14 ottobre 2020

The Great Meme War: fenomenologia delle legioni digitali di Trump e della loro vittoria

  • Di Andrea Venanzoni

E’ consolatorio pensare che dietro ogni campagna digitale di trolling si celi la longa manus di un qualche governo. Consolatorio perché riproduce un assetto vestfaliano che prolunga l’ombra, confortante, dello Stato su ogni fenomeno, persino su quelli meno spiegabili e meno razionalizzati.

I troll di Putin. I troll di Steve Bannon. I troll di Farage per la Brexit.

Si è arrivati a credere che ogni singola campagna populista avesse in origine un fondamento ben organizzato e strutturato con legioni di troll messi a busta paga.

Intendiamoci: disinformazione online e campagne di odio possono avere una consistenza da guerra sporca e possono più o meno essere etero-dirette da figure politiche o Stati, ma pensare che ogni singola campagna digitale di odio sia funzionalmente organizzata è ingenuo.

Gli hacker del Chaos Control Club berlinese finirono al soldo della STASI, ed è un dato di fatto; ma le aggregazioni digitali si muovono per leggi di associazione molto più polarizzanti, spontanee e schmittiane.

Una invisibile linea: da un lato tutti quelli che odiano un dato personaggio e dall’altro i sostenitori del personaggio. Nessuno spazio intermedio, nessuna sfumatura, è il paradigma della inimicizia assoluta.

Per questo, non esiste una Spectre dei troll digitali.

Molto più semplicemente, se alcune tecnologie non sono mai neutrali ma finiscono per incidere in profondità sulle logiche istituzionali dell’utilizzatore, secondo una traiettoria concettuale lungamente investigata da Martin Heidegger, Emanuele Severino, Arnold Gehlen, Gunter Anders, è evidente che l’ambiente digitale stesso evoca e struttura, secondo le modalità delle interazioni spontanee, organizzazioni sociali che risponderanno a impulsi concettuali simili.

Paradossale? In realtà, ce lo insegnano l’antropologia e le scienze sociali, da sempre esistono organizzazioni sociali spontanee, siano quelle teorizzate da Hayek o quelle che insorgono da esperienze come la Frontiera americana, la città-stato fortificata di Kowloon, Zomia nel sud Est asiatico (e su cui lo straordinario affresco librario di J. C. Scott, L’arte di non essere governati).

Ed accade così che anche per i troll, e per gli utenti dei forum, lo strutturarsi nel nome di una battaglia politica origini più dalla individuazione di un comune nemico piuttosto che da una piattaforma coerente o da qualche etero-direzione.

Agli inizi del 2016, su 4chan e in un canale tematico di Reddit, The Donald, iniziarono a strutturarsi discussioni e ad essere assemblati efficaci meme che graficamente tratteggiavano Trump come un imperatore, un conquistatore, un Napoleone, abbinando messaggi di trionfo, e in altri casi di annichilimento di qualunque altro avversario.

L’episodio è conosciuto come The Great Meme War: una rutilante guerra totale combattuta in punta di deificazioni pop, come l’appropriazione della rana cartoon Pepe, la costruzione di una mitografia digitale del Dio Kek, e l’assemblaggio con giochi di ruolo come World of Warcraft: in questo caleidoscopio di bit, immaginazione e odio, si sono saldati Alt-Right, libertarianinorriditi dal big government di epoca Obama, troll di internet, video-giocatori, anarco-individualisti e sostenitori strutturati di Trump aggregati attorno Breitbart, la creatura digitale-mediatica di Bannon.

Un punto va però sottolineato: Trump è un soggetto con una grande attenzione per i social media e una notevole propensione per le interazioni, goliardiche e in alcuni casi al limite del troll egli stesso.

La sua comunicazione è viscerale, ininterrotta, continua, gli attacchi agli avversari sono sempre intessuti di nomignoli grotteschi che sviliscono il contegno istituzionale dell’altro. Inevitabile quindi che divenisse una icona per il variegato e spesso contraddittorio universo-mondo dei troll.

I quali lo hanno devotamente servito, creando pagine dedicate come God Emperor Trump, ripreso dall’Emperor of Mankind, figura del gioco Warhammer 40k, attaccando in maniera spietata i suoi avversari, politici o giornalistici, e contribuendo in maniera significativa alla sua affermazione nell’immaginario collettivo ed elettorale.

Glossario

Libertarian: il libertarianesimo è un movimento politico, organizzato anche sotto forma di partito, The Libertarian Party, che predica diminuzione, o annullamento, dello Stato, valorizzazione della libertà individuale e delle libertà economiche, una visione squisitamente auto-proprietaria dell’esistenza e della politica. Molto diffuso nella cultura digitale e tra gli hacker, gran parte degli esponenti della Silicon Valley derivano da esperienze concettuali di matrice libertarian. Si tratta di una categoria che postula poi dei sotto-insiemi, come l’anarco-capitalismo alla Murray N. Rothbard, H. H. Hoppe, W. Block, D. Friedman, o come il paleo-libertarismo alla Ron Paul, o il minarchismo da Stato Minimo alla R. Nozick. Padri nobili di questa corrente di pensiero, L. von Mises, F. A. von Hayek, A. Rand, in generale gli autori del liberalismo radicale classico e dell’anarco-individualismo come Gustave de Molinari, Frèdèric Bastiat, la Scuola austriaca, Lysander Spooner, Alfred Jay Nock.

Alt-Right: Contrazione di Alternative Right, movimento politico grassroots tendenzialmente spontaneo nato nell’alveo del digitale e che ha unito tra loro esponenti della destra estrema americana, da Richard Spencer e Steve Bannon a Mike Cernovich, passando per il guastatore Milo Yannoupolos. Si è caratterizzato per il forte ricorso al trolling e all’utilizzo di meme.

Pepe la rana: il simbolo per eccellenza del trolling politico filo-trumpiano, considerata ormai da alcuni gruppi progressisti alla stregua di un simbolo di odio. E’ una rana verde dal corpo antropomorfo, disegnata e creata da Matt Furie nel 2005, e originariamente priva di qualunque connotazione latamente politica. In alcuni casi, Pepe si ibrida con personaggi storici come Adolf Hitler, soldati SS e con lo stesso Donald Trump: un esempio di Pepe/Trump orna la copertina del pregevole volume ‘La politica pop online’ di G. Mazzoleni e R. Bracciale, dedicato proprio a questi argomenti.

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