09 settembre 2020

South Working: l'utopia del possibile ritorno

  • Di Amelia Cartia

Sui migranti in giacca e cravatta abbiamo costruito l’ultima retorica del secolo scorso, e la prima di questo: ragazzi d’alta scolarizzazione e giuste ambizioni che lasciano il paese del Sud Italia non per le miniere della Ruhr, ma per le scrivanie di Milano. O di Roma, o di Londra. Con la pandemia, il lockdown e la sospensione della vita per come la si conosceva, questo plotone di spatriati, per come li ha definiti proprio qui lo scrittore Mario Desiati, ha intrapreso una strana via del ritorno. E l’apertura delle frontiere regionali (c’erano, era pochi mesi fa ma chi se ne ricorda?) ha trasformato il lavoro da casa, che nel vocabolario comune è smartworking, intelligente, in lavoro da Casa. Da Sud.
Laptop e wifi e l’ufficio quest’estate s’è spostato ovunque. Sul tavolino di un bar con vista sul mare, o nella cameretta a casa di mamma, mentre mamma appunto prepara il pranzo, altro che mensa aziendale. Southworking, è stato subito battezzato.

Lo Svimez, pur non avendo ancora dati ufficiali, ha iniziato a monitorare i flussi, e auspica che questa frontiera del lavoro agile possa ripopolare i centri del Sud, mantenendo gli standard salariali del Nord. Utopia, forse: più probabile è che le aziende colgano una tale occasione per tagliare i costi in termini di spese fisse, e alzare le pretese in termini di reperibilità del dipendente. Intanto è nato - a Palermo - il sito che mette insieme le esperienze delle migliaia di southworkers: l’idea è stata di Elena Militello, 27 anni. L’iniziativa è lodevole: creare una rete per passarsi informazioni, co-working, idee. La contropartita, il contraccolpo, lo avverte il Nord: è lì, a Milano che la disponibilità di alloggi sfitti cresce su base annuale del 290% (fonte: Linkiesta). È lì che i bar nei quartieri degli uffici stanno faticando a riaprire perché non hanno pause pranzo da preparare. Mentre già c’è chi vagheggia un ripopolamento del Sud, quel Sud che nei prossimi 50 anni, secondo Svimez, perderà 5 milioni di abitanti. Quel Sud fatto ormai di paesi svuotati, invecchiati, cristallizzati in cartoline: anziani in coppola e canottiera in piazze inondate di sole e lenzuola che sventolano dai balconi. Scenario da vacanza, o da film. Mentre le metropoli esplodevano di luci, e crescevano, irrorate di sangue nuovo venuto da altrove. La tendenza, almeno fino a prima di questo scossone pandemico, era a svuotare le città del Sud, anche dei loro adulti, che vendevano tutto per seguire i figli al Nord e passarsi la pensione crescendo nipotini senza dialetto.

Esplodere doveva, la bolla irreale dei prezzi insostenibili degli affittacci condivisi in appartamenti piccoli (la media, secondo una stima di The Vision, era di 900 euro al mese per 50 metri quadrati), dei lavori precari, delle distanze coperte a suon di biglietti aerei che in occasione delle “feste comandate” - quando cioè bisogna “scendere” a casa - sanno toccare vette fantascientifiche, che sarebbero comiche. Non fosse che per comprare un Milano-Catania sotto Natale si arrivano a spendere 500 euro, a fronte di uno stipendio da 1.300 quando va bene. Cifra che a Sud, farebbe felice il southworker, nel sogno di piazze tornate piene, come fosse sempre la notte di Pasqua: tutti di ritorno, finalmente, e tutti con un lavoro.

Il sogno sarebbe bello: precari per precari, potremmo scegliere di esserlo vicino ai genitori che invecchiano, ai nipotini che crescono, ai nonni che se ne vanno. Precari per precari potremmo allungarci la catena, e portarcela fino a “giù”, quel generico giù che i ragazzi di Casa Surace hanno reso iconico su Instagram (un milione e duecentomila follower, che ridendo e scherzando generano moneta). Precari per precari, questa sarebbe l’Arcadia. Ma è un mito, e ora è settembre. Si rompe già il tempo, vengono già le nuvole: al primo temporale c’è il rischio che suoni la sveglia. Bisogna tornare a fatturare.

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