitalismo e precipita dentro di esso. È un latifondo tecnologico quello che è di fronte a noi e questi nuovi schiavi lo percorrono fingendo di poter disporre del proprio tempo in cambio di un salario. Ma è tutta una finzione perché anche in questo latifondo non si vede il padrone ma il “sovrastante” e il lavoratore non è un vero lavoratore perchè la fictio juris prevede che sia un collaboratore che viene pagato a cottimo, quindi responsabile delle proprie azioni, non vittima di un rigido sistema verticistico.

Nel latifondo non c’è posto per due. Come il proprietario terriero disponeva se e come voleva di una forza lavoro acquistata al mattino sulle piazze del Sud e licenziava quando diavolo gli piaceva e coltivava solo ciò che andava bene per la sua rendita, così questo latifondista senza volto e il suo “sovrastante” dispongono di vite accelerate dal bisogno prive di ogni diritto tranne quello di farsi del male.

Il film non dà tregua. Per la prima volta il regista britannico non chiama alla ribellione. Sembra che dica che non c’è niente da fare ma nella circolarità della storia anche questo latifondo potrebbe essere spezzato da una umanità ribelle. La speranza è tutta qui.

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